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05 Marzo 1984
Antipodi |
Dicono abbia imparato in quei tre anni dentro. A camminare sulle mani, dico. Dentro, intendo in galera dico. Doveva farseli tutti quei tre anni, figurarsi; preso con le mani nel sacco e sparato per giunta. Sparato dintt'e coscie. Comunque, era stata proprio quella menomazione grave ad attenuargli la condanna. Una mano lava l'altra, è un po' questa la giustizia. Proverbiale nelle sue indefettibili Grundnormen. Certo, dette con ermellino e tocco suonano in altro modo. Art. 628, art. 61 cpp, comma 2°. Ma la ciccia è quella, ancestralità. Cosi, il giudice convenne tra sé di poter considerare equo risarcimento per la comunità che il proprietario della gioielleria che Nando stava rapinando, lo avesse inseguito e poi sparato. Dintt'e coscie, come disse ai poliziotti. Nando ci aveva rimesso una gamba. Si attaglierà meglio al prossimo giudizio, pensò il giudice; tanto, questo, qui ci ritorna. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
Ma Nando aveva un'idea tutta sua dell'armonia universale e del bilanciamento dei corpi solidi. Non solo, ma ci ricavava anche delle esotiche teorie sull'intierezza della persona e l'equilibrio dei rapporti umani. Un filosofo. Una testa matta. E non volle sentir ragioni. Quando zì Pè, vecchio coattone in attesa di grazia, nell'infermeria del carcere gli diceva "curati, bello, curati, sennò ci resti zoppo" - lui si stringeva nelle spalle. La vedeva assottigliarsi quella zampa: l'impatto del proiettile, un 357 buono per tirare giù un ippopotamo era stato devastante. Legamenti, cartilagini, circolazione, tutto sfrantumato. Gli venne il rigetto, e non voleva più saperne. Non voleva saperne di 'rieducazione dell'arto'; gli suonava come se dovesse rieducarsi l'anima lì dentro. Che fosse entrata nella testolina grama di zì Pè poteva capirlo, la ridigazzuone, no, oh benedettoddio. E dovevate vederlo quel vecchio porco con sulla coscienza un bambino dopo regolare stupro, dovevate vederlo come sputacchiava dintorno faticando a mettere bene la lingua per la zeta. Non gli venivano mai giuste. Per fortuna, la semantica pone ancora criteri di differenza etica. Ma qualcosa del concetto doveva averlo afferrato. No, Nando preferiva pensarsi come se fosse rimasto in una tagliola e avesse strappato tanto forte da lasciargliela lì la gamba. Animale da rapina, non era stato molto scaltro però.
Solo che, considerarsi senza un appoggio stabile gli scombussolava le coordinate del suo percepire uomini e cose. E anche soltanto immaginare che, d'ora in poi, il suo rapporto con il mondo sarebbe stato un rapporto sciancato, lo faceva dar di senno. Si tempestava di domande: i banconi delle casse come li avrebbe saltati? E se doveva scappare, e doveva sempre scappare, cosa ne avrebbe fatto di quella gamba inutile? E come si sarebbe divincolato dai suoi inseguitori che puntualmente lo afferravano - tirandogli la stampella? E come avrebbe baciato una donna, inclinandosi tutto in avanti di prua o rullando di schimbescio? E se lo acchiappava la foia di passionale amor, non sarebbe malamente cascato coprendosi di ridicolo? ah, le donne quando ridono sfottendoti! Ve l'immaginate? vivere il mondo come una torredipisa, che ogni anno arrivano i giapponesi a misurarti, quasi non avessero altro da preoccuparsi. Dev'esser peggio - no, non diverso, peggio, molto - che ritrovarsi ora grandi ora piccini come Alice. Sapete, lì cambiano le dimensioni ma la substantia prima di uomini e cose resta uguale, è soltanto la scala a mutare. Ma quando cambia la prospettiva è una rivoluzione trascendentale. Qui è la cosa in sé ad entrare in gioco, e a lui di diventar trascendente non garbava l'idea. Non aveva mai amato molto le minoranze, forse per questo lavorava sempre da solo.
Un individualista, un indipendente. Entrare nella corte dei miracoli avrebbe voluto dire rovesciare come un guanto tutti i riferimenti della sua balorda e monistica vita. Gli handicappati - per carità - brava gente, chi dice nulla? Ma normali, poi! Lui sarebbe morto di vergogna a far aspettare il tram perché veniva complicato salire sul predellino; e in metropolitana, con quelle dannate porte che si chiudono a ghigliottina appena ti avvicini per entrare, come avrebbe fatto? E le scale di casa, e l'accidenti? No, non voleva perdere le sue qualità d'uomo, quelle che s'era faticosamente costruito negli anni, e non avrebbe rinunciato al suo giroscopio, quella specie d'istinto che lo pilotava nei contatti con il circostante, lo faceva ritrarre di fronte il pericolo, lo attraeva misteriosamente verso qualcosa o qualcuno.
Stette per giorni e giorni immobile nel lettino d'infermeria, non si sottoponeva ad alcuna cura, tirava via gli aghi della flebo, i dischi degli ultrasuoni, e con la lampade pensava piuttosto ad abbronzarsi. Non provava nemmeno più a fingere di mettere i piedi fuori dal letto per camminare; si ritraeva inorridito dall'immagine storpia di sé. Impazziva rovellandosi per trovare una soluzione di dignità, ecco sì, cosi si diceva, di dignità. Magari basterà un trucco, le grandi invenzioni non sono poi altro che trucchi. Una suoletta spessa a riprendere i centimetri persi, o un'imbottitura che ricostruisse la forma primigenia della gamba. Trucchi di bassa lega, lo sapeva, ma lui si sarebbe contentato, se almeno avessero funzionato… Nemmeno quello. Già si sentiva nelle orecchie la risata cristallina e feroce di una donna, quando spogliandosi si sarebbe tolto le protesi. Ah, le donne, quando ridono sfottendoti! O peggio - no, non diverso, peggio, molto - lo sguardo di compassionevolezza. Un filosofo, ve l'ho detto. Una testa matta.
Si disse che se avesse mangiato di più poteva far slittare un ingrossamento verso la parte inferiore sinistra del corpo. Chisapoi perché era sempre la parte sinistra del corpo quella in cui aveva subito colpi, ferite, segni, cicatrici, come una premonizione a questa disgrazia d'adesso, ben più grave. S'industriò per quindici giorni a mangiare poggiato al gomito sinistro, a masticare sul lato sinistro, a dormire sul fianco sinistro, addirittura a pensare soltanto con il lobo destro per governare una crescita razionalizzata, di sinistra, del proprio corpo. Ci ricavò un gonfiore spropositato dell'addome e qualche principio di piaga di decubito, tanto per cambiare, sulla parte sinistra. Ma questa volta non era casuale, e forse non lo era mai stato. Forse aveva sempre approcciato il mondo mettendo leggermente in avanti la sua parte sinistra, lasciando bene in disparte, dietro, quella destra. Aveva esposto la sinistra come luogo eletto della percezione e dei sentimenti. Per questo, si disse, ne restava sempre scottato, ferito.
La scoperta lo gettò nello sconforto. Si rese conto che il suo afflato al mondo era stato fino a quel momento poco equilibrato e non aderente, come quelle foto a colori i cui contorni della stampa vanno a sbavare oltre i margini della figura, annacquando e confondendo tutto. Sfalsando tutto. Un estremista ecco cos'era. Un dropout. Che grande scoperta! Con quella vita che faceva - furti, rapine, conflitti a fuoco - cosa pretendeva di essere un normotipo?
Lentamente comprendeva cos'era quel male oscuro che lo aveva sempre fatto sentire diverso dagli altri, e non certo per amore d'andar da emarginato. Da questo lato sapeva di svolgere semplicemente la sua parte. No, non erano state le sue percezioni ad avergli sgangherato i sentimenti. Si accorse, in questo ragionare, di essere tremendamente solo. La sua vantata indipendenza, il suo essere sempre rifuggito dall'affiliarsi a cosche e camorre, a bande armate o partiti, a club o sindacati, non era prometeica affermazione di identità. Lui si continuava a ripetere che faceva quel mestiere per gusto, che si realizzava. Provava così a credere di determinare ancora in qualche modo la sua tessera del Grande Mosaico dell'Umanità. Certo, qualche dubbio ogni tanto lo assaliva, vedendo che in città si era rimasti in pochi, Gli altri adesso spacciavano droghe, procuravano ragazzini a vecchi maiali, stupravano in gruppo ricche signore in terzagiovinezza o quarta, si dedicavano ad affari puliti. Qualcuno era entrato in politica o scriveva racconti e pezzi giornalistici di costume. Fustigando i lassismi, natürlich. E lui? Accarezzò l'idea del suicidio. Arriva sempre a questo punto delle cose.
Ma le difficoltà aumentavano: il suicidio era così dejà vu, faceva un po' cafone, un po' maschilista, un po' umanista. E, per carità, ce ne avevano tutti le palle piene degli umanisti. La tecnica, signori, la tecnica è il nostro futuro, anche quella dell'anima.
Gli venne da assaporarsi l'angoscia sulle labbra. Come un bolo che rumini, mandi giù e fai risalire tra le guance; mastichi un po' - lo hai visto fare al cinema con il tabacco da sputo - e di nuovo giù. Si può stare bene anche cosi. Avrebbe trovato con relativa facilità qualcuno che si fosse preso cura di lui, magari una bella figliola in scoppio di salute, con le guance pomellate di rosso - ti saresti chiesto se per l'eccitazione o la pudicizia. Monumento all'imperitura memoria dell'impossibilità di riscattare la miseria della propria esistenza. Bastava trovare un modo qualunque per minacciare la banalità di una vita integra, anzi integrale, come la crusca, che ti passa per il budello e la mandi via senza averne trattenuto nulla - tanto, sono tutte fibre di cellulosa - e poi trovarsi sparato dintt'e coscie.
Si scosse. Troppo effeminato tutto questo andar per fratte. La voglia di fare della propria angoscia una gigantografia a grandezza naturale dell'impotenza umana poteva star bene nel novero delle inquietudini casalinghe. Aborriva tutto questo e si coccolava il suo machismo. Già, ma intanto risultava solo un invalido. Lo affliggeva quell'idea della lacerazione, della tranciatura, della separazione da una parte di sé - avrebbe voluto con una lama di rasoio affilato tagliarsi via di netto quella gamba, orrore del male con cui devi convivere. Si disperò, pianse come non aveva mai fatto. Perdere se stessi di punto in bianco dev'essere ben terribile. Si sentiva sciocco, come un bambino abbandonato nel bel mezzo d'una favola. Doveva anzitutto ritrovarsi, riacchiappare il plot della propria identità. Se il corpo si staccava dall'anima, reagiva per conto proprio, diventava incontrollabile, lui poteva soltanto alimentare la schizofrenia. Abbandonare a sé l'involucro, la corazza, la pelle, come quando ci si sveste in fretta perché gli indumenti ti fanno impaccio ora che devi tuffarti per salvare qualcuno, o tirarti via dall'abitacolo in fiamme e senti il fuoco addosso. Riconquistare la mente, la padronanza delle circonvoluzioni cerebrali, delle infinite costruzioni possibili a partire dai dati della percezione. Non solo. Lui sapeva di dover cancellare la memoria. Non il ricordo di questo o quel fatto, ma proprio la registrazione nel profondo delle cellule, là dove la dotazione genetica casuale fa a cazzotti con la riproduzione intelligente della vita. Se la sua sensibilità era stata sbilenca fino a quel momento, la sua memoria, il suo senso del dolore e dell'amore, dell'odio e delle commozioni, tutto questo era sbilenco. Rinascere, far rinascere la memoria.
Doveva costruire l'universo concentrazionario della propria identità, riavere se stesso. Ma come? A lui serviva una tecnica di manipolazione. Solo quest'ultimo atto di fede nella cultura gli era concesso e non poteva sprecarlo in gigionerie di filosofi. Una metodologia per l'assoluto, questo gli occorreva. Anche se potevano sembrare ciarlatanerie, imbrogli da imbonitore.
Avrebbe imparato lo yoga. Ma sì, ci sarebbe pur stato in quella bibliotechina del carcere un manuale, con. le foto e tutto, che ti spiegasse come fare, quel che andava mangiato e i vari stadi dell'apprendimento. Si morse le labbra. "Siamo fatti così e niente può cambiarci" - lo aveva detto tante volte, con orgoglio anche. Ogni uomo è quel che è, ciascuno ha la propria vita e non può modificarla. Fatalismo? No, era il suo mito d'umanità, la sua smisurata presunzione di autodeterminarsi, di decidere da sé. La schiaffava in faccia ai tecnicisti, a quelli che guardavano all'intelligenza dell'uomo come un processo chimico, manipolabile con la ginnastica e le opportunità. L'uomo è arte, ispirazione, grande delirio, che c'entra la manualità del plasmare? Caso, probabilità, destino, che senso aveva invece argormentare? E adesso si ritrovava a parlare di learning theory, proprio lui che sghignazzava degli status, della funzione, dei ruoli, della famiglia, delle istituzioni. Adesso si sarebbe accinto all'ammaestramento dell'anima, come l'orso Misha sulle biciclettine ad una ruota in un circo o la foca che lancia in aria e riacciuffa sul muso la leggera palla variopinta per ricavarne pesce azzurro. Comunque, si disse, doveva provare.
Chiese dunque di questi libri. E, miracolo!, glieli trovarono e portarono. Ma le sorprese non erano tutte racchiuse nei volumi da sfogliare con belle foto illustrate, che già lo disperavano per quell'apparente semplicità di posa. Sul momento non ci fece caso, talmente era assorto nelle sue preoccupazioni, e già tutto trepidante per l'impresa a cui si accingeva, che non aveva occhi per gli uomini. Se uomini potrebbero mai dirsi i palafitticoli di quell'infimo livello della società - nevrosi di gesti, ossessione ripetitiva di perifrasi, occhio fisso a guardare sempre oltre, oltre il muro, oltre la persona, nel vuoto di una libertà senza gesti, perifrasi, confini.
Se lo trovò accanto all' improvviso, eppure doveva essere sempre stato lì, li aveva portati lui i libri. "Dovresti cominciare da qui, sono le prime posizioni" - quasi un sussurro, una voce che poteva anche venirti da dentro o essere rimasta lì nella stanza per anni e che ora tu evocavi. Non ci fosse stata quella mano ad infilarsi tra le pagine che sfogliavano a indicare un gruppo di lezioni, non si sarebbe nemmeno chiesto da dove veniva. Quella mano lo costrinse a risalire all'avambraccio, al braccio, alla spalla, al collo, al volto d'un uomo. Se uomini potrebbero mai dirsi eccetera eccetera. E su questo signore, di primo acchito, i dubbi non potevano che moltiplicarsi. Tratti sfuggenti, occhi piccoli, naso come se fosse mancato del materiale per finirlo, gli zigomi a perdersi nelle guance, le guance nel mento e nel volto dalla barba rada, le labbra sottili che avresti detto atteggiate alla compiacenza più che al sorriso. Labbra senza benevolenza. "Posso aiutarti se vuoi. Sono anni che pratico yoga" - e lo disse senza strafare, ritirando la mano con verecondia. Non poteva mai più strafare, andare sopra le righe; lo doveva già aver fatto ad ufo. Sono anni che pratico. Anni. Anni di galera, anni di yoga, anni per cosa? Nando non chiese nulla, e non tanto perché è uso non chiedere nulla. Lo inquietava quel modo trattenuto di esprimersi, quasi acciuffasse per i capelli le parole e gli desse una lustratina prima che scappassero via. Un risultato d'addestramento, non certo dote naturale; e quest'osservazione, se deponeva a favore della profferta di fare da trainer, aumentava gli interrogativi di Nando su cosa potesse esserci dietro quella scorza a trama di spugna. Si rese conto d'intuito che non serviva lambiccarsi a lungo; o gli poneva subito alcune domande brutali o il tempo avrebbe ispessito la formalità del rapporto. Quello era un tipo d'uomo che più lo frequenti meno ci capisci e ci fai confidenza. Daltronde Nando non cercava calore umano, e quelli non erano il tempo e lo spazio adatti per trovarlo. Concentrasi. Doveva concentrarsi su un compito, su un obiettivo. Disse: "Accetto" - e gli tese la mano per stringere un patto, come usava un tempo, come si vede ancora fare in teatro. Poi gli spiegò la natura tutta tecnologica del suo interessamento allo yoga - voleva mettere bene in. chiaro le cose per evitare che ci fossero fraintendimenti. L'altro, si chiamava Alfonsino, era invece uno spiritualista, e non c'è di che meravigliarsi, se ne trovano ad. ogni piè sospinto. Alfonsino capì l'antifona e non ci provò neppure a fargli intendere i principi filosofici, i richiami primordiali e cosmogonici di quelle figure che via via gli insegnava ad assumere. Per converso, non gli spiegava tutto. Restò impressionato dalla determinazione e dalla facilità con cui Nando apprendeva, come se il suo corpo da sempre non avesse aspettato altro che qualcuno che lo aiutasse a quel modo. Alfonsino fu toccato dall'invidia e si comportò da avaro del sapere che possedeva, che poi era l'unica cosa che possedeva. Ma quello se ne fregava e marciava come un treno. Non solo, ma dopo un anno di esercizi cominciò a sviluppare, vecchio vizio, una teoria tutta sua. Era partito da una constatazione casuale, come capita sempre in queste cose.
Andò così: si mise a testa in giù e disse, la prima volta: "Ma lo sai, Alfonsino, ma lo sai - e lo guardava da terra verso l'alto, all'incontrario - che così mi sembra di vedere il mondo in un altro modo?" Alfonsino aveva sorriso, enigmaticamente come sempre e con sufficienza. Ma Nando su quell'osservazione ci aveva lavorato, per giorni, per mesi. Si accorse di trovare con grande facilità il punto di equilibrio, e ci restava per delle ore in quella posizione all'inizio; dopo, diventò il suo nuovo modo di stare al mondo.
A testa in giù. La forza di gravità, la circolazione del sangue, la pressione dei liquidi, i vasi comunicanti, tutte baggianate dell'horror vacui. Stava benissimo, rinasceva. Anzi, cominciò a chiedersi come avesse mai potuto vivere fino ad allora con i piedi per terra. Quasi una rivelazione; aveva combattuto il mondo e il suo isomorfismo, provato a costruirsi un'identità tutta sua. Invece era sempre rimasto con i piedi per terra. Ricordava, sì, ricordava quella strana sensazione di incorporeità che lo afferrava negli attimi in cui in banca, dopo aver estratto le armi, appoggiava la sinistra sul banco e, facendo leva, scavalcava librandosi con un salto d'agilità fino a trovarsi dall'altra parte dello specchio, vicino la cassaforte, il conquibus. Un attimo, quel salto lo eccitava. Ma poi, tutto ritornava routine. Che bestia era stato a non averci pensato prima!
Fu preso dall'entusiasmo, dall'eccitazione della scoperta. Non degnava di preoccupazione i problemi che quella nuova condizione di testa-in-giù gli avrebbe procurato. E non parlo degli sguardi, dei commenti, dei sorrisi della gente. Penso alle corpose questioni della vita quotidiana, ai pantaloni che scivolano giù, a come lavarsi i denti, alla digestione, alla sacra merda. Sono cose che contano, queste, nella vita d'un uomo. Passiamo più tempo ad interessarci delle umoralità del nostro corpo che degli umori dell'anima. A tutto comunque avrebbe trovato una soluzione. La materialità era il suo pane quotidiano, e le astrazioni il suo companatico. Avrebbe inventato attrezzi, strumenti, gadgets e ci si sarebbe anche divertito esercitando immaginazione ed abilità. Forse era eccessivamente ottimista, ma è vero che la volontà sa trovare e inventare le condizioni del suo applicarsi. Quello che proprio non riusciva a pensare come risolvere, era la questione della sua sopravvivenza. Finora, quando il salvadanaio non tintinnava più, metteva il giubbotto di cuoio o il doppiopetto blu - aveva in fastidio e l'uno e l'altro, solo perché erano mezzi di produzione - e facevi, un salto in banca. Ma adesso? Era proprio finita un'epoca.
Avrebbe trovato una soluzione, intanto doveva perfezionare la sua tenuta, l'equilibrio, le piroette, le giravolte, tutte quelle cose che tra comuni mortali si fa con i piedi per terra e che lui avrebbe imparato a fare sottosopra. Alfonsino con il suo spiritualismo non gli serviva più. Non era della storia delle idee del mondo che aveva bisogno: il mondo, Nando, lo aveva rovesciato.
Dapprincipio fu il caos. Ed anche in seguito. Non stava mai quieto un attimo, andava sempre in giro per i corridoi o salendo le scale, scorrazzando per i cortili. Vederselo arrivare così, da lontano, con quell'andatura caracollante, creava agitazione. E poi, non sapevi mai come metterti per parlargli. Se ti abbassavi per stare più vicino al viso, ti accorgevi che un'ombra d'ira gli attraversava il volto, quasi tu volessi mostrargli pietà. E di pietà da quelle parti non è che si sappia che farsene. Dovevi stare in piedi e parlare con i suoi piedi, ma era imbarazzante. Oppure voltare la testa da un'altra parte, gironzolare, parlare con il muro o con il vuoto del corridoio, mentre la sua voce arrivava da sotto. Da sotto le viscere della terra, sembrava. Inquietante. Molti finivano col non rivolgergli più la parola, per non sentirsi tremare dentro. Al direttore del carcere - si credeva un pezzo d'uomo forte quanto bastasse per tenere a bada quella marmaglia - parlavano continuamente di questo fenomeno che stava scompigliando la tranquilla vita dell'istituto. Un sequestro di guardie, qualcuno che si tagliava i polsi, un tentativo di impiccarsi, morti per mancata cura a crisi di astinenza, il traffico della droga, tutti questi erano episodi normali, con cicli regolari di scoppio e riassorbimento. Come un movimento di pistone che faceva andare avanti tutta la baracca. Ora aveva di fronte un'emergenza diversa. Qualcosa di impalpabile, un'agitazione diffusa che non ci traduceva in niente se non in svogliatezza. Anzi, da un bel pezzo in quel carcere non succedeva proprio niente. E questo, come il vecchio allevatore sapeva - aveva il vezzo di definirsi così - non era per niente un buon segno. Sotto, covava la rivolta, sorda, cieca, inafferrabile. Qualcuno, più d'uno, tutti, a cominciare dalle spie, gli parlarono di quel Nando che camminava sulle mani, e sembrava normale ma come se tutto dovesse rovesciarsi. Rivoltarsi. Ah, lui non ti chiedeva, non ti diceva niente. Eri tu che ti sentivi a disagio e tanto tanto stupido ad essere così come sei, con i piedi per terra. Sotto, covava la rivolta, sorda cieca inafferrabile.
Dicono abbia imparato in quei tre anni dentro.
Dentro in galera, a camminare sulle mani.
A rovesciare il mondo, dico.
Carcere di Rebibbia, Roma, marzo 1984
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