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12 Marzo 2007
Grandi manovre per il Partito democratico |
È tempo di congressi politici. Nel fisiologico percorso che vede i «corpi politici», a una certa distanza dalla sequenza delle scadenze elettorali accadute, riorganizzarsi e prepararsi per le successive [le amministrative anzitutto], c’è però una indubbia novità: il Partito democratico. Verso il quale vanno due congressi, due partiti. Un po’ come due popoli uno stato. L’elezione del segretario regionale del Lazio dei Democratici di sinistra e lo speculare Congresso romano della Margherita sono stati i primi eventi politici direttamente influenzati dalla costruzione del Partito democratico. In entrambi i partiti, la contrapposizione di aspiranti e le mosse delle cordate a ciascuno legate si sono caratterizzate, almeno nelle dichiarazioni quando non nelle mozioni, alla luce di questa cartina di tornasole: il partito che verrà. Sono stati, curiosamente quindi, congressi in cui alla normale lotta fra apparati e tessere e rappresentanze, e uomini e opinioni, per mantenere postazioni e semmai conquistarle, l’orizzonte è stato quello del futuro dissolvimento, o comunque lo si voglia dire. Anzi, è proprio in vista del futuro dissolvimento, o comunque lo si voglia dire, che tante più ragioni ciascuno ha trovato perché la propria «fetta di rappresentanza» acquistasse peso adesso, per la contrattazione che verrà.
Le fiere dichiarazioni di Goffredo Bettini sul «laboratorio romano» possono essere intese magari soltanto come una sopravvalutazione del proprio lavoro passato e una opzione su quello futuro. Però è pure vero che affinché lo straordinario «allineamento dei pianeti» che nel Lazio si è verificato [il sindaco di Roma, il presidente della Provincia, il governatore della Regione – tutte e tre le cariche allo stesso schieramento] non venga ricordato come uno di quei fenomeni della natura che accadono ogni quattrocento anni devono pure farne «sistema». Il «sistema» viene rintracciato nella costruzione del Partito democratico. Che non sarà una partita a boccette al dopolavoro. La guerra fra fazioni, fra diesse e margherita e all’interno di ciascun partito, è già aperta.
Ora, uno può anche fottersene di tutto questo. Ma la stagione congressuale nei diesse e nella margherita, nonché il dibattito apertosi nelle Liste Veltroni, nelle liste civiche, nel movimento dei girotondi, tutto questo faticoso ambaradam va pure guardato con un certo interesse.
Un aspetto mi sembra evidente: la politica è tutta rivolta all’interno. La «macchina» deve sistemare i suoi pezzi e i suoi addetti ai pezzi, deve ristrutturarsi. Come per quei servizi o quelle produzioni che non possono essere mai interrotte, perché farle ripartire a freddo costerebbe un enorme spreco di risorse e fatica, la macchina funzionerà a basso regime, il minimo indispensabile. Nessuno vuole avvantaggiare l’altro, nessuno vuole esporsi. Aggressivi nella collocazione intestina, saranno indecisi verso l’esterno, verso «il pubblico». È l’esatto opposto di quello che accade a ridosso delle scadenze elettorali, quando è tutta una frenesia di iniziative [vuoi a proprio vantaggio politico, vuoi per vantaggio di elettori da intercettare]. La politica, insomma, – quella del servizio pubblico – è in un momento «debole». Debole rispetto l’imprevisto, ché il programmato – progetti ed eventi – funziona in logica e pratica amministrative.
Sarebbe quindi un buon momento perché l’imprevedibile di bisogni e desideri sociali si esprimessero e si affollassero a scompaginare le carte e portare a casa un po’ di risultati, proprio rovesciando la logica che vede questo periodo di stasi come un periodo di incertezze, negli interlocutori e nelle aperture.
Magari, sarebbe pure un buon momento perché su certi bisogni e desideri, senza ipotecare la propria libertà di manovra di domani e dopodomani, si trovassero delle coordinate comuni, giusto per darvi forza.
Quanto all’impatto che la costruzione del Partito democratico avrà sulle sinistre cittadine, forse anche questo sarebbe un argomento da affrontare con attenzione. Il «fare politica» dei movimenti non può essere affetto da autismo, e pur nella sacrosanta ricerca di una propria autonomia deve sempre riferirsi alle dinamiche – alle alleanze e alle rotture – dei partiti. E non all’ingrosso, ma nel dettaglio.
Roma, 12 marzo 2007
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