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10 Ottobre 1982
Questa generazione, oltre, per la trasformazione |
Un'occasione per discutere
La pubblicazione della "Proposta-Manifesto" di 50 detenuti politici [Si tratta del documento Una generazione politica è detenuta] che pone l'esigenza di forzare la cappa delle leggi eccezionali, merita una risposta, nonostante asprezze e distanze, critiche e dissensi. È l'occasione per discutere del presente di una generazione politica, la nostra, e di affrontare con lucidità le ragione e i guasti di questa generazione. Per utilizzare le nostre forze in una iniziativa di soluzione concreta che sappia costruire sbocchi positivi alternativi alla impraticabilità politica, per la stragrande maggioranza dei prigionieri, di quelli imposti nel ricatto della legislazione speciale. Anche per superare gli effetti controproducenti di una individualizzante dissociazione giuridica che, appiattendosi in una destoricizzante dissociazione dai "fatti", blocca una riflessione critica su un fenomeno di massa che non può non essere politica e collettiva. Rompere il silenzio, per poi entrare nel merito delle concretezze. Delle cose, per noi ormai ovvie da anni, vanno dette. Non quindi come liturgia dell'ultima ora ma, sia per chiarezza, sia per impedire la facile speculazione che quanto si va proponendo è conseguente a tatticismi in un immutato quadro strategico. Apertamente. Senza la vigliacca attesa del futuro buono. Fuori dalla forza coattiva del linguaggio giuridico, senza pilatesche neutralità, le demonizzazioni o l'odor di sacrestie delle prediche.
Lotta armata, terrorismo, trasformazione
La lotta armata, ovvero la conquista dello stato da parte delle classi proletarie attraverso l'uso delle armi, ha trovato da un pezzo esauriti i suoi presupposti. La parabola della lotta armata, in Italia e in occidente, ha messo in scena la rappresentazione estrema della crisi dei miti della Sinistra o, se si vuole, il mito della Grande Rivoluzione Proletaria. Il suo prodotto ultimo, il terrorismo, ideologia e religione, ha accentuato e accelerato la contraddittorietà di questa strategia; esso non può che distruggere per attendere la palingenesi. Certo, la lotta armata è stata evocata dall'arrocco istituzionale e dall'immobilismo politico che ha inutilmente ricattato per decenni e ricatta la crescita della società, ma si è sviluppata nell'appiattimento militarista di una tensione sociale alla costruzione di rapporti alternativi di produzione. Contrapponendo il proprio potere formale e quello altrettanto formale dello stato, entrambi tanto più unicamente violenti quanto più avulsi dalle dinamiche reali della trasformazione sociale. Così oggi la sua "irriducibilità" denuncia il vuoto e la rinuncia alla azione politica come fare sociale; diventa moralismo, retorica. Ma qui ormai la rottura è radicale, storica.
Perché si chiude, si consuma un ciclo generazionale in cui, nel prevalere di un radicato ideologismo politico sulla rivoluzione culturale del '68, si sono avvitati le piazze rosse e le piazze antiautoritarie, l'arricchimento dello scambio sociale e le lunghe merce, la democrazia sociale delle assemblee e il fascino giacobino del partito d'acciaio. Si chiude ora, nel fatti, la spinta propulsiva della Rivoluzione d'Ottobre e del Welfare state.
Ma si chiude in un quadro spietato di logica di guerra, di revanscismi e di ristrutturazioni e oppressioni che rende ancor più brucianti gli errori e spingerebbe al resisistenzialismo. Sennonché sarebbe proprio questo a farsi immobilismo e amplificazione di sconfitta. Certo, si tratta invece di accettare la sfida dei tempi, delle mutazioni della società; si tratta di non viversi e morirsi come superfetazione al negativo della memoria dei movimenti degli anni '60 e '70; si tratta di esprimersi su dieci anni di lotte sovversive in Italia proprio per impedirne una loro riscrittura farisea; si tratta di difendere le ragioni della nostra opposizione con la stessa severità con cui ne critichiamo le follie, miti, peccati, errori; si tratta di ricollocare le speranze e il bisogno di trasformazione; si tratta a partire dal proprio presente di impedire il totalitarismo meccanico delle istituzioni, di questa istituzionalità rigida, impegnandosi come soggetti attivi e positivi; si tratta, nella critica della "rappresentanza politica", di intrecciarsi a forze e dinamiche E MOVIMENTI DI LOTTA e opposizione, di conflitto e libertà.
Carcere, società, movimenti
A partire dal carcere, per esempio. Dove l'"altro" terrorismo, quello statale macina in una macchina mostruosa di annichilimento. Nella tendenza già in atto dell'isolamento totale, blocco della posta e di ogni forma di comunicazione, riduzione drastica delle ore d'aria e dei colloqui, nell'estensione protervamente illegale dell'art. 90; tutto questo si insegue e si accumula in un effetto che è difficile non definire "logica della vendetta", in una strettoia di annientamento/pentimento che non fa invidia alcuna alle conversioni a fil di spada, rialimentando le ragioni dell'odio e della violenza sociale. L'assenza di qualche discorso istituzionale di trasformazione del carcere, per quello che è diventato in questi anni sotto l'impatto dei fenomeni di microsocietà illegale e armata, viene surrogata da una continua pratica di 'emergenza', lasciando che i prigionieri siano spolpati dalla sua cancrena. La sicurezza viene intesa solo in un ottica ratrellativa e custodialista; la comprensione e il riconoscimento di aree omogenee o affini di differenza politica o di consanguineità o di territorio, viene rimandata e negata. E cadono i miti delle Grandi Riforme della Società Opulenta con l'estensione alla società delle legislazioni speciali e la militarizzazione indistinta del territorio. Eppure negli ultimi dieci anni almeno una famiglia italiana su dieci è stata "unta" dal carcere: per questioni di lotta armata, di tossicodipendenza, per lotte sociali, per assenteismo, per l'arrangiarsi in una "diretta distribuzione della ricchezza". Ecco, noi crediamo che per quanto ci riguarda come prigionieri politici è nel carcere e dal carcere che dobbiamo sperimentare cosa significhi oggi una pratica di battaglia politica di libertà di autodeterminazione; noi crediamo che la durezza istituzionale possa essere erosa sgretolando le motivazioni stesse della "eccezionalità, investendo delle ipotesi di trasformazione gli ambiti sociali, mentre rileviamo nella "Proposta-Manifesto" uno sbilanciamento di valutazione verso le istituzioni visto come un omogeneo positivo. Senza la presunzione di porre "ora da qui" astratte ipotesi sulle forme future della trasformazione sociale, ma abbandonando le remore e i pudori moralistici a coinvolgere in questa iniziativa ogni forza disponibile, e conquistarci oggi uno spazio di agibilità politica e di diritto di parola, per non diventare dopo soggetti passivi quando si sarebbe ridotto allo spazio chiuso di uno sciopero della fame. All'opposto, la strumentalizzazione avviene se restiamo chiusi nell'impotenza colpevole del "dignitoso silenzio", se anziché costruire noi il nostro futuro restiamo estranei a iniziative in marcia che comunque possono determinarlo, se rifiutiamo intervenire per allargare a massimo le maglie delle ragioni della nostra generazione, con la nostra incomoda presenza e la tensione alla mobilitazione sociale per un percorso di liberazione scadenzato dai comportamenti concreti e non dalle etichettature giuridiche, costruire questo appuntamento con la trasformazione reale, verificare quanto i prigionieri politici siano soggetti attivi di trasformazione collettiva. Dobbiamo far sì che la riflessione su questi anni si sviluppi; dobbiamo riuscire a spuntare le armi terribili della violenza di un'enorme macchina contro individui isolati, condotti e costretti dall'organicità della follia e della devianza, con una pratica di iniziative che sappiano problematizzare la società e non estraniarla; dobbiamo riuscire ad aprire la discussione sociale sulla e contro l'ideologia della segregazione, perché questa apertura sia una base di nuova possibilità di trasformazione; dobbiamo praticare proposte di soluzione. Voltaire poteva valutare la civiltà di una nazione dallo stato delle sue prigioni; noi che le abbiamo vissute e viviamo, vogliamo che la società misuri la propria civiltà dalla capacità di estinguere le proprie prigioni.
Lanfranco Caminiti, Roberto Carcano, Mario Marano, Valerio Morucci, Egidio Monferdin, Raffaele Paura e Oreste Strano
Carcere romano di Rebibbia, ottobre 1982
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