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04 Giugno 2004
Una visita importante |
E' quasi festa nazionale per l'arrivo del rappresentante della contea di Yoknapatawpha, ed è giusto che sia così. Roma è stata messa a lustro come neanche ai tempi di Italia '90 o del Giubileo del 2000, sono stati piantati alberelli qui e là, ci sono nuove illuminazioni stradali persino nei vialoni di periferia, hai visto mai, finalmente usciranno dai depositi dove parcheggiano tristi da anni i nuovi tram che fanno velocità e modernità, le scolaresche godranno di un giorno all'aria aperta, sventolando bandierine e festoni. Il tutto, per mostrarsi lieti e gentili, come si conviene quando arriva un ospite importante. Non tutti i romani sanno esattamente dove si trovi la contea di Yoknapatawpha, ed invero se la cerchi sulla carta geografica hai qualche difficoltà - è accaduto a tutte le maestre che se lo sono sentito chiedere da bambini troppo entusiasti: sta lì, conficcata nel Medio Oriente, ma pure lì quasi stritolata nel Sud est asiatico, ma anche lì, nella striscia tra le Americhe, e persino qui. C'è chi la vuole appartenente sino in fondo alla tradizione giudaico-cristiana occidentale, e chi invece la ascrive all'orientalismo. Sappiamo che è piccola, ma non proprio piccola piccola. Comunque non è un impero. Non conosciamo i loro abitanti: i pochi viaggiatori che ci sono stati dicono cose contrastanti: che sono scuri scuri, che sono chiari chiari, quasi albini, che sono bassi, che sono alti. Alla fine ci siamo convinti che assomigliano a noi. Sappiamo poco pure dei loro costumi: c'è chi li descrive abbottonati e tradizionalisti e chi invece discetta [in internet del materiale si trova, e circolano pure dei brevi saggi, dei samizdat] di liberalità e libertà radicate. Alla fine, ci siamo convinti che vivono come noi. Pure sulle loro abitudini culinarie non tutto è chiaro: chi li vuole vegetariani e chi carnivori, chi con un alto tasso di colesterolo e obesità e chi colpiti da fenomeni di anoressia: a ogni buon conto, nel menu della cena ufficiale hanno messo la pajata e il pesce di paranza, la coratella e i carciofi, e due spaghetti che li puoi condire pure all'aglio e olio sul momento. Qualche difficoltà l'hanno avuta gli uomini del cerimoniale, perché dovevano reperire le bandiere di Yoknapatawpha e nessuno sapeva come fossero: si sono informati e pare che basti prendere un colore di qua, una striscia di là, una mezza luna di qua e una stella di là, e ecco fatto. Fra i commentatori politici e i giornalisti che fanno opinione c'è un gran dibattere da giorni sul senso di questa visita: chi la giudica inopportuna e chi invece proprio a fagiolo [benché non dicano proprio così]. Non se ne capisce il motivo: umanitario - sono colpiti da una qualche epidemia? devono ripianare il debito estero? un nuovo mercato per i nostri prodotti? la partecipazione alla “coalizione dei volenterosi”? Ha sorpreso tutti la notizia che porteranno dei doni: i loro bambini giocano a biglie con dei diamanti grezzi grossi come noci che si trovano sulla spiaggia - non sono ancora riusciti a immaginarne un uso migliore. Vorrebbero far giocare anche noi. Per chi s'è allarmato, immaginando che un eccesso di condiscendenza potrebbe aprire la strada a un'orda di immigrazione, è arrivato il risultato d'un sondaggio - condotto da nostri 'agenti' sul luogo: nessuno ha intenzione di lasciare Yoknapatawpha, non ci pensano proprio. Tra i romani invece c'è gran curiosità: abituati a incrociare pure i marziani a piazza del Popolo [o a Montecitorio, per dire] si sono affezionati senza neanche conoscerlo a questo signore. Ricordate la visita di Gorbaciov? Beh, di più.
A Yoknapatawpha in questo momento non c'è la guerra: veramente, consultando non so quali libri s'è scoperto che la guerra non c'è mai stata, che non riescono proprio a rendersi conto di cosa significhi. Mah.
Roma, 4 giugno 2004
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