Alle feste, si sa, ci sono sempre degli imbucati. Sono amici di amici che hanno sentito dire di questa casa fantastica con terrazza stratosferica dove puoi abbuffarti di ogni ben di dio. E c’è buona musica, a volte addirittura delle band, e ragazze e ragazzi fichissimi, e anche signore e signori in grande spolvero che uno si sente ricco e in salute e acculturato solo a guardarli. Insomma, non è una cosa da buona educazione imbucarsi, ma accade. Un buon ospite non si dà pena per queste cose, un uomo di mondo non sta lì a far di conto delle tartine e dei vol-au-vent e se le bottiglie di prosecco basteranno.
Roma è diventata un po’ questa grande terrazza all’aperto dove una festa via l’altra. Veltroni stesso, d’altra parte, ormai si muove più come un padrone di casa che invita i cittadini che come un sindaco. Certo, c’è una gran cura del cerimoniale per gli ospiti di riguardo, quelli di rango che vengono da ‘fuori’, ma insomma una certa attenzione c’è per ognuno. In tutto l’ambaradam, poi, i domestici ci fanno il loro guadambio, chi fa la cresta, chi rubacchia sulle spese, chi si inguatta questa o quella cosa. Così va il mondo, e c’è soddisfazione per tutti.
Per gli zingari, no.
Gli zingari non possono entrare alla festa di Veltroni. Gli zingari rubano. E se c’è una cosa che mette in imbarazzo il padrone di casa è che a un invitato sparisca la pelliccia o la borsetta.
È curiosa questa assenza del criterio di responsabilità personale per gli zingari. Se ruba un tedesco, è Herr Dieter Schmitz che ha rubato. E va processato. Se ruba un francese, è monsieur Jean Pierre Dupont che ha rubato. E va processato. Se ruba un americano, non possiamo processarlo e basta, gli americani, si sa, non sono sottoposti ad alcuna giurisdizione se non a casa propria. Ma se ruba uno zingaro, non è il signor Dimitri Georgiu che ha rubato, no, sono «gli zingari». Un po’ come gli americani, ma all’incontrario. Vanno, cioè, processati tutti.
Ora, nell’anno -4 d.V. [dell’era dopo Veltroni] Veltroni ha avuto questa bella pensata: buttiamoli fuori dalla festa. Prendiamoli uno per uno dalla collottola e sbattiamoli fuori. Anzi, scortiamoli proprio fino a casa loro, per assicurarci che non tornino più. Magari gli diamo quattro soldi, si comprano due bocce di vino, arrostiscono un maialino, si ubriacano, ballano e suonano il violino, fanno quelle cose lì da folklore e stanno tranquilli. E così, nasce il viaggio in Romania. Come un vero «capo di Stato» il Primo console della ex-Repubblica romana incontrerà il capo di uno staterello e gli dirà di piangerseli lui, i suoi sudditi. Il perbenismo democratico di Veltroni è già stufo.
Ora, è bizzarra questa idea di una Roma cosmopolita, città aperta, culla della cultura, incrocio di razze e fedi, dove vengono a lavorare e a riposarsi architetti à la page, cineasti pluristatuettati, letterati dalle lingue esotiche, sceicchi arabi e oligarchi russi, con tutte le loro corti, ma non possono starci i pezzenti.
Era già accaduto con Rutelli e i barboni: a ridosso del Giubileo un gran daffare impegnò il Comune, con la fattiva pia opera della chiesa, a sgomberare le strade dai barboni. Non stava bene un esercito di elemosinanti, da medioevo, mentre la cristianissima Roma celebrava i suoi fasti moderni. Ci fu proprio un repulisti. I barboni ci guadagnarono qualche pasto caldo e qualche coperta. Poi, quando la kermesse finì e tutto era stato benedetto e santificato, ripopolarono le strade. Ma con gli zingari è diverso, perché è «alla fonte» che si vuole risolvere il problema, in Romania.
Ora, tutti sono contenti perché Clinton ha promesso di mettere Roma fra le città beneficiarie dei contributi della sua Fondazione; è un segno di internazionalità. E va bene. Però, se va bene l’internazionalità bisogna pure pagare qualche prezzo. Gli operai senegalesi dell’Ama International, a esempio, hanno detto chiaro e tondo che loro vogliono gli stipendi arretrati dal Comune di Roma, mica dal governo africano. Puoi dargli torto?
Se Roma è «attrattiva» lo è per tutti. Arriva di tutto, quando una grande città attrae, è vero. La sua «grandezza» sta nel trasformarli in cittadini. Sotto la statua del Marc’Aurelio dovremmo scriverli noi oggi quei versi di Emma Lazarus: Datemi le vostre stanche, povere masse affollate, bramose di vivere libere, i miserabili rifiuti della vostra brulicante costa. Mandatemi questi, i senza casa, tempesta scagliata contro di me, io innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d'oro! Magari in latino.
Roma, 17 giugno 2007
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