 |
|
|
14 Maggio 1996
elogio della selvatichezza |
Dapprima credevo che la vita fosse così perché il
mondo potesse badare a se stesso, e se qualcosa era
andato storto tra gli esseri umani era perché la
carne, incatenata dalla felicità, vi si aggrappa
disperatamente. Ora non lo credo più. Manca
qualcosa. Qualcosa di selvatico. Qualcosa che, se
si vuole riuscire a trovarlo, bisogna prima
formulare.
Toni Morrison. Jazz.
Nell'Ottocento fece vivo scalpore il caso di Kaspar Hauser, il ragazzo selvatico sbucato dal nulla e trovato al centro di Norimberga, che diede tanto da scrivere e riflettere a romanzieri, medici e filosofi. Egli fu rappresentato come l'infanzia perduta dell'uomo, e con un misto di fascino, timore e amorevolezza gli uomini d'ingegno e di carità si volsero a lui per ripulirlo ed educarlo.
Mi sono ricordato di Kaspar Hauser guardando non troppo tempo fa un episodio della serie X-files: nel Montana, o nel Vermont, vengono rilevate tracce di una presenza umana selvatica in un bosco vicino una città. Ci viene lasciato intendere che forse si tratta di un neonato perduto da una qualche roulotte in campeggio e allevato da bestie ma, alla fine, quando la ragazza selvaggia verrà braccata capiremo che più probabilmente è una presenza aliena. Oggi, contrariamente all'Ottocento, è inammissibile l'essere selvatici. La modernità (il postmoderno?) non concepisce la selvatichezza.
Gli uomini di chiesa spargendo incenso nella conquista delle Americhe descrivevano quegli indigeni come senzadio anzi, aristotelicamente, senz'anima; essi andavano attraversati a fil di spada, bruciati, squartati ma, soprattutto, nello stesso tempo convertiti, battezzati, umanizzati finalmente. Oggi, gli "indigeni", ci limitiamo a cacciarli via, a prenderli a calci in culo, a tenerli lontani, a disinteressarcene. Oggi, quanto è selvatico ci deprime, ci annoia, ci infastidisce, ci minaccia direttamente. Le immagini degli albanesi aggrappati alle loro navi fatiscenti, e poi rinchiusi nello stadio di Bari, pestati, buttati a mare, equivalgono le immagini degli uomini e delle donne del Ruanda che litigano e si azzuffano a sangue per un barattoletto di latte in polvere. Tragedie immani non meritano più neanche le nostre crociate di salvezza. Quella selvatichezza minaccia la nostra domesticità. Non vogliamo più salvare nessuno perché nessuno può più salvare noi.
E sia. Non abbiamo più un'anima da salvare. Ma è il nostro corpo che stiamo anche perdendo, i nostri sensi, la nostra sensualità. Il nostro corpo sta diventando un simulacro: tutte le sue parti, le sue funzioni sono state ormai commercializzate. Il nostro corpo è diventato una mappa di territori dove, come carovane delle Indie, passano merci per conquistarlo. Dal bidet alla doccia, dall'incontinenza alla stitichezza, dalla sudorazione all'alito cattivo, dalla cacca alla dentiera, dalla cellulite all'epa, dai calli ai porri, dalla forfora alla calvizie, dalle rughe al cerume, i nostri corpi non hanno alcuna possibilità d'essere naturali. Né d'essere privati. L'impudicizia pubblica predomina e le conversazioni sugli autobus e ai tavolini di bar riguardano le marche di assorbenti e il loro spessore o il deodorante e il callifugo. L'esposizione pubblica è la via di transito delle merci verso questo sterminato territorio di conquista che è il corpo sociale. Le merci hanno il vantaggio (per il capitale) d'essere magiche pozioni: ingerendole spalmandole applicandole si assorbe felicemente una forma di controllo su sé.
Salvatico è allora colui che si salva. Riscoprire la nostra selvatichezza, la nostra rude virtù è tutt'uno con il doverla conquistare. Non c'è una naturalità remota e sopita che possiamo risvegliare: i corpi sono scritti dalla storia. Non si tratta di risvegliare la bestia che è in noi. Tutt'al contrario dobbiamo ripartire dalle parole, dobbiamo ricominciare dall'immaginazione. Non è possibile scacciare di botto dal nostro corpo tutte le colonizzazioni delle mille pozioni magiche; ci ridurremmo come gli alcoolizzati che vedono ragni e scarafaggi e serpenti camminare loro addosso e freneticamente cercano di cacciarli via, grattandosi la pelle a sangue. Dobbiamo partire dalle parole. E' nelle parole che sta tutto il corpo. E' nell'immaginazione che sta tutta la sensualità, la carnalità.
De Sade anticipò e intersecò la rivoluzione francese, Justine diede i connotati a Marianna. Nella folle scrittura isolata alla Bastiglia, nell'impazzito manipolare di parole e immaginazione, De Sade descriveva un'urgenza di rivoluzione, di liberazione. L'eruzione del desiderio dei corpi privati preannunciava l'eruzione del corpo sociale. Via, via, quelle parrucche imborotalcate, date aria alle teste; Robespierre si porterà via pure le teste, con le parrucche.
Altro che trine e crinoline, che Ottocento riscoperto dal cinema e buone maniere, Jane Austen e la Wharton, le età dell'Innocenza e del Sentimento. Dobbiamo riuscire a convogliare in una potente presa di parola quanto adesso è disperato tentativo di continuare a sentirsi carne, quanto è afflitto dai sensi di colpa, dagli sguardi furtivi, quanto viaggia tra pubblicazioni scandalose e semiclandestine. Tutta questa sensualità ai margini resterà solo un fenomeno "di costume", un mercato sottotraccia, un raffinato esotismo sempre ai confini dell'impazzimento, della devianza, della violenza, dell'autodistruzione, alla mercé del moralismo repressivo. Finché non prende dignità di sé. Elaborare in parole sociali, dare un significato di civiltà alla sensualità nascosta, far emergere in una speranza di senso generale questa resistenza, ormai sempre più ridotta al lumicino, sempre più invasa, è questa la strada più difficile. Qui non si tratta più di pornografia, di erotismo, di libertà dalla censura e di difesa della propria privacy. I vizi privati devono diventare pubbliche virtù. Che significa, per intendersi, l'esatto opposto del mandare in giro le polaroid casalinghe sparate tra le cosce della propria moglie. Dobbiamo far diventare nuovo senso comune, nuove istituzioni quanto sobbolle sotto la carne pubblica..
L'ipocrisia del Sesso-per-bene è la stessa della Democrazia-per-bene. Quanto è strano, selvatico, fuori norma viene considerato patologico, in sesso e in democrazia. Ma la democrazia, così, e la politica non rappresentano più la sensualità sociale - il vivere insieme. Essa è vuoto involucro senza carne e sangue, guidata da funzionari in grisaglia e regimental piuttosto che in raso e spadino. Sappiamo che tutto è già manipolato e manipolabile, che la realtà che ci sembra di toccare è virtuale e che tutto è simulacro. Ma forse è proprio della salvezza annunziarsi attraverso simulacri.
Roma, maggio 1996
|
 |
| [torna
su] |
 |
|
|