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salva invia
12 Febbraio 2002
Donne e soldati
Donne e soldati. Questo è il mondo. Tutti gli altri ruoli sono temporanei.
Tutti gli altri ruoli sono solo gesti.
Jeanette Winterson, Passione

La mattina di domenica 27 gennaio, una qualunque mattina di una qualunque domenica ad al Amari, uno dei campi profughi per palestinesi attorno Gerusalemme, Wafa Idris litiga con la madre Wasfiyeh: le aveva chiesto di svegliarla presto, alle cinque, ma l'anziana donna non ce l'ha fatta, era andata a letto stanca. Wafa Idris è infuriata, e per dispetto mette la radio a tutto volume. In realtà le piace la musica, le fa compagnia, la tiene sveglia: ha una vera passione per le canzoni tristi, quelle che parlano di amore, di abbandoni, di grandi amicizie, di terre da cui si va via o si è cacciati. Si veste in fretta, ma guardandosi allo specchio e accennando un passo di danza fa a tempo a pettinarsi i capelli, che comunque coprirà con un velo prima di uscire. E' proprio una bella ragazza, dai lineamenti mediterranei: da un po' di tempo non veste più "all'occidentale", all'israeliana anzi, pantaloni e maglietta, ma anche infagottata si vede che è una bella ragazza. Si è separata dal marito, a cui, per un intervento chirurgico, non poteva dare figli. Ha subìto la pressione della famiglia di lui, ma anche del mondo intorno a lei. E' stata anche una scelta, l'alternativa sarebbe stata permettergli di prendere altre mogli. Per avere figli. Qui i figli si fanno per imperativo categorico. Beve di corsa il tè preparato lì per lì dalla madre e scambia due chiacchere con la nipotina Milana, di quattro anni, che si è svegliata con quel trambusto: le lascia qualche cioccolatino e un paio di orecchini semplici, di quelli che si danno alle bambine perché ci giochino e si atteggino un po'. Poi esce. Esce senza neppure salutare la madre: è ancora arrabbiata perché non l'ha svegliata presto, alle cinque, come le aveva chiesto. Wasfiyeh non le corre dietro, sa quanto è testarda e dura sua figlia: immagina che debba andare al suo lavoro, alla Mezzaluna rossa, per fare l'infermiera volontaria: gliel'ha chiesto mille volte perché continua a andarci se quelli non la pagano, ma ogni volta è una discussione troppo tesa. Si rimprovera di non averla svegliata, ma era stanca Wasfiyeh, era andata a letto stanca, stasera ne parleranno. Wafa Idris esce dalla sua casa di al Amari, uno dei campi profughi per palestinesi, un intrigo di viuzze e di casupole accatastate le une sull'altre. E' la mattina di domenica 27 gennaio, una qualunque mattina di una qualunque domenica. Va verso Jaffa Street, a Gerusalemme ovest, una decina di chilometri da casa sua, e deve superare due posti di controllo dei militari israeliani per arrivarci. Ci arriverà. Ci arriverà e si farà esplodere tra la gente.
Per due, tre giorni quel che rimane di Wafa Idris non avrà un nome o avrà decine di nomi ma non il suo. Le ferite, le mutilazioni avevano devastato il suo corpo, letteralmente esploso in mille pezzi: la bomba che Wafa Idris aveva con sé uccide Pinhas Toktaly, un signore di 81 anni che aspettava alla fermata dell'autobus, e ferisce decine di altri, mandando in frantumi tutti i vetri dei negozi intorno. La madre, Wasfiyeh, a sera non l'ha vista tornare, se n'è preoccupata, ha parlato con gli altri figli, ma nessuno fa niente, tutti sanno quanto è testarda e dura Wafa Idris: sarà rimasta bloccata dal suo lavoro, e poi non è decoroso chiedere in giro della propria figlia - se qualcuno l'ha vista -, non si chiede in giro di una donna scomparsa da casa. Divorziata. Non in Palestina. Non è decoroso.
A braccia l'hanno accompagnata al cimitero, una folla enorme, vociante, in lacrime: è la prima donna martire palestinese, sarà di esempio per decine di altre donne. Saddam Hussein ha solennemente dichiarato che le dedicherà un monumento. La sua fotografia sarà appesa nelle camere di migliaia di ragazzine, come dalle nostre parti si mettono i poster di Britney Spears o Shakira, o finirà tra le pagine dei loro diari di adolescenti. La casa di Wafa Idris è piena di parenti, di uomini, di donne, di bambini che vengono a rendere omaggio alla famiglia, a onorare il coraggio di quella ragazza di 28 anni che "ha fatto come gli uomini". Ma Wasfiyeh, la madre, non ce l'ha fatta a preparare pasticcini, caramelle e succo d'arancia da distribuire ai presenti, come si usa fare ai funerali palestinesi, come si usa fare ai funerali di tutto il Mediterraneo: è stanca Wasfiyeh e si rimprovera di non aver potuto dare quell'ultimo saluto a Wafa Idris che usciva per andare incontro alla morte. Però, ha scritto una lettera d'addio alla figlia, come si usa fare ai funerali palestinesi, come si usa fare ai funerali di tutto il Mediterraneo: in essa ricorda quanto fosse testarda e dura, ma lo dice con altre parole, parole d'amore e parole d'orgoglio: "..Eri forte e fiera. Non avevi paura. Ti muovevi come un uomo…". E' stanca Wasfiyeh. Gliel'aveva detto un giorno Wafa Idris, "Tu non morirai, madre". Qui non muoiono le madri, qui sono i figli a morire. Qui le madri sopravvivono ai figli. Qui le madri sono orfane dei figli. Come è sempre nelle guerre.
Finocchi, femminucce, idioti, troie, froci di sinistra, succhiacazzi, fotti-tua-madre: è questo il florilegio degli insulti che vengono inviati ai militari israeliani che hanno deciso di non obbedire più. Loro li pubblicano sul proprio sito. Ci sono tante lettere di incoraggiamento e sostegno, ma anche terribili maledizioni: "Quando i vostri figli verranno uccisi, allora capirete cosa state combinando". E quella tremenda intimazione: "Ogni ebreo ucciso resterà sulle vostre coscienze". Faggots, pussies, stupid, idiots, bitches, gay leftists, coksuckers, mother fuckers. Yehoda, Ishai, Amit, Eli, Uri, Moshe, Shlomi e cento e cento altri, sono questi i loro nomi. Lewenhoff, Rosen, Kafri, Reingwertz, Hoover, Cohen, Abramovitch, e cento e cento altri, sono questi i loro cognomi, a disegnare le provenienze da tutte le terre del mondo. Ce n'è uno che si chiama Toktaly, proprio come il signore di 81 anni che Wafa Idris ha ucciso con la sua bomba. Sono caporali, sergenti, tenenti, capitani, maggiori, provenienti dalla Fanteria, dalla Marina, dall'Aviazione, dal Genio, che hanno combattuto in prima linea. Riservisti che ogni anno danno settimane e settimane del loro tempo all'esercito, rischiando la vita. Sono soldati. Soldati che hanno combattuto per Israele, che dichiarano di voler continuare a servire Israele, ma che non combatteranno più nei Territori occupati. Scrivono: "… il prezzo dell'oppressione e dell'occupazione è la perdita di ogni umanità e la corruzione dell'intera società di Israele…". Cercano conforto e provano a spiegare il loro gesto richiamando il Libro, Abramo, Giacobbe, il Genesi, il Deuteronomio. Sono soldati, non disertori, non sbirri, non assassini. Soldati che depongono le armi.
La loro dichiarazione ha creato scompiglio nella società israeliana e soprattutto nell'esercito: una petizione contrapposta è stata pubblicata sui maggiori quotidiani da un gruppo di colonnelli. Ognuno dei soldati che hanno dichiarato di non combattere più nei Territori è stato convocato dal proprio superiore e "messo a riposo". Ma le adesioni continuano a crescere, sono già oltre duecento, un numero relativamente piccolo ma anche un numero enorme, e probabilmente solo quanto emerge da un sentimento diffuso di intollerabilità. Intollerabilità a continuare il proprio "mestiere". A Yehoda, Ishai, Amit, Eli nessuno farà un monumento. Verranno insultati e sputati per strada, verranno additati come traditori, espulsi, isolati, emarginati, tenuti lontano come una orribile malattia, come una piaga. Come una follia.
Anche Wafa Idris trovava ormai intollerabile il proprio mestiere, quel suo dannarsi come infermiera volontaria della Mezzaluna rossa. Qualche tempo fa aveva letteralmente grattato via dalla strada il corpo di un ragazzo schiacciato da un carro armato israeliano, grattato via e raccolto in un sacco. Muna Abed, una delle sue amiche più care, l'aveva vista sconvolta. Lei, che prestava i primi soccorsi, che raccattava i feriti sotto i proiettili - lei stessa colpita più volte -, che rappezzava alla bell'e meglio, che tamponava il sangue irrefrenabile dalle vene, che cuciva i buchi e gli strappi della carne, lei è diventata un "angelo della morte". Al sabato, ad un'altra amica che era andata a trovarla al lavoro in ospedale e l'aveva vista con le mani coperte di sangue e ne era rimasta scossa, chiedendole "Ma non hai paura del sangue?", lei aveva risposto: "Ce ne sarà molto di più". Un mare di sangue, a coprire ogni cosa, come se potesse davvero pulire l'orrore del mondo.
Wafa Idris e Yehoda, Ishai, Amit, Eli sono ormai fuori di sé, fuori del proprio ruolo, del proprio mestiere, del proprio posto assegnato nella vita. Fuori di sé di fronte all'insopportabilità della morte, all'inesorabilità della morte, all'insesorabilità della condanna, di una non-vita, di una vita solo in attesa della morte. Donne e soldati che si negano al proprio ruolo, pronti al "martirio" o al pubblico ludibrio. Crocerossine, infermiere, vivandiéres, puttane al seguito dell'Armata si negano. Incendiari, stupratori, sterminatori dell'Armata si negano. Le une e gli altri contravvengono. Contravvengono al loro ruolo "naturale", sociale, storico. La guerra è ormai intollerabile: è fatta di corpi che si grattano via con le unghie dalle strade, di donne bomba, di bambini mutilati, di bambini che uccidono, di bambini che vengono uccisi, di bambini che vengono concepiti perché ci siano altri martiri da opporre ai carri armati. Qui non c'è più posto per i soldati, qui non c'è più posto per le infermiere, qui solo gli assassini e i suicidi trovano senso.
Ma Dio non ama gli assassini e non ama i suicidi.
Allora, pregherò. Pregherò adesso, perché anch'io sono fuori di me e trovo ormai intollerabile ogni giorno che passa in Palestina e niente di quello che ho fatto finora è servito a niente. E non ho più ragionamenti, non ho più parole, non ho più petizioni, non ho più mani per fare. E allora farò una cosa che non ho mai fatto, che non so neppure bene come si fa. Mi inginocchierò e pregherò: Signore, manda il tuo fulmine contro quel maledetto monumento di Saddam, sbriciolalo con la tua ira. Signore, manda il tuo fulmine contro gli idoli della morte e della guerra. Signore, schianta il tuo cielo su questa terra! Amen.

Roma, 12 febbraio 2002
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