 |
|
|
19 Marzo 2006
Tutto sbagliato, tutto da rifare |
C’è un bar sulla Prenestina – non proprio sulla Prenestina, è una via laterale – dove ci puoi entrare solo se ti conoscono. Non c’è insegna sulla strada, non c’è vetrina, solo una porticina ricavata in una saracinesca. Bussi, qualcuno apre uno spiraglio, ti guarda. Se ti va bene, lo spiraglio si apre, tu passi in uno stretto corridoio con una lampadina da quaranta candele che fa luce da un muro tutto sbreccolato e poi arrivi in una sala ampia, forse un vecchio garage o un deposito, piena di fumo, con una ventina di tavoli e una miriade di persone che bighellonano attorno. In fondo c’è un bancone dove un signore coi baffi e una donna grassa servono caffè o bibite. Succhi di frutta, crodino, gingerino, chinotto. Qui non si bevono alcolici. D’altra parte non sono qui per bere.
Sono qui per incontrare Kostia.
Kostia è un uomo singolare: intanto appena lo vedi ti impressiona perché è alto come un pilone delle autostrade e grosso come un armadio a tre ante e capisci che ha una forza pazzesca. Una volta, che è stato poi quando l’ho conosciuto e dovevamo fare un trasloco, il furgoncino con cui ritirava le carabattole da trasportare non riusciva ad avvicinarsi al marciapiede perché c’era una panda parcheggiata male che occupava giusto lo spazio che sarebbe servito a noi. Kostia sputò per terra, girò intorno alla panda, abbassò le braccia fino al paraurti, la sollevò e la trascinò di un metro, un metro e mezzo più in là, come stesse spostando un vaso di gerani, una scatola. Pensai subito che dovevo farmelo amico.
Kostia è russo, o forse ucraino, o forse moldavo, non lo so e non gliel’ho mai chiesto, e se aspetti che te lo dica lui, che lui ti dica qualche cosa, fai in tempo a diventare nonno. Cioè, parlare parla, ma c’ha quelle due-tre frasi che ripete ossessivamente.
Una è: «Tutto sbagliato, tutto da rifare» – e la dice proprio come Bartali, dondolando il capoccione e un naso triste. Non so dove l’abbia imparata. La usa a ogni occasione gli capiti, mentre sta rollandosi una sigaretta e la gomma della cartina non attacca bene o mentre gli portano un caffè e si dimenticano il bicchiere con l’acqua o sta attraversando la strada e qualcuno non rispetta le regole o mentre impasta la malta e si accorge che c’è poco cemento e troppa sabbia o quando le rosette che ha comprato sembrano fatte con lievito di colla. Per lui è «Tutto sbagliato, tutto da rifare».
L’altra è: «Comunisti» – che accompagna sempre con una smorfia, come gli si fosse strozzata qualcosa in gola e non riuscisse a mandarla giù neanche a cazzotti. «Comunisti» in genere chiude il «Tutto sbagliato, tutto da rifare», nel senso che nel mezzo c’è una pausa, la smorfia, e poi arriva. «Comunisti» sono tutti quelli che incrociano il suo cammino, i netturbini che stanno chiacchierando all’angolo della strada invece di pulire, i commercianti che alzano i prezzi, gli ambulanti che vendono i cd fasulli davanti al supermercato, i poliziotti di quartiere che sembrano figurini, i caporali che lo scelgono all’alba per lavorare una o due giornate, quelli che parcheggiano male, i pensionati che giocano al lotto, i ragazzi con le felpe e i pantaloni a vita bassa che lumano le ragazzine agli angoli delle strade.
Non ho idea perché dica così. E non glielo chiederò mai.
L’ultima – almeno del repertorio che io conosco – è: «Si sta bene oggi». Piova a dirotto, ci sia il sole a levarti la pelle e asciugarti il respiro, tiri tramontana o il ponentino, per Kostia «Si sta bene oggi». Lo dice dopo aver guardato il cielo, o le nuvole, o il sole o quel che c’è, e essersi data con una mano una stirata alla camicia a quadri di flanella che porta invariabilmente in qualsiasi stagione. Ma la sua non è un’opinione strettamente metereologica, per cui ti arriva mentre state finendo un pezzo di pizza al taglio o state seduti a una panchina al parchetto del quartiere e affondate le mani nel saccoccio di carta con i semi di melone e di girasole da schiacciare fra i denti e sputarne le bucce.
Quest’uomo, capoccione e tenero, duro e leale, è un clandestino. Tutti nel bar malfamato dove sono andato a trovarlo sono clandestini. Non entri lì se non sei clandestino.
Era qualche giorno prima della corsa al numeretto per presentare le domande di regolarizzazione degli immigrati agli uffici postali. Volevo sapere da Kostia se aveva trovato qualcuno che gli sponsorizzasse la domanda e se aveva bisogno d’una mano – un ufficio autorizzato era a via Taranto, vicino casa mia e avrei potuto dargli un supporto logistico, una coperta, un thermos col tè, il bagno quando ce n’era bisogno. Quella sera al bar dei clandestini era tutto un movimento, con facsimile di domande che passavano di mano in cambio di pezzi da cento euro e tutto un giro strano di fotografie e permessi di soggiorno. A un tavolo c’era un tizio con dei tizi intorno, dei guardaspalle, che ogni tanto sbatteva dei timbri su qualche foglio. Se nessuno ti chiede niente, tu non chiedi niente: la regola numero uno è questa qui.
Kostia era a un tavolo tutto da solo, con la sua bottiglia di chinotto da 1 lt,5 – va pazzo per il chinotto quell’uomo. Gli chiesi se avesse pronta la domanda. In realtà ero disposto pure a prestargli qualche soldo se si doveva fare un ambaradam, pur di regolarizzare la sua situazione. Cominciò a scuotere il capoccione e il naso diventò più triste, se mai era possibile. Si guardò intorno e ruttò, insieme al chinotto: «Tutto sbagliato, tutto da rifare». Era un’impresa disperata la mia, quella di convincere quest’uomo a fare pure carte false per regolarizzarsi. Sapevo che era difficile per uno che lavora tre giorni sì e quattro no trovare un «datore di lavoro» – lui non pulisce il culo ai vecchi, non lava i piatti nei ristoranti, non annaffia i giardini dei signori, non potrebbe farlo neppure se volesse, con quelle mani che si ritrova. E poi ha un caratteraccio, lo ammetto. Ma ci provai lo stesso. Quando finii la mia filippica, non mi guardò neppure, sembrava essersi fissato su un punto lontano, là sul muro tutto sporco: «Comunisti». Chiuso il discorso.
Uscimmo a sgranchire le gambe, a prendere un po’ d’aria. Faceva freddo, i giorni di marzo quest’anno sono stati infami e io quasi tremavo, preoccupato per la mia laringite. Kostia si stirò la camicia a quadri sulla pancia e sputò: «Si sta bene oggi». Così, mentre ci salutavamo e lui mi stritolava un po’ nel suo abbraccio pensai che io voglio bene a quest’uomo e non voglio perderlo.
Sono poi passato all’ufficio postale vicino casa dove erano accampati centinaia di immigrati in attesa del loro ticket di speranza. In migliaia ne resteranno fuori, ancora di più non si sono neanche presentati, non hanno partecipato alla lotteria, come Kostia. Lavorano quando possono, bevono il loro chinotto, sputano semi. Inseguono i loro pensieri.
Mentre andavo via, un signore mi ha urtato, distratto com’era dal guardare quella lunga fila. Mi chiese scusa, e pure se sapevo perché tutte quelle persone stessero là, quiete – lui non ne aveva evidentemente idea. Scrollai la testa: «Tutto sbagliato, tutto da rifare».
Roma, 17 marzo 2006
|
 |
| [torna
su] |
 |
|
|