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15 Ottobre 1983
Orecchio magico |
I
Dovrebbe arrivare da un momento all'altro. Gli accordi almeno erano questi. Una settimana fa. Ma finora non mi ha mai dato un bidone, non vedo perché dovrebbe cominciare adesso. Proprio oggi. Ma no. Se può fare la cosa la fa, se non può te lo dice, e amici come prima. A meno che. Ma no. Me l'avrebbe mandato a dire con qualcuno, avrà pure qualcuno di cui fidarsi. Lo sa lui che io una settimana senza non ci resisto. Giuda cane, quand'è che arriva? Sono già cinque minuti fuori orario, neanche dei regolamenti militari puoi star sicuro in questo paese di merda. Dovranno farlo 'sto cambio. E poi lui ci ha il suo interesse con me, sarà poca roba ma è sempre qualcosa, si toglie lo sfizio e se lo ripaga. A gratis.
Faccio quattro passi avanti e quattro passi di ritorno sui primi. Dicono serva a sfogare; a me cresce sempre il nervosismo, non mi ci abituo. Mi venivano gli sgrisoli a sentir strusciare quei quattro passi avanti e quattro indietro di notte, quando ancora tenevo gli occhi spalancati per lo stupore e qualcuno aveva gli occhi insonni perché non ci si abitua. Scarpe zoccoli mocassini, perfino le pantofole felpate ero capace di sentire tanto i nervi mi ingrossavano il rumore. Tloc tloc tloc tloc in avanti, tlac tlac tlac tlac indietro, il suono cambia secondo la direzione. Chissà chi monterà su di nervi adesso a sentire il mio passo? Nessuno, via. E' quasi giorno. E poi, non ho ancora nelle gambe il suono sinistro da ergastolano. Pesante, strascicato, soffocato, lento a morire lento.
Ah, potresti indovinare gli anni di condanna a sentire il passo. Ognuno quando entra ci ha il suo, certo. Non si nasce mica tutti con il passo uguale, e c'è il carattere dentro, puoi leggerci come nelle linee della mano. Ci puoi azzeccare anche il reato per cui sta al gabbione, ma ci vuole l'orecchio fino, voglio dire ci vuole l'orecchio addestrato, perché non si nasce mica tutti con l'orecchio uguale, e in galera l'orecchio buono ti viene col tempo. Ci sono quelli che camminano svelti, puoi star sicuro che sono pivelli. Ci sono quelli che camminano veloci, agili, e ci metto cinquanta a uno che stanno dentro per rapina. Se senti un passo fermo, un piede dopo l'altro, beh ragazzo, allora stai ascoltando come cammina un duro. E non mi crederebbe nessuno a raccontarlo, nessuno di quelli che stanno fuori, di quelli che non badano al suono dei passi, ma ho conosciuto un vecchio, cristo, aveva più rughe lui di tutte quelle che avevo visto nella mia vita, un vecchio che soppesava gli uomini dal passo.
Ne aveva di motivi per essere risentito con gli uomini, un soffione l'aveva fatto beccare e si scontava vent'anni, ma non c'era solo rancore, posso giurarlo. A me mi prese a ben volere. E quando arrivava qualcuno nuovo, che noi si conosceva per niente o appena, lui stava per giorni al passeggio a guardargli le gambe mentre quello camminava. Non se ne faceva accorgere, non era certo un novizio. Se il sole scaldava pieno, lui si sdraiava in un angolo e avresti detto che s'era messo lì per asciugare le ossa, e invece guardava, misurava, valutava. Se c'era freddo restava in cella, ma non era tempo sprecato. Con preghiere e insistenze e tutta una serie di spiegazioni che solo lui sapeva dove diavolo riusciva a inventarsele, aveva ottenuto una cella con la finestra sui cortili del passeggio. E sebbene la vista non lo aiutasse più molto, si faceva una prima idea del nuovo arrivato. Non sbagliò una volta, li riconosceva subito i soffioni. Occhio a quello, mi diceva, curatelo, stai attento, puzza. E si metteva due dita a vu sotto il naso: attenzione, è una spia. A lui non gliene fregava molto, aveva nulla. da nascondere o quasi, uno spione di carcere non l'avrebbero rischiato per lui. Lui lo faceva per passione, era in gara con se stesso a dimostrarsi il buon fiuto, la saggezza nel capire gli uomini.
Doveva aver cominciato quell'assurdo gioco quando il suo amico se lo vendette alla polizia, forse gli voleva bene e non se l'aspettava o forse aveva sempre sospettato ma non si era deciso. Vai a saperlo. Io non glielo chiesi mai, non si chiedono queste cose. Se a qualcuno va di raccontartele te le racconta, sono pezzi di anima che se ne vanno e non si nasce tutti con la stessa anima. Allora anche tu puoi raccontare del tuo, se ti è successo un fatto così o se ti va di inventare che ti sia successo un fatto cosi. Ma di fatti come quello ne erano capitati a tutti, a volte ti viene da pensare che ognuno abbia il suo spione. C'è uno in carcere e c'è stato uno che ha fatto la spia, per tot in carcere ci sono state tot spie. Mondo di merda. Ma lui non sbagliava mai, non sbagliava più. Anche se non gli importava più niente, continuava i suoi responsi, anzi erano quelle sue investigazioni la sola cosa che gli interessasse. Adesso il conto per lui tornava o almeno si dava un gran da fare perché quadrasse, chi sa quante spie gli serviva individuare per sentirsi soddisfatto. Anche questo non si chiede mai, perché è come chiedere a un uomo che gli hanno ucciso la donna quanti tizi vorrebbe uccidere per pareggiare. Non c'è niente che ti ripaghi, devi solo convincertene. E non c'è niente che ti ripaghi della libertà persa, avessi individuato mille spioni ti verrebbe sempre il bilancio in rosso. Ma lui ormai lo faceva per gioco, con l'abilità consumata e quella crudeltà che ti ci vuole quando devi vincere al gioco.
Sulle prime non ci credevo. E' andato, mi dicevo, dopo tutti questi anni di galera il cervello gli s'è fatto pappa. Giudicare gli uomini dal passo, pensa che assurdità. Giusto all'inferno può venirti una fissa simile, e io all'inferno non voglio viverci, non mi ci voglio abituare. Poi sospettai. Lo confesso, e a ripensarci ora mi darei testate al muro. Avrà rapporti con qualche brigadiere, o con la direzione, ma sì, deve essere così. Lui guarda gli incartamenti di tutti e così fa facile a indovinare i reati e le condanne, e poi in tutti questi anni che vive qua dentro avrà accumulato date, nomi, relazioni, conoscenze. Sa tutto di tutti, li vede entrare e a volte uscire, poi tornare, o ascolta racconti, i giri delle bande fuori, i traffici, gli ci vuoi poco a farsi un'idea e poi, l'occhio del coatto. E sulle spie? Dev'esserci sotto qualche accordo, ogni tanto bruciano uno, pesci piccoli, e coprono le spie grosse, quelli che praticamente gestiscono il carcere con la direzione e possono starci anni in galera ma poi escono. Mi spiegavo così quei due centri che aveva fatto. Mondezza, robetta che strappa le borse alle vecchiette e che quando arriva dentro si mette a raccontare tutto quello che succede alla prima guardia che gli capita, e ti fanno la denuncia se t'hanno visto che hai una lama o una siringa o qualche soldo vero o un pezzetto d'erba per uno spinello. Ma in un carcere non succede solo questo, ci sono le cose pesanti, e per quelle ci vogliono le spie pesanti. Sì, avevo sospettato di lui. E se ne accorse, ma continuò a darmi la sua amicizia. Era saggio lui, e io camminavo svelto a quel tempo e credevo che gli uomini si giudicassero dalle parole e non da come poggiano le gambe. Poi ci fu Piero.
Piero, compagno mio, amico, fratello, Piero delle prime lotte all'università, dei cortei antifascisti, Piero con cui tiravo bocce sui gipponi, Piero con cui ci vivevo insieme e non ci provava mai con le mie ragazze e io mai con le sue, Piero con cui rubai la prima pistola, e saltammo il bancone della Cassa per portarci via dei soldi che servivano alla rivoluzione. Piero ora in carcere, a seguirmi dopo poco il mio arresto. Abbracci, un casino d'inferno perché gli dessero quello che gli serviva, devi gridare sempre per le stronzate più stupide da ottenere, ed erano cinque giorni che aveva passato in questura e la fame se lo divorava, e poi appena entri sei sbandato, non capisci niente, ci sono quelli che conosci ad aiutarti e, cristo, m'ero fatto per nulla quella esperienza più di lui se non ero capace di aiutarlo subito, di dirgli fai così, fai cosà. Abbracci, a togliersi il fiato, a coccolarsi, scapperemo, ho già una mezza idea. Che giorni. A discutere fitto, io sempre a chieder notizie, e quello come sta andando? e in fabbrica? al collettivo degli studenti c'è stata rottura? ma lasciali andare quei cacasotto. Siamo insieme di nuovo, Piero.
Trascurai il vecchio per quei giorni, avevo altro da pensare, e lo salutavo appena quando lo vedevo steso al sole con gli occhi semichiusi, anzi con quei sospetti che mi frullavano me ne stavo quasi alla larga. Fu lui una mattina a venirmi sotto. Di brutto. Stavamo in fila per andare all'aria, una coda quasi ordinata, perché le guardie potessero perquisirci prima di lasciarci scendere al passeggio. Lui stava alle mie spalle, mi parlò sottovoce, come sanno fare i carcerati quando vogliono parlarti sottovoce, e tu capisci tutto benissimo ma nessun altro riesce a sentire cosa si stia dicendo, fosse anche a un metro da te.
"Quel tuo amico lì, quello nuovo arrivato, quello butta la gamba che non mi piace, quello puzza," e si mise le dita a vu sotto il naso
Dovevo mollargli un cazzotto? Non so, forse un altro l'avrebbe fatto, forse si faceva così, ma io non ho mai dato un cazzotto a un vecchio. Avvampai di rabbia e avvampai contro me stesso che non avevo mai dato un cazzotto a un vecchio e adesso non sapevo cosa dovevo fare e magari tutti mi stavano guardando e tutti sapevano quello che stava succedendo e si aspettavano quello che sarebbe successo per giudicarmi. Posto di merda. Parlai sottovoce.
"Sei un vecchio pazzo e stronzo. E sei geloso. Sei geloso perché io ho un amico vero e tu sei rimasto fottuto. Sei pieno di rabbia, di rancore. Sei un galeotto, un soprammobile del carcere. Ti smonteranno con le altre suppellettili solo se decidono di farci lavori, qui dentro. E ti seppelliranno nel cimitero del carcere, lì vicino dove vai a piantare quelle tue lattughe del cavolo. Ci pianteranno le lattughe su di te. A me se lo scordano di..."
Mi interruppi, i miei sospetti.
Non rispose, non disse nulla.
La fila continuò ad avanzare, delle manacce mi tastarono, arrivai al passeggio. A parlare fitto con Piero, ma non gli raccontai del vecchio. Quello squilibrato rimbambito, cosa ne capivi dei nostri rapporti di compagni? Poteva magari indovinare le spie del suo giro di teppa, la canaglia lui la conosceva bene. Ma noi politici, noi comunisti, noi rivoluzionari eravamo altra pasta, altra storia. Chi tradiva da noi diventava riformista, mica faceva il soffione. Non volevo più pensarci, mi c'ero già fatta troppa bile. Mi tuffai nei discorsi con Piero, che cosa c'era ancora in piedi, e lui mi faceva domande su questo e su quello, lui un mucchio di cose non le sapeva sui nostri compagni fuori, perché c'erano certe regole e bisognava rispettarle. Slittavo quelle sue domande, se devo dire perché non saprei che rispondere, ero refrattario a particolari, sempre stato e anche Piero d'altronde, che diavolo gli veniva in mente di chiedermi certe cose? Mi accaloravo piuttosto a parlargli li un progetto di fuga, e lui diceva che ci voleva tal materiale e non era facile procurarselo, e se io sapevo da chi e come avrei fatto a portarlo dentro, e poi che non ce l'avremmo fatta da soli e ci volevano altri, e se io ne avevo già parlato con qualcuno lì e chi sarebbe venuto con noi. Camminavamo avanti e indietro nelle ore d'aria, io gli facevo vedere certi angoli su cui m'ero fatto dei ragionamenti, e il muro di cinta lì è un po' più basso. Camminavamo due ore filate, buttava la gamba in modo strano. Quel vecchio pazzo guardava steso al sole. Poi Piero cantò.
Cantò come una bestia. Spifferò tutto quello che sapeva e quello che fu capace di inventarsi, di aggiungere, di accordare ai desideri e ai verbali di chi lo interrogava. Andò giù di piatto, si cantò pure la moglie e il fratello. Una roba senza vergogna. E' da allora che ho affinato l'orecchio, e riconosco i passi da lontano, e giudico gli uomini. Anche le guardie. Riesco a valutare anche le guardie dal loro passo. C'è chi cammina svelto sugli scarponi, chi va lemme lemme. E' un'altra specie, ma le categorie sono quelle. Le categorie sono sempre le stesse, ovunque.
II
Plunfete. Si abbassa lo spioncino della porta, il faccione di Gino lo riempie tutto.
"Cristo, ti sto aspettando da un sacco. Dove t'eri cacciato?", quasi sto tremando.
"Mi stavano mandando di guardia a un altro reparto, e ho dovuto faticare per venire qui".
"T'ho sentito arrivare per il corridoio, lo sai?".
"Ci avete l'orecchio buono voi carcerati".
"Non tenermi sulle spine .E' una settimana che aspetto, allora?".
"Allora, solo uno".
"Uno solo? Ma come, stai via una settimana e uno solo? 'Non fare lo stronzo, dai".
"Ho avuto da fare", sbrigativo.
"Ma diosanto per una settimana ne tiri fuori almeno tre, non dico uno al giorno ma almeno tre".
"Senti, se ti sta bene stavolta è uno. E deciditi in .fretta perché mi stanno addosso, c'è il capoposto alla rotonda che continua a sbirciarmi, sospetta. Non posso fermarmi a lungo. E poi c'è una novità. Devi pagarmi di più".
"Sei un gran figlio di puttana".
"Devi pagarmi di più. I prezzi salgono".
"Sei un gran figlio di puttana, ecco cosa sei. Quanto vuoi adesso?"
"Uno a uno".
"Uno a uno? Ma è pazzesco".
"Me ne vado, allora", e fa per chiudere lo spioncino, era capacissimo di chiuderlo e di lasciarmi all'asciutto.
"Aspetta, va bene, uno a uno. Tieni, ecco qui, ma augurati che la tua roba sia buona altrimenti m'incazzo duro", e gli porgo un pacchetto di emmeesse, lui fumava emmeesse e quello era il nuovo prezzo stabilito per la roba.
"E' buona, è buona. Apri le orecchie. Nello splendore del technicolor, con la regia di Walter Hill, ecco a voi: I guerrieri della palude silenziosa. Musica".
"I guerrieri della palude? Bello, cristo, bello. Ah, bel colpo. Bravo Gino, bravo. Sei un genio. Te lo sei proprio meritato il pacchetto. I guerrieri! Ma lo sai qual è il titolo originale? E' Southern Comfort. E' una settimana che lo inseguo nelle locandine sui giornali. Forza sbrigati, racconta. Orecchio mio aiutami".
Era ormai diventato bravo Gino a raccontare i film. Io ero ossessivo, mi preparavo bene e sapevo quanto esattamente durava la proiezione, 1 ora e 47 minuti, e volevo 1 ora e 47 minuti di racconto. Beh, minuto più minuto meno. Aveva gli occhi Gino, gli occhi per vedere i colori del cinema. A me erano rimasti gli orecchi, ma il cinema lo amavo da morirci, il cinema vero, quello che vai al botteghino e magari fai lo scemo con la cassiera se è caruccia, e poi ti scegli un gran posto, e ti compri il popcorn o le palatine o il gelato o la cola con la cannuccia, e io fumavo quando ancora si poteva fumare, fumavo forte. Quello è il cinema. Quello che c'è il cretino che fa baccano, che c'è il tipo che lancia gridolini, che c'è il frocio che ti siede accanto, che c'è la bellona tutta sola e tu cambi trenta posti prima di arrivarci vicino e accorgerti di quanto è grassa, vecchia e tutta dipinta, quello che vai a pomiciarci. Quello è il cinema, non queste maledette scatole delle immagini che chiamano televisioni, le chiamano così anche in carcere ed è la riforma e dicono che anche noi abbiamo il cinema. Ah, Gino. I tuoi occhi, la tua libertà, le mie orecchie, il mio carcere.
Ritagliavo con cura dai giornali tutte le locandine, le critiche, mi facevo spedire riviste specializzate, ma il cinema non si legge, il cinema si guarda. Una volta neanche lo si sentiva, non parlavano. Il cinema muto. Io ho inventato il cinema d'orecchio. Gli davo i miei ritagli a Gino, gli dicevo cosa volevo, che roba volevo, e tra un turno al nostro reparto e il successivo in genere passavano tre giorni, e quattro, e a volte una settimana. Lui guardava il cinema, poi me lo raccontava. E io pagavo la roba con i pacchetti di sigarette. Lo stronzo adesso alzava il prezzo. Mi raccontò per benino quell'ultimo movie, poi ripeté che gli stavano addosso, che sospettavano traffici, che lui mi portasse chissà che materiale, e andò via. Lo pregai, erano due mesi che lo pregavo perché andasse a vedere Blade Runner, non voleva sentirne. Gli promisi che se l'avesse fatto glielo avrei pagato doppio. Ci pensò su. E che non mi lasciasse secco. Andò via, chiudendo lo spioncino.
Mi ripassavo mentalmente tutte le scene che m'aveva raccontato. Che bella storia. Una grande storia. E quei ppp? Forse aveva ecceduto in qualche scena di violenza, un film duro. D'altronde, sarà mica Il tempo delle mele questo? Sento colpetti al muro, dev'essere Enrico. Tre colpi, si interrompe. Di nuovo tre colpetti. Vuole usare il telefono. Ci hai fretta Enrico, eh? Non potevi aspettare l'ora del passeggio, eh? Ti capisco. Vado al lavabo. Parlandoci dentro, Enrico mi sente dall'altro lato, dall'altro lavabo, le nostre celle sono vicine, e se lui parla lo sento io. Okay, arrivo, arrivo.
"Allora, tutto a posto?", mi fa lui.
"Solo uno".
"Solo uno? E che cazzo ha fatto per una settimana? E' uno stronzo, te lo dico io, è uno stronzo. E' sempre una guardia".
"Già, e noi siamo sempre dei carcerati", incline io alla filosofia.
"Almeno è buono?"
"E' una bomba. Ma ha voluto di più. Io pago e tu ne guadagni i vantaggi".
"Facciamo a mezzo. Dai, non tenermi sul filo, cos'è?".
"Voglio una cola".
"Va bene, domani te la do. Sbrigati".
"Paparaparaparapapà. I guerrieri della palude silenziosa, di Walter Hill".
"Ma va? E' splendido. Lo sai qual è il titolo originale?".
"Lo so, lo so. E adesso apri bene le orecchie che te lo racconto".
Le avrebbe aperte bene le orecchie, e ormai anche lui aveva l'udito fino. Vederci, niente. Miope come una talpa, ma quanto a orecchio quegli anni di carcere lo avevano ben addestrato. D'altronde non si nasce mica tutti con gli stessi occhi. E a me che non ci vedesse niente non mi importava nulla. A me interessava che quando camminava metteva bene le gambe, e lui il passo lo aveva buono.
Roma, carcere Rebibbia N.C., ottobre 1983
pubblicato su "Linea d'ombra", febbraio 1984
tratto da Die fixe Idee, Paranoya City Verlag, Salinger, 1984
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