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16 Giugno 2007
Politica e gossip |
La mediatizzazione della politica è un fenomeno abbastanza recente nel nostro paese. Probabilmente perché più recente che altrove è il processo di «maturazione» dei mass-media e perché in Italia la «resistenza» della politica alla permeazione dei mass-media è stata a lungo più forte per la dimensione di massa dei canali principali di attività politica, i partiti e i sindacati. Questi canali di associazione sociale funzionavano anche per l’informazione e la comunicazione, per sapere e per capire. L’onda lunga anomala dei movimenti sociali, iniziati alla metà degli anni Sessanta e protrattisi per più di un decennio, che intendevano la politica principalmente come azione sociale, di base e di massa, rafforzavano questa resistenza.
Come storicamente per molti altri fenomeni in Italia, le radici del cambiamento sono qui drammatiche: i 55 giorni del caso Moro. Per la prima volta in maniera eclatante un evento di significato politico straordinario, cruciale, è totalmente lontano dall’azione sociale, indifferente all’azione di massa, che rimane, durante quei 55 giorni, semplicemente spettatrice. Attraverso i canali politici dell’azione e della comunicazione sociali, non c’è proprio modo di sapere alcunché. I mass-media, d’altro lato, scoprono la capacità di catalizzazione dell’attenzione di massa, diffusa, concentrata in picchi e pure dilatata nel tempo. Sono, davvero, l’unico «mezzo» in grado di dare una risposta alla «fame di notizie» sociale su un evento politico, e non più solo di cronaca, in particolare di «nera», come era sempre stato sino a quel momento.
Peraltro, quasi tutto cambia nei mass media proprio poco dopo: con la tragedia di Vermicino del 1981, per la prima volta la «vita in diretta», quindi la drammatizzazione, che è costruzione «poetica» di un evento, e la teatralizzazione, che è la sua messa in scena, incolla milioni di persone in contemporanea e mentre il fatto si svolge: il format televisivo prende il sopravvento sul canovaccio, il racconto sociale non costruisce più narrazione, opinione ma commento a quello che ci viene fatto vedere.
Ma il passaggio determinante per la mediatizzazione della politica è Tangentopoli: la politica si scopre debole di fronte alla congiunzione [che sia stata casuale, ovvero nel processo storico, o «figlia di un complotto» come nel convincimento dei politici] tra un potere, quello della magistratura che ha intanto accumulato una enorme forza di credibilità sociale e di discrezione operativa in dieci-quindici anni, e i mass media. Per gli stessi mass-media è una scoperta, la scoperta del loro «potere», sempre evocato come immaginario ma mai concreto, reale. Tangentopoli dà loro «coscienza» della propria forza. La differenza rispetto al periodo turbolento della loggia P2, che è stato l’ultimo tentativo di una azione politica di pianificazione di intervento nei mass-media, è notevole: nel Piano di Rinascita nazionale della P2, i giornali, la televisione sono sì importanti ma sono ancora solo una cinghia di trasmissione, un megafono, un imbonitore, un amplificatore, in una concezione comune a tutta la prassi politica sovversiva – rivoluzionaria o golpista – del primo Novecento: non hanno alcuna autonomia propria nella produzione di eventi e di ideologia sociale.
La politica resterà scioccata dal ruolo dei mass-media durante Tangentopoli: a tutt’oggi, la subordinazione dei politici ai mass-media, i loro timori, le loro acquiescenze, la propensione all’ingraziamento, la coazione dei propri gesti a seconda delle «campagne» di stampa, fanno impressione. E il timore è sempre quello, non tanto di affrontare un singolo potere, con il quale si può combattere o mediare al riparo degli sguardi, ma di trovarsi di fronte a una combinazione fra un potere [economico o di apparati] e i mass-media. Per la politica, che intanto subisce la devastazione della propria ramificazione sociale, i mass-media diventano inequivocabilmente la «voce del popolo», un ventriloquo magari [di un potere, di apparati] ma l’unica voce da ascoltare, a cui dar retta, di cui tener conto. Per un fenomeno che resta tuttora imperscrutabile ai politici, i mass-media «fanno squadra»: se c’è uno scandalo [sulla sanità, sullo sport o su che] sembra che tutti concordino ad amplificarlo, se c’è una «campagna» [contro i costi della politica o che] tutti fanno a gara a moltiplicarlo: di sicuro, per i politici, c’è una «cabina di regia». La questione è leggermente più complessa e non bastano gli spin doctor e gli uffici stampa ammanigliati. La questione, a esempio, è l’autonomizzazione dei mass-media, soggetti a regole proprie di produzione, di rendimento, di profitto, un passaggio di vera e propria «industrializzazione» altrove già accaduto e da noi leggermente in ritardo. In questo passaggio, la «pubblica opinione» è niente più che un prodotto, uno qualunque dei prodotti del mercato, sicuramente quello in cui più che altrove è possibile seguire la logica del just in time. La questione, a esempio, è la crisi della «azione politica», di gruppo, sociale e di massa, non nel senso che essa non riesca ancora ad aggregare soggetti sociali sul territorio o sui luoghi di lavoro, ma sulla capacità di compiere modificazioni, di diventare «soggetto pubblico», cioè soggetto «politico». Laddove diventa «pubblica opinione» – informazione, comunicazione – entra subito sul mercato. La questione, a esempio, è l’arcipolitica, cioè l’arroganza dei partiti a occupare più potere proprio nel momento massimo della loro crisi di rappresentanza, per rispondere alla loro crisi di rappresentanza: quell’arcipolitica, cioè, che con l’antipolitica sono le due facce della crisi della politica come azione sociale. Ma quanto più aumenta il processo di delega e non esistono «filiere di controllo» dell’azione dei politici da parte dei rappresentati, tanto più aumentano le aspettative sociali rispetto un ruolo di «supplenza» da parte di altri «poteri» e soprattutto dei mass-media. Non essendoci adeguati e adibiti luoghi di dibattito e di trasmissione delle decisioni – dal basso verso l’alto e viceversa – visto che i partiti sono diventati «leggeri»e l’azione politica è sempre più «discreta», il ruolo di supplenza svolto dai mass-media per un processo di trasparenza è sempre maggiore.
Lo «scandalo politico» – dall’illegalità all’illiceità fino all’irrilevanza e a questioni di semplice dubbio gusto – è ormai la forma propria di questa opera di trasparenza, il prodotto specifico, il format. Molto spesso lo «scandalo» è solo un gossip – dove questioni di affari si mescolano a questioni private, illiceità a bizzarrie – e la distanza fra un Lele Mora o un Fabrizio Corona e le stanze e le manovre del potere politico sono davvero minime. Il Palazzo si è allargato alle stalle e alle cucine. E se è una ingenuità definire questa attitudine della stampa come il ruolo di baluardo democratico, è una sciocchezza incasellarlo nell’antipolitica o nel complotto, che prevede sempre una eterodirezione [i «veleni», l’«inquinamento» equivalgono alle «manine»]. Tutto ciò non è un dubbio privilegio italiano: gli scandaletti si ripercuotono ovunque e ai livelli più alti, senza la necessità di tirare in ballo Bill Clinton e Monica Lewinsky: dai vertici di Bruxelles della Unione europea a quelli delle Nazioni unite fino a Wolfowitz, ormai ex presidente della Banca mondiale, lo «stile», diciamo così, da tabloid popolare inglese [con l’esperienza propria di tutto il periodo di Lady D.] si è diffuso globalmente. Forse non è indifferente il fatto che tutto questo accada sotto un «segno» di impresa globale quale quella di Rupert Murdoch.
Berlusconi, intanto, ha impresso una fortissima accelerazione alla spettacolarizzazione della politica italiana [spesso in nome di una battaglia contro il «teatrino della politica»] perché è stato in grado di fare della sua stessa storia personale, di Forza Italia, della sua scesa in campo, una narrazione, una fiction «a puntate»: il berlusconismo è una narrazione sociale, è una «pubblica opinione» [certo, aiutato dalle sue televisioni, ma convogliato e riprodotto non solo da queste]. Per dire, rispetto alla esuberante e ridondante presenza di politici in una congerie di trasmissioni televisive che non hanno uguale per quantità in alcun paese al mondo, Berlusconi lavora di «sottrazione», di «assenza», di «sostituti» – talvolta solo una voce, una telefonata – alimentando la sua «esclusione», la «persecuzione», il vittimismo. Berlusconi non ha bisogno di essere presente ai talk show a cui si affannano di presenziare tutti i politici, tanto viene continuamente evocato: il berlusconismo ormai «è» tutta la politica mediatizzata e, in più, paradossalmente ne è la sua presa di distanza. Berlusconi stesso è un gossip [si impianta i capelli, fa il lifting, riempie per giorni i quotidiani con le sue piazzate domestiche, va a spasso in villa con cinque fanciulle], ha politicizzato lo scandalo e ha scandalizzato la politica. Ha l’enorme vantaggio di averlo fatto con consapevolezza e tecnica. Rispetto a Murdoch, è contemporaneamente impresa di mass-media e politica in prima persona. Ma è una questione che evidentemente esubera il «conflitto di interessi».
Roma 16 giugno 2007
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