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25 Giugno 2006
Via i nomi dei Savoia dalle strade
A me interessa poco quello che accade sotto la cintola di Vittorio Emanuele di Savoia, così come in genere quello che accade sotto la cintola di chiunque. Di quello che accade sopra la cintola del principe, i suoi «ragionamenti» per così dire – dalle leggi razziali contro gli ebrei alla presenza dei «comunisti» in questo paese –, fa impressione constatare come la volgarità, che non è un reato ma dovrebbe diventarlo, sia ormai un tratto distintivo delle parole reazionarie e ne faccia presupposto: in questo paese non solo si è reazionari in modo volgare, ma si è reazionari in quanto si è volgari. La volgarità, che è interclassista come lo è una epidemia, è un tratto precipuo delle parole reazionarie di questo paese. I gesti, più pericolosamente, arrivano al seguito come supplemento. Viene da dire che la vigilanza contro ogni deriva reazionaria si traduca in Italia in una opposizione costante alla volgarità. Se c’è qualcosa verso la quale mi sento di esprimere una «tolleranza zero», questa è la volgarità, nell’informazione, nell’intrattenimento, nella conversazione quotidiana. La volgarità non è per nulla naturale o spontanea: è un artificio retorico, una scelta linguistica, una cifra espressiva. Riconoscerne i suoi tratti sociali dovrebbe essere un compito prioritario della politica – se essa stessa non ne fosse spesso contaminata quando non se ne fa veicolo. Non c’entra niente né il moralismo parruccone né lo snobismo intellettuale: saper stare al mondo e viverlo con eleganza sono modi che si imparano anche per strada, nelle lotte.
Dei Savoia non mi interesso quindi per una presunta caduta di stile e lo scandalo relativo. Ma dato che sono diventati un tormentone delle cronache, e della chiacchiera quotidiana, è forse il momento di dedicarvisi con una certa risolutezza. A prescindere.
I Savoia, a Roma, hanno lasciato poco che li ricordi, e quel poco è un tanto, invasivo e brutto: l’Altare della Patria, comunque la si voglia girare, è un monumento eccessivo dentro questa città, e se non ho la proverbiale pazienza keynesiana di dover aspettare trent’anni per vedere finalmente delle riforme perché tra trent’anni sarò morto, figurarsi se ho il tempo per aspettarne duemila per finalmente accettarlo come passaggio della storia. Non so se questa pochezza sia dovuta al fatto che non hanno avuto tempo per lasciare un segno più significativo, oppure perché non avevano nulla di significativo da lasciare, oppure ancora perché non se ne siano mai curati presi da tutt’altre faccende meno… edificanti. I Savoia, a Roma, sono fondamentalmente toponomastica. Lo dico come sia cosa da trattare tutt’altro che con leggerezza, per quell’importanza che ha la toponomastica nella costruzione «mentale» di una città, per la riconoscibilità stessa immediata quand’anche superficiale della sua sedimentazione storica, per il senso di appartenenza spicciola alla vita comune che hanno i luoghi, le vie, le strade, le piazze che entrano nella conversazione quotidiana, nella casualità dei nostri spostamenti urbani, dagli appuntamenti di lavoro a quelli amicali a quelli dell’innamoramento. Così, «ci vediamo a piazza Vittorio, all’angolo fra Conte Verde e principe Eugenio» viene detto milioni, forse miliardi di volte in anno, per prendere un gelato, andare in un negozio cinese dove ci sono le copie precise delle Nike a due lire o aspettare con trepidazione la ragazza che si è appena conosciuta.
Io non ho più intenzione di continuare a sporcare la conversazione quotidiana con un qualunque nome di via che risalga ai Savoia.
La politica urbanistica di questi anni a Roma, da Rutelli a Veltroni, si è caratterizzata, io credo ben più che per il Piano Regolatore o le ‘grandi opere’ come l’Ara pacis o l’Auditorium o le chiese in periferia, per un ininterrotta intestazione di viuzze, parchi e strade [segno più evidente, quindi, di nuovi spazi urbani] con apposita breve manifestazione, taglio del nastro e inaugurazione della targa commemorativa. L’elenco delle intestazioni [chi ha dimenticato il tentativo di Rutelli di dedicare a Bottai un qualche vicolo?] ci direbbe non poco del modo di procedere dei nostri sindaci. Ma adesso questo importa meno.
Quello che adesso importa invece è un’opera di risanamento toponomastico. Propongo perciò che gli Eugenio, gli Amedeo, le Luisa, i Vittorio, gli Emanuele, e via così, tutti riconducibili ai Savoia, in strade, piazze, vie e vicoli, ma anche, e direi soprattutto, scuole, vengano sostituiti. Non è ben chiaro perché dopo la vittoria del referendum del 1946 questa piccola ma significativa azione repubblicana non sia stata compiuta, se non menzionando – come proprio in questi giorni ha ricordato Andreotti – che la Democrazia cristiana, che qui a Roma ha signoreggiato in stretto legame con la destra di preti e aristocratici neri, dando ‘la libertà di coscienza’ aveva in realtà incoraggiato la vittoria della monarchia. Almeno quello – strade e piazze intestate – glielo lasciarono.
Sono passati sessant’anni, si è rivotato per la costituzione, che questa non sia più una monarchia è comunque un fatto certo. E non è stato un passaggio indolore. Forse è ora che si concluda una parabola.
Ed McBain, in ANAGRAM, l’ultimo libro appena pubblicato in Italia, fa incontrare due personaggi in un caffè di Maximilian Street. Siamo a Isola, la città ‘inventata’ da McBain per le gesta dell’87mo distretto ma che è una stampa e una figura di New York. Scrive McBain: «Maximilian Street aveva preso il nome da Ferdinando Massimiliano, il deposto imperatore del Messico che all’alba del 19 giugno 1867 era stato giustiziato da un plotone d’esecuzione. La via aveva ricevuto quel nome durante un’agguerritissima campagna elettorale per la poltrona di sindaco, quando un breve afflusso di immigrati messicani in quella parte della città era sembrato annunciare [erroneamente, come poi era risultato] un’invasione di “schiene bagnate” su grande scala. Sempre attento al potere dell’urna elettorale, il sindaco aveva frugato tra i suoi libri di storia e, apparentemente ignaro del fatto che Massimiliano era stato importato dall’Austria e largamente disprezzato dalla popolazione, aveva cambiato il nome di Thimble Street [ma questa è un’altra storia] nel più gradito ai messicani [così pensava] Maximilian Street».
Un’incongruenza toponomastica. Che ci sta a fare un imperatore d’Austria sulla targa di una strada di Isola-New York? Un’incongruenza della politica.
I Savoia, questo sono adesso: un’incongruenza toponomastica. L’incongruenza della politica starebbe nel lasciare le cose così. Ovunque in Italia, nelle città più grandi come nei più minuscoli paesi, c’è uno slargo, una piazza, un corso a loro intestati. Sarebbe ora che venissero invece dedicati a chi l’Italia l’ha fatta davvero, gli operai e i contadini e la gente qualunque che ha lottato per la Repubblica e che ha pagato spesso salato il conto della democrazia. Cominciamo significativamente da Roma. E se proprio si vuole essere coraggiosi, in una città che si dice cosmopolita, si potrebbero dedicare le nuove targhe a Evo Morales presidente della Bolivia o a Lula presidente del Brasile: gli immigrati apprezzerebbero.
Se proprio non ve la sentite di cancellare subito i Savoia, lasciateli in moratoria come «già». Da domani, vorrei che i miei appuntamenti all’Esquilino fossero così: «Ci vediamo per le diciotto a piazza Evo Morales, già piazza Vittorio». La storia va avanti, questa città va avanti.

Roma, 25 giugno 2006

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