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30 Marzo 1996
Sesso e Lavoro sul finir del secolo |
Accade dunque al Sesso, sul finire di questo secolo (di questo millennio) di vedersi accomunato al Lavoro, ovvero di assistere al vanificarsi di uno degli impegni più perspicui dell'umanità nel suo cammino: separare la sfera del godimento e del piacere da quella della fatica e della riproduzione. L'attenuarsi di questa separazione avrebbe potuto alludere ad una straordinaria rivoluzione: l'accostarsi della sessualità al lavoro poteva comportare lo sprizzare d'un godimento, di un piacere del corpo e dell'anima nel realizzare, nel creare oggetti dell'immaginazione produttiva umana. La stessa immaginazione produttiva se ne sarebbe avvantaggiata, dispiegandosi verso il gioco e il piacere (che sono i caratteri d'una sessualità libera), piuttosto che verso il consumo e il profitto, come avviene oggi solo per prodotti particolarmente costosi pensati per un pubblico d'élite. Lo stesso valore d'uso d'una merce sarebbe stato riconsiderato da un valore tempo modificato (duraturo e tenace come è il tempo della sessualità). Accade invece che questo accostamento si sia sviluppato come un processo generale di involuzione.
Il viaggio attorno un universo inesplorato: il proprio corpo
Proviamo a dipanare il filo di quest'osservazione per intanto dal lato del lavoro: la più potente rivoluzione dei mezzi di produzione mai fatta dall'uomo ci consentirebbe di sottrarci alla dannazione del sudore (della fatica) per strappare alla scienza (natura) il nostro sostentamento (ed è davvero così, come se in un sol balzo facessimo nostra la bella sequenza del film di Kubrik Odissea 2001, quando la scimmia lancia in aria il suo femore-arma e lo ritroviamo come un'astronave lanciata nello spazio). Abbiamo sotto gli occhi la possibilità di uscire dalla preistoria dell'uomo. E, ovviamente, non nel senso di immaginarci in ambienti asettici e bene illuminati, circonfusi di musica celestiale ma pur sempre alla catena (un po' come accade alle mucche da latte). Bensì proprio nella determinazione di superare per certi versi la nostra stessa finitezza umana, quella della condanna a produrre, vivendo questo peccato di presunzione senza più paura. Riscattando Prometeo, finalmente.
Ed invece la capacità generale, ovvero il bisogno e il talento collettivo, viene mortificata, frustrata, repressa, sterilizzata, infibulata dal dominio del Denaro, dal Potere. Tanto più insopportabile, quanto più nessuna metafisica, nessuna religione, nessuna superstizione può renderci ormai ragione (illusione) dell'ergastolo del lavoro. La creatività generale, quella disposizione al bello e all'utile che è in ogni uomo, viene sepolta sotto valanghe di necessità brutte e inutili (come lo sono tutte le necessità). E come coloro condannati a scavare con le proprie mani la fossa in cui cadranno sotto i colpi dei carnefici, continuiamo a produrre insensatezze che poi compriamo.
Questo stesso insopportabile fardello e questo stesso insopprimibile anelito di libertà si intrecciano nelle considerazioni sul sesso. Laddove la conquista di una moralità più leggera (da portare con sé magari sempre, ma come arnese da scasso, utensile da lavoro e non croce di Golgota), la scoperta del continente, del pianeta più importante mai fatta da viaggiatore umano, quella del proprio corpo, della propria carnalità e di quella altrui, quella delle infinite possibilità di questo corpo (tanto quante infinite sono le possibilità di esperire altri esseri umani) di toccarsi, di toccare e di essere toccato, l'irrompere lieto e doloroso (come solo può esserlo l'universo femminile) delle donne, sempre più visibili, anzi finalmente visibili, e il contemporaneo incrinarsi della prepotenza maschile (a cominciare dal guardare dritto negli occhi la propria omofobia), tutto ciò poteva farci sperare di arrivare alla boa del millennio senza immaginarci terrorizzati dal desiderio, in disarmata attesa della salvazione o della dannazione eterna. Avremmo voluto agire il desiderio come invenzione, come molla delle scoperte scientifiche, quelle che ci hanno liberato dallo scorbuto e dalla malaria, dalla peste e dalla tubercolosi. Il desiderio ci avrebbe finalmente liberato dalle malattie dell'anima, dalle deformità dei corpi, perché avrebbe sancito come desiderabile ogni corpo e ogni anima. Il sesso sarebbe stato sensualità, tattile materialità che esperisce il mondo con la disponibilità e la sovversione dell'infanzia, ma carico anche della maturità di chi si rimette sempre in discussione, ne è felice anzi, proprio a cominciare dai suoi desideri di corpo, di istinto, come vero anatema contro la morte.
Il sesso è stato messo al lavoro
Ed invece un'orribile coazione al sesso, una sovraesposizione di carne, una ridondanza di corpi ci provoca una sovrasaturazione del desiderio, un suo intasamento, con un effetto di esalazione che soffoca l'istinto, lo ottunde. Siamo annichiliti dal sesso, perché sovreccitati e quindi sempre fuori tempo e registro, ammutoliti nella ricerca di parole per la seduzione perché sembrano essere state dette tutte, distrofici nell'assumere pose corporali che possano degnamente attirare lo sguardo dell'altro - e il nostro stesso sguardo - perché ormai anche i trapezi sono stati scaldati, privi di immaginazione negli approcci e nell'incontro, surrogando questo con il ripasso di spezzoni filmici o televisivi, quindi ormai solo capaci di ripetizione nell'amore e non più di invenzione. Il sesso è stato messo al lavoro, esso produce la più terribile delle merci inquinanti, la lenta caducità del desiderio. Da quando è scappato via, amorino licenzioso, da sotto le gonne vittoriane o le tonache di sacrestia, il Denaro e il Potere, profondamente amorali, ne hanno inseguito i passi, ne hanno amplificato i sussurri, ne hanno sfregiato gli ammiccamenti. Era stato capace persino di prender cappello e alzarsi dal lettino viennese, e trovare nella lotta collettiva di donne e uomini un senso diverso, pieno. Invece è rimasto irretito nella orribile microfisica del Denaro. Messo in fabbrica, quella fabbrica universale che è ormai l'intera società, esso produce Potere, patetica e pietosa fine per chi è sempre stato portatore sano di sovversione.
Nella loro opposta specularità, lavoro e sesso si accomunano quindi. Il lavoro viene mortificato, privatizzato ovvero sottratto all'intelligenza della cooperazione sociale; il sesso viene sovraesposto, ovvero reso pubblicamente ostensibile, ma l'uno e l'altro si allontanano dalla possibilità di viversi come liberazione, anzi diventano coatti. Il lavoro, si allontana dalla creatività, per diventare servit-, il sesso si allontana dalla spontaneità del desiderio, per diventare virtualità, dematerializzandosi. Non c'è mai stato un periodo della storia in cui il sesso sia stato così impalpabile, afasico come adesso, quando viene sommerso di corpi esposti e parole. Non c'è mai stato un periodo della storia in cui il lavoro sia stato così insensato, privo di fine come adesso, quando la riproduzione è facilmente possibile e il fine diventa la riproduzione coatta (e non il godimento di una buona vita o di una buona morte).
Sesso minimo garantito?
Fin qui gli accomunamenti, nella perdita della forza sovversiva e nello smarrimento di fronte ad un Dominio che schiavizza la portata di liberazione. Non andrei oltre. Confesso che ci ho anche provato, immaginando un Programma di Grande Riforma sul Sesso che facesse piedino ad alcune battaglie dal lato del mondo del Lavoro. E' noto, ad esempio, che attorno la questione della riduzione d'orario di lavoro si giocano alcune possibilità di mantenimento dell'occupazione. E' una parola d'ordine che ruota attorno la possibilità di ridistribuire il monte-ore di lavoro annuale tra lo stesso numero di occupati, per impedire che alcuni vengano licenziati e gli altri facciano una quantità di lavoro maggiore. Pensavo: si potrebbe ipotizzare una ridistribuzione del sesso? Una sorta di misura pubblica per fare in modo che a ciascuno tocchi una quota di sesso, evitandone una concentrazione eccessiva in alcune aree e una povertà assoluta in altre? Oppure ancora, battersi per un sesso minimo garantito, come una provvigione, uno zoccolo duro di sopravvivenza sessuale che viene dato in dono a ciascuno, e che ciascuno può utilizzare con parsimonia o sperperarlo subito, può provare ad investirlo o piuttosto goderne immediatamente i benefici? Queste misure avrebbero il tono di rendere il sesso come pratica socialmente utile, proprio come si pensa di riconvertire il lavoro operaio licenziato a spazzare i giardini pubblici o a far attraversare la strada ai bambini in uscita dalla scuola, per renderlo socialmente utile. Eppure queste misure riformiste, e di buon senso, verso il lavoro, da applicare al sesso, verso una sorta di sesso keynesiano, mostrano la corda. Non solo, ma esse, nella loro fragilità, ci illuminano. Se suonano blasfeme queste ipotesi di riforma del sesso (e quindi ci spingono a ritrovare le radici e le ragioni di una nuova rivoluzione sessuale), esse mettono a nudo l'insoddisfazione che sentiamo quando le vorremmo applicate al lavoro. Ovvero, l'impossibilità d'una pratica riformatrice e illuminista sul sesso, ci chiede a gran voce l'impegno rivoluzionario sul lavoro.
Perché di questo si tratta: se il godimento (sesso) è stato messo al lavoro (produce Denaro e Potere), e se la fatica (il lavoro) potrebbe invece, per le possibilità scientifiche e produttive odierne, essere attività ludica e creativa (godimento), significa che è saltata la vecchia dicotomia piacere/dolore, almeno così come essa si rappresentava. Ed è saltata perché la figura di transito di questa dialettica, l'ascesi, quella distanza dalla carne che permetteva il godimento nella spiritualità, quella separazione dolorosa dal mondo, dal corpo per trascendersi nel piacere assoluto della propria trasparenza, in un aldilà del corpo (e ci riferiamo in particolare all'esperienza delle sante), è tutt'intera Produzione. Il Pensiero Rigoroso, ovvero scientifico nella conoscenza dei dati e mistico nella sua perenne speranza di creare il mondo, cioè l'ascesi con le sue terribili pratiche ed esercitazioni per essere davvero sottile come il rasoio del giudizio e intenso come le passioni che voleva governare, il Pensiero Rigoroso ,cioè l'ascesi, è ormai Macchina. Computer, Macchina intelligente, Intelligenza artificiale, Artificio (manufatto) dello Spirito che governa i nostri sensi, che domina la nostra possibilità di sensualità. L'ascesi domina il lavoro.
Il lavoro è osceno
E allora non è più possibile agire un lato della dialettica contro l'altro, non è più possibile pensare la carne come ancora sovversiva (come in tutto il Seicento), irriducibilmente anti-sociale, da mitigare, sublimare, nascondere, per limitarne la portata di abbagliante verità contro il Potere. E non è più possibile pensare la Ragione (lo Spirito, l'Intelletto, e quindi oggi il Lavoro) come il recesso della conservazione, perché esso materialisticamente progredisce. Questo semmai è vero: che il lavoro oggi è osceno (e per suo tramite lo Spirito e l'Intelletto), lavorare è uno scandalo; ed è vero pure che la carne è edificante. L'etica pubblica ha abbandonato quel ferravecchio del pudore (del nascondimento), per edificare la sua Morale sulla Esposizione Universale dei Corpi. E quanto questa ideologia sia penetrata nei comportamenti collettivi, quanto ci abbia omologati, basta dire: le puttane di tutto il mondo si assomigliano (il loro rossetto, le loro calze, le loro collanine). Tristemente.
La carne, il Sesso è quindi oggi ideologia. Lampante, accecante, dominante. No, davvero, non si può agire il sesso con coscienza tranquilla. Ogni atto d'amore consumato oggi, ogni carezza, ogni sguardo, ogni frenetico o lento gesto è un atto controrivoluzionario. Non c'è alcun riparo, di coppia o orgiastico, di solitudine o di virtualità, alla terribile sottrazione dei nostri sensi e del nostro godimento che ci viene imposta. E persino la castità (che è un grande atto d'amore) è oscena, anzi è il più osceno dei gesti, perché il supremo tentativo di frapporre l'Individuo alla potenza collettiva. Che è orribilmente distorta, ma irreversibile.
Su questo ultimo crinale potremmo porre la riflessione ulteriore. Alla pubblica e ideologica accecanza del sesso opporrei oggi un bisogno di sfumature e di ombre. Più della lampante esposizione dei corpi (che si sottraggono così, nel loro essere visti in un flou levigato a tutto campo, alla funzione radicale della critica, che ha bisogno di porosità, rugosità, appigli), abbiamo bisogno di chiaroscuri (nel senso in cui Barthes diceva che la sovversione crea il suo chiaroscuro) E' solo attraverso le ombre e le sfumature che possiamo provare a ridare materialità al sesso, quella laboriosa materialità che è sempre stata la chiave di accesso ad una lettura materialistica del Denaro (e quindi del Potere). Il Denaro (astratto) è letto materialisticamente solo attraverso il potere che esso dà sui corpi altrui, e quindi, per questo tramite, sulla possibilità di "incarnare" il proprio: è la questione della proposta indecente con cui stabilire il prezzo per comprare qualsiasi uomo o donna. Ma proposta indecente è ormai qualsiasi contratto di lavoro, lo scambio denaro-lavoro-denaro, la mercificazione del lavoro (e quindi la sessualizzazione del lavoro).
Per una politica sensuale
E allora abbiamo bisogno di ridefinire la dimensione pubblica del nostro essere corpo sociale. Non c'è alcuna scorciatoia privatistica o di gruppo affine. E la dimensione pubblica è una dimensione politica: abbiamo bisogno di una politica del sesso, di una politica sessuale, di una politica sessuata, abbiamo bisogno di una politica sensuale (materialistica) che sia capace di riattraversare questa socialità mortificata e avvilita per svincolarne il potenziale di libertà. L'arte politica weberiana, l'arte politica del Novecento, è già finita nelle cartelline dei manager che programmano il reenginering. C'è forse il bisogno di riscoprire quella perversione infinita che è l'atteggiamento rivoluzionario da sbattere in faccia alla normalità riformista e borghese mascherata da trasgressione superficiale (nel senso che si basa sulla superficie esposta dei corpi). Riscoprire, toccare la sensualità della differenza dei corpi, agita contro l'omologazione, agita contro il corpo ridotto a soma da lavoro (quand'anche imbellettato e patinato) è un processo che può darsi solo collettivamente, pubblicamente, anzi repubblicanamente. Dove la pubblicità è quell'azione di lotta democratica, che costruisce spazi e momenti di libertà, in cui, il timore dell'altro, e quindi il desidero di viaggiare verso la scoperta, diventa possibilità di conoscerlo. Il calore della comunità umana è calor bianco quando ci si batte, soprattutto quando ci si batte contro essa. Non c'è davvero altra strada: riappropriarci della dimensione pubblica del sesso significa spingerlo a riprendere il suo cammino di liberazione, quel cammino oggi interrotto da una stanca e ossessiva ripetizione del già visto; significa pregare perché sfondi il tetto del prestabilito e possa di nuovo sorprenderci. Non è in fondo proprio qui, nella scoperta, la carica eversiva del sesso, quella stessa che l'attività libera creativa (il lavoro vivo) oppone al lavoro ripetitivo?
Timidi, curiosi e ignudi, noi stessi espositi come i bimbi napoletani figli di nessuno nella ruota ecclesiale perché le mani provvidenziali della lotta collettiva ci raccolgano, ci avviamo verso il secondo millennio.
Roma, 30 marzo 1996
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