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salva invia
21 Novembre 2002
Smarriti
«Lo sa lei, lo sa cosa vuol dire? No, non lo sa. E come fa a saperlo? Il fatto è che nessuno lo sa, nessuno riesce a capire cosa significa. Qui è una tragedia di proporzioni inimmaginabili.»
Protetto dall'anonimato che gli ho garantito - benché io da molti anni riesca a garantire proprio poco e solo a pochissime persone, ma lui si fida - l'impiegato di Trenitalia è un torrente in piena, che tracima ogni argine di discrezione, di ruolo, di buon senso.
Quando ho letto la notizia non avevo messo bene a fuoco la cosa: certo, mi incuriosiva, i rimandi letterari erano straordinari: chiude l'Ufficio Oggetti smarriti della stazione Termini di Roma, inaugurato nel 1934. Chiude perché per legge [articolo 927 del codice civile] «gli oggetti smarriti vanno indirizzati al sindaco del Comune in cui è avvenuto il ritrovamento». Arrivederci e baci. Come se la Termini fosse una stazione qualunque, che so, Foligno, Castellammare di Stabia, Maratea. E non «la» stazione. La stazione «italiana». Il crocevia di questo paese.
Dal 1934 sono stati circa 100.000 [centomila] gli oggetti riconsegnati dall'Ufficio. Centomila. Centomila oggetti, centomila storie, centomila persone. Tutto schedato su foglietti ingialliti, su blocchi enormi e non utilizzati a pieno, su matrici accumulate alla rinfusa e smangiucchiate dai topi dell'incuria. C'è tutta la storia d'un paese in quei foglietti. La nostra storia.
E' questo che manda ai matti il mio interlocutore. Che ci fosse bisogno d'un ammodernamento, questo lo capisce pure lui, se lo augurava anzi, lo sollecitava. E, in fondo, la fine di quest'extraterritorialità della «stazione» a lui sta anche bene: il mondo è cambiato, la Termini non è più quella d'una volta. E non tanto perché vedi in giro più facce nere che in una piazza di Dakar o più facce slave che al mercato di Mosca. Per lui sono solo viaggiatori: i viaggiatori non hanno colore, razza, religione: solo valigie. Per lui, sono le valigie che sono cambiate.
Ma questo è l'oggi, è il domani. A lui - che ormai sta per andare in pensione - interessa solo quello che è stato, quello che non c'è più: quello che rimane scritto, attaccato a quei benedetti foglietti. Quando ti resta poco tempo per mettere ordine davanti a te, pensi che possa però essere sufficiente per mettere ordine dietro a te: è quello che sai, che hai sempre fatto, è meno «ignoto», più governabile. Non ti chiede mutamenti, solo dei sistemi.
Così, lui s'era fatto tutto un ragionamento: appena in pensione - gli manca poco -, avrebbe chiesto di salvare tutte quelle carte, di catalogarle, di disporle per benino. Lo avrebbe fatto aggratis, certo: era la sua polizza di longevità: per un qualche intuito capiva, sapeva che finché vi avrebbe lavorato era salvo: salvo dalla noia, salvo dal portare nipoti e cani a passeggio per i giardini, salvo dal fare il vigile volontario davanti le scuole per evitare il traffico internazionale d'una qualche canna tra ragazzini, salvo dai pomeriggi davanti la tivvù e le sere pure, salvo dal circolo degli anziani con tutte quelle teste di cazzo che non ha mai sopportato - ora votano pure berlusconi, sai che ridere alle serate di tango argentino con la sora Tina e il sor Lello.
Glielo doveva: glielo doveva alla sfollata di Trieste che s'era persa il lasciapassare e non sapeva come avrebbe fatto a tornare indietro, anima senza cielo, glielo doveva alla faccia di fatica di Misilmeri che s'era perso la lettera del parroco per andare a Ivrea a lavorare, e non sapeva firmare la ricevuta e gli baciò le mani e gli fece una bella X grande grande che ci rise per mesi, glielo doveva alla vedova del minatore di Marcinelle che s'era persa sul treno il medaglione con la faccia del marito morto - ma si può? -, e gli regalò un'arancia rossa come non le ha mai viste più, glielo doveva alla recluta a cui avevano sfilato il portafogli ma la foto della ragazza era rimasta - una bella bruna, riccia e diretta, che pelandrone s'era scelta!, glielo doveva al rappresentante di calze e chissà cos'altro che si disperava perché la moglie non gli avrebbe creduto mai che gli avevano fregato le pastarelle - puttaniere sfasciafamiglie, a Roma vai a farmi le corna -, glielo doveva alla «dentiera ignota» - così la chiamava - quel qualcuno che lasciò la protesi nel cesso del vagone e non venne mai a richiederla, doveva stargli stretta e sbilenca, roba della mutua, meglio masticare a gengive. La «dentiera ignota» era il suo monumento, la teneva in bella vista dentro un qualche liquido, come una dedica a tutti coloro che non erano mai venuti a riprendersi le cose dimenticate. Glielo doveva a quest'Italia sfasciata, distratta, che si dimenticava sui treni le lettere, i lasciapassare, i medaglioni con la faccia del marito morto, le dentiere e le pastarelle, perché pensava a altro, pensava a se stesso, pensava a niente, tutta presa dall'immediato, dal compagno di viaggio con la penna stilografica d'oro, dalla messinpiega fresca fresca della bella e prosperosa signora che sfogliava un giornale di stronzate sui savoia come promettesse chissà quale voluttà, dal moccioso che non smetteva di ruminare biscottini - che cazzo c'avrà al posto dello stomaco? Tiene i vermi poverino.
E lui, lui metteva riparo alle nostre distrazioni, come qualcuno che corregge i refusi. I refusi dei nostri gesti quotidiani: ogni oggetto dimenticato era un errore, una piccola frattura con se stessi, con qualcuno che ci stava a cuore, con un appuntamento da avere, un documento da portare, un qualcosa da regalare, un modo per ringraziare o farsi perdonare. Lui recuperava le cose che non potevano accadere, che non erano potute accadere e permetteva di accadere di nuovo: bastava una schedina da riempire e una firma da mettere in calce.
Certe volte, certe volte - mi dice - non voleva restituirli gli oggetti: bisognava meritarselo. C'erano alcuni che si presentavano con l'aria supponente e indifferente, non gliene fregava poi molto se davvero lo avessero trovato quel qualcosa, era per scrupolo che passavano da lì. E a lui quasi veniva voglia di dire che no, ci spiace, non c'è stata alcuna segnalazione, dopo aver fatto finta di scartabellare tra i suoi schedari - non ne aveva bisogno, dice, lui lo sapeva a memoria che cosa c'era nel deposito. Perché bisognava meritarsela la possibilità di far ripartire la nostra vita proprio là dove s'era interrotta, in quella frattura temporale, in quella dimenticanza.
E certe volte, quando si faceva l'asta per gli oggetti smarriti, lui selezionava il compratore: aveva messo su un sistema coi suoi colleghi per giocare al rilancio se quello che voleva acquistare a tutti i costi quella determinata cosa non gli sconfinferava: e che cazzo, non puoi comprare a prezzi stracciati il refuso d'un altro uomo, un frammento di vita.
E adesso? Adesso «una tragedia di proporzioni inimmaginabili», la decisione di azzerare tutto con lo spostamento di luoghi e competenze: tutto il contenuto del magazzino verrà messo all'asta, distrutto quello che avanzerà, cancellata definitivamente ogni traccia - moduli, schede, blocchi, registri - del passato. Una memoria nuova di zecca per ogni dimenticanza nuova di zecca. Finito, tutto finito. Niente lavoro di archivio, niente catalogazione, niente salvezza da un pensionamento di merda.
A lui toccherà il circolo degli anziani. E a noi? Non ci staremo smarrendo qualcosa?

Roma, 31 ottobre 2002
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