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06 Luglio 2002
Servitori dello Stato |
Deve esserci un qualche sadismo connaturato allo Stato che gli fa mandare soli i suoi uomini alla morte. Detta così sembra che lo Stato sia antropomorfo, un qualche Minosse annidato nel recesso e nel cuore del Palazzo. Può dirsi altrimenti allora. Ci dev'essere un qualche destino che abbandona a un certo punto gli uomini dello Stato più esposti, perché vadano soli alla morte. Suona un po' diverso. Non cambia granché.
Questa mostruosità dello Stato è sapere antico in Sicilia. Quello non solo è irriconoscente, ma finisce sempre col lasciare ammazzare i suoi uomini. Se così accade, perché mai dovresti servirlo allora? Meglio, molto meglio starne lontano. E forse anche per questo l'accanimento, la dedizione con cui certi uomini restano al servizio dello Stato procura rispetto in certi suoi nemici. Per quell'essere uomini dello Stato nonostante lo Stato, malgrado lo Stato.
Buscetta rispettava Falcone, forse a quel modo tutto suo con cui i mafiosi portano rispetto a altri uomini, ne riconoscono la fibra, il temperamento, la "sostanza". Falcone saltò in aria con la moglie e la sua scorta al culmine di un braccio di ferro con mezz'Italia politica e giudiziaria che ne temeva l'accentramento di potere. Le sue analisi, i suoi appelli erano inascoltati. Anche Borsellino saltò in aria con la scorta, e anche lui sentiva attorno a sé il vuoto. Era successo pure a Chinnici, continuò a succedere a altri. A volte questi uomini sentono l'avvicinarsi della morte e quando capiscono che è vicina a ghermirli preferirebbero non coinvolgervi altre persone, a cominciare dai "ragazzi delle scorte". Deve pesare su di loro la responsabilità di sapere esposti al massacro inevitabile altri uomini e donne cui si porta affetto e che sono lì a coltivare un'illusione di protezione.
Il generale dalla Chiesa fu ucciso con la giovane moglie in una piccola utilitaria senza scorta. Anche qui accadde al culmine di una lacerazione con il potere romano su compiti e pertinenze di un ruolo, inascoltate richieste di un cambio di rotta, di segni visibili e tangibili d'un impegno. Non ebbe udienza.
Dico della Sicilia perché forse qui questo connubio di servizio-solitudine-ammazzamento, che è lo gnommero del ragionamento e il suo mistero, si era finora mostrato più eclatante.
La morte di Marco Biagi, nel cuore di Bologna, nel cuore di un'Italia così diversa e lontana, non cambia molto questo ragionamento, semmai riporta a certe parole di Sciascia sulla sicilianizzazione del Paese.
Nel 1976 Sciascia aveva appena pubblicato I pugnalatori di Palermo. Quella raccontata era una storia autentica: nella notte del primo di ottobre dell'anno 1862, tredici persone, in altrettanti punti di Palermo, cadono sotto i coltelli di misteriosi assalitori. Uno di essi viene inseguito e catturato con indosso l'arma sporca di sangue fresco. Stremato dagli interrogatori, confessa la "orribile macchinazione" che ha sconvolto Palermo [e Roma], fa i nomi dei complici, persino quello dell'insospettabile mandante: Romualdo Trigona, principe di Sant'Elia, senatore del Regno, "forse l'uomo più ricco, rispettato e potente di Palermo". Gli inquirenti non credono al sicario: pura calunnia. E sulle prime non gli crede neppure Guido Giacosa, il magistrato piemontese da pochi mesi a Palermo. Poi, una serie di attentati lo costringe a riaprire l'inchiesta: con risultati clamorosi e il "caso Sant'Elia" diventa un vero e proprio "affare di Stato che nessuno ha interesse a svelare".
A un certo punto dei Pugnalatori, Sciascia scrive di un particolare fenomeno: la "sicilianizzazione". Spiegò così: "… All'epoca dei Pugnalatori [siamo nel 1862], si cercava di piemontizzare, se non italianizzare, la Sicilia sulla spinta degli ideali del Risorgimento, non fosse altro per dare un senso alla spedizione dei Mille, al più consistente [come territorio] Regno d'Italia savoiardo. E dunque il processo di sicilianizzazione dell'Italia non era ancora cominciato. Ma la sconfitta di Giacosa, il giudice piemontese alla caccia dei pugnalatori, si doveva a una classe dirigente italiana che ancora annaspava a trovare la chiave del dominio, di tipo coloniale, sulla Sicilia, e credeva di poterla trovare nei Gattopardi...".
Non saprei dire bene perché quest'idea di una nuova classe dirigente che annaspa a trovare la chiave del dominio e la gestisce con i Gattopardi mi suona ancora convincente adesso.
Sciascia non amò molto il libro di Tomasi di Lampedusa quando venne pubblicato - con gli anni però il suo giudizio divenne molto meno severo e finì con il considerarlo un'opera la cui lettura andava consigliata. Si convinse, con il tempo, che la costante della storia siciliana [e voleva dire della storia nazionale] è il cambiar tutto per non cambiar niente, il criterio principe del principe Tancredi Falconeri, il Gattopardo.
Non so se può ritrovarsi una qualche misura di questo nel giro di poltrone al ministero dell'Interno affetto dal "caso Biagi": sarà scetticismo il mio e disillusione, però un po' lo temo questo cambiar tutto per non cambiar niente, né ho sentito un pur timido accenno di valutazione, di esame, di analisi sull'operato degli apparati: così, fuori Scajola e dentro Pisanu. La nave va.
Le lettere di Marco Biagi ricordano molto le lettere di Aldo Moro: certo, diverse, terribilmente diverse le condizioni: ma c'è qualcosa di simile in quello che il presidente democristiano nelle mani delle Brigate rosse definì "il lucido sgomento di chi è rimasto solo". All'uno e all'altro il meglio che sia capitato è stato d'essere considerato un visionario, di non essere in condizione di intendere quel che lui stesso diceva, di "inventare". Benché le lettere di Biagi per certi versi facciano anche più impressione: fa impressione che a una qualunque idea di "servizio pubblico" possa essere sovrapposta la paura: non tanto l'idea della morte quanto di una sua ineluttabilità.
Annotava Luigi Calabresi: "3.11.71. Mi pedinano. Due giovani. Rilevato targa mia vettura". Scrive Giuseppe D'avanzo: "Per due anni, Luigi Calabresi fu un uomo più solo di una casa sgomberata… Decise di difendersi, da solo. Avrebbe preferito che lo facesse lo Stato. Da Roma, dal Viminale arrivavano soltanto pressioni perché querelasse. Come se quell'accusa dovesse bruciare soltanto nella sua carne e non nella credibilità dell'istituzione che egli serviva… Quando Gigi mi annunciò che avrebbe querelato Lotta Continua la mia reazione fu netta: 'Non lo devi fare', ricorda la moglie Gemma. 'In questura vogliono che io quereli, mi daranno un buon avvocato', rispose. 'Ma chi è che lo vuole, il questore?', chiese la moglie. 'No, proprio il ministero'…".
Un uomo più solo d'una casa sgomberata. Non aveva scorta, anzi neppure la pistola, come dalla Chiesa. Alla moglie che gliene chiedeva conto disse: ".. Avere una pistola non mi servirebbe a niente". Lucida consapevolezza, di chi proprio conosce gli ingranaggi, i meccanismi, terribile consapevolezza.
Moro non chiese mai durante i 55 giorni della sua prigionia che fine avessero fatto il maresciallo Leonardi e tutti gli altri della scorta: non era indifferenza, era consapevolezza della morte già aleggiata e ancora incombente, un ormai inutile attestarsi a far domande. Come di fronte a un destino irreparabile o a un infernale meccanismo: chi serve lo Stato è abbandonato a se stesso. Un sacrificio all'orribile Minosse. Come fosse un torto, uno sfregio fare il proprio servizio.
Le parole sono pietre, è vero. Devo aver detto anch'io qualcosa contro il Libro bianco, contro Marco Biagi, come un sasso contro una vetrina. Ma quelle dette dallo Stato contro Marco Biagi sono pietre tombali.
Roma, 6 luglio 2002
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