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03 Maggio 2006
Quattordici ore
«Se quattordici ore ti sembran poche. E di filato. Ho montato stamattina alle sette, smonto alle ventuno. Per quattro giorni di seguito. Poi, ho due giorni dalle sette alle quattordici. E poi, un giorno di riposo. Con la disponibilità, però. Cioè, può capitare che ti chiamano, per sostituire un collega o perché c’è bisogno di un uomo in più da qualche parte. E ciao riposo. Non è che mi lamento, con l’aria che tira, che ad avere un lavoro ti senti già un privilegiato, però, ecco, diciamo che è dura».
Massimo è un vigilante, di quelli addetti alla sorveglianza, di quelli che con la divisa e la pistola fanno il loro mestiere. È giovane. Ha una faccia aperta, uno sguardo franco e un sorriso simpatico. Non è alto di statura, ma il corpo è solido e compatto. I capelli, che porta corti e ordinati, stanno insieme col gel. Lo vedessi in jeans e giubbotto, forse indovineresti lo stesso che fa questo lavoro.
Ero a una riunione presso una struttura istituzionale – vorrei soprassedere su alcuni dettagli – ma non ce l’ho fatta più a non fumare e sono sgattaiolato fuori ad accendermene una. Non sapevo se in quell’angolo fosse permesso, e ho chiesto a lui, che stava dietro una specie di gabbiotto dove dava indicazioni ai visitatori e rispondeva al telefono: lui ha spalancato una finestra e mi ha detto «Ora si può. Anzi, se mi fa accendere…». E così ho tirato fuori il mio zippo, avvertendolo però che avrebbe sentito poi l’odore di benzina sulla sigaretta. «Lo so, lo so, ce l’avevo anch’io in Kosovo». È così che ci siamo messi a chiacchierare.
«Il mese scorso ho fatto 302 ore – io ho fatto mentalmente due calcoli, e farebbero 10 ore al giorno, senza turno di riposo. Ho preso 400 euro in più in busta paga, perché poi ce lo pagano proprio una miseria lo straordinario, e così sono arrivato a circa milleduecento. Che vanno bene. Guarda, davvero, non mi lamento. Non è che qui si faccia tanta fatica. Ma devi stare sempre all’erta, devi essere sempre disponibile, non puoi allontanarti un attimo e quattordici ore di fila così ti stroncano. Di noi, di noi vigilanti, si parla solo quando veniamo sparati, per una rapina, l’hai sentito che giorni fa hanno ammazzati tre dei nostri? Noi diciamo che siamo l’ultimo ostacolo. Ma tu pure capisci che cosa significhi, no? E tirare fuori la pistola è brutto, molto brutto».
Mentre dice così poggia la mano sul revolver che porta al cinturone. Vorrei dirgli che lo so anch’io che tirare fuori la pistola è brutto, molto brutto. Ma penso che dovrò soprassedere a più cose in questa storia.
«A dicembre scorso dovevo andare in Iraq. Ma non me la sono sentita, e ho acchiappato questa occasione. Con i miei vecchi compagni ci telefoniamo ogni tanto, qualcuno c’è andato. L’ultima volta che ho parlato con un amico laggiù piangeva al cellulare, non ce la faceva più. Tu non mi crederai, ma sentivo fischiare i colpi. M’ha raccontato che dovevano distribuire dei pacchi-dono alla popolazione e poi hanno scoperto che ogni tre pacchi uno era una bomba. Se ne sono accorti col metal detector, giusto in tempo per evitare una strage. Non so come fossero arrivati. No, davvero, non mi lamento».
Vorrei chiedergli della guerra, ma in quel momento arriva un suo superiore che sta facendo probabilmente un giro di controllo, gli chiede delle carte, si mettono a confabulare. Arrivano anche dei visitatori e Massimo spiega dove stanno gli ascensori, il piano a cui devono andare, cose così. Poi mi chiamano per rientrare alla riunione.
Io non ho la più pallida idea di quanti siano i «reduci» delle nostre ultime guerre, cioè degli scenari di guerra in cui l’Italia è intervenuta negli ultimi anni, il Kosovo e l’Iraq, qualunque fossero la dicitura, diciamo così, di «intestazione» e le regole di contratto a cui erano obbligati i soldati.
Dalle cronache e dalle biografie che poi ne sono emerse, c’è stato sicuramente un travaso di uomini dalla prima alla seconda, a volte in forma di continuità del servizio militare a volte in forma di servizio «privato» – i vari contractor di varie agenzie a cui venivano e vengono appaltati molti «servizi». La guerra è da sempre anche questo, uno sporco affare per chi ha il pelo sullo stomaco da approfittarne. Come dice Jodie Foster in INSIDE MAN ricordando la battuta di un famoso banchiere internazionale «quando il sangue comincia a scorrere, è il momento di comprare». Tra i resti e gli ossi del lauto pranzo si aggirano i «militari», quelli che hanno imparato a uccidere, che hanno imparato a disporre della vita e della morte di altri uomini.
Giuseppe Prezzolini ricorda nel suo L’ITALIA CHE FINISCE l’opinione di Benedetto Croce riguardo i reduci della Prima guerra mondiale e il loro ruolo fondamentale nell’ascesa del fascismo, di cui costituirono una sorta di «ossatura» [e lo stesso può dirsi del nazionalsocialismo in Germania]. Croce definiva «spostati» quei reduci, termine che io penso possa intendersi come «privi di posto», ovvero «spaesati», nel senso che il territorio che aveva impregnato il loro sguardo e i loro movimenti e pensieri era quello di guerra e nel senso che il ritorno a casa li riportava a un territorio che non riconoscevano più come proprio. Questi «spostati» rimanevano in patria, mentre altri italiani emigravano in cerca di posti per pane e lavoro e dignità. Lo spostato rappresentava un elemento d’incertezza e d’insoddisfazione. Benché alcuni di loro fossero impegnati nelle lotte dei lavoratori [per tutti, basterebbe ricordare Emilio Lussu], il movimento dei reduci non trovò mai sostegno «a sinistra», anzi. L’odio contro quella guerra e i lutti e le devastazioni e i disastri che aveva portato gli era rimasto appiccicato addosso. Gli «arditi» aderirono ai «fasci di combattimento», con quel che ne seguì.
Una cosa completamente diversa accadde invece negli Stati uniti, per i «veterani» del Vietnam, che divennero una delle figure centrali dell’opposizione dei movimenti e dell’opinione pubblica contro quell’assurda guerra «contro il comunismo», o altrimenti detta «per la democrazia». Se ne trasse anche un bel film, NATO IL 4 DI LUGLIO, con un giovanissimo – e mai più così bravo – Tom Cruise.
Ma un vero «spostato» era John Rambo, personaggio di un buon libro sui reduci del Vietnam, quel FIRST BLOOD di David Morrell che divenne poi il Rambo di Sylvester Stallone e fece la sua fortuna cinematografica. «His name was Rambo, and he was just some nothing kid for all anybody knew, standing by the pump of a gas station at the outskirts of Madison, Kentucky». Il suo nome era Rambo, e chiunque lo conoscesse sapeva che era meglio scherzarci poco, ora che si era fermato alla stazione di benzina della periferia di Madison, Kentucky.
Un incipit di grande efficacia.
Il mio Rambo, Massimo, non c’entra niente con tutto questo. Anche lui è uno «spostato», ma credo per tutt’altra via e tutt’altri modi, quella che vede «spostati» milioni di giovani disposti a qualunque orario di lavoro, a qualunque straordinario, a qualunque salario, a qualunque mestiere.
Però, ne avrebbero di che incazzarsi.

Roma, 27 aprile 2006
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