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04 Dicembre 2005
Poeti, butteri, paladini e cowboy |
«Non puoi avere sul cruscotto dell’auto un CD – mettiamo – di Eminem e uno di poesia estemporanea. Non ha senso, la poesia estemporanea è un’altra cosa». Mi dice così Giampiero Giamogante, mentre chiacchieriamo in un bar sulla Tiburtina. Lui è uno di quelli che va in giro a cantare poesie «a braccio», è della nuova generazione di uno stile che affonda nei tempi dei tempi. È giovane Giamogante, e ce ne sono di giovani che si affacciano a quest’arte e si affiancano ai più vecchi. Nel mezzo, tra loro e gli anziani, non c’è niente. Ci siamo persi una generazione, quella dei cinquantenni – dice. Già, forse avevano altre cose per la capa, mi dico.
L’ho cercato Giamogante, dopo aver letto sul «Corriere della Sera» romano un articolo di Sandro Foschi che raccontava di una iniziativa di poesia estemporanea a Palestrina e parlava di questi nuovi poeti, che stanno ad Allumiere, ad Amatrice, a Rieti, a Roma, nell’Abruzzo, nel Grossetano. Mi ha intrigato quel nome, Giamogante, che a me ricorda Bradamante, Agramante, i paladini e i saracini, l’Opera dei pupi, Orlando. L’Ariosto – deve esserci un qualche filo che si tesse sempre fra le cose: loro, i poeti estemporanei, dicono che la loro arte risale a quei tempi, al Tasso, alla Gerusalemme liberata, all’Orlando furioso, quando i pastori imparavano a memoria nelle transumanze le ottave e poi ci infiorettavano sopra, fino a che non ne è rimasto niente tranne l’endecasillabo, è così che è nato tutto.
E adesso chi glielo dice a Marc Smith?
Marc Smith è l’inventore del Poetry Slam. Tutto comincia a Chicago, dice. «Il Chicago Poetry Ensamble aveva bisogno di una sede più grande per le sue performance settimanali. Quando Dave Jemilo comprò il suo secondo club, io gli chiesi se potevo mettere su lì da lui un "poetry cabaret" per le serate della domenica. Lui mi disse sì e lo spettacolo, lo Slam originale, ha iniziato a tenersi lì fin da allora… Quando io, Cin Salach, Patricia Smith e Dean Hacker andammo a San Francisco per il primo incontro nazionale di Slam, proprio contro il team di Frisco, capimmo che ciò che avevamo sviluppato a Chicago era qualcosa di diverso da qualsiasi altro si stesse facendo in giro». Era il 1987. Come scrive Lello Voce – che lo ha ‘portato’ in Italia e dal cui sito traggo informazioni – «il Poetry Slam è sostanzialmente una gara di poesia in cui diversi poeti leggono sul palco i propri versi e competono tra loro, valutati da una giuria composta estraendo a sorte cinque elementi del pubblico, sotto la direzione dell’Emcee (Master of Cerimony), come dicono in America, mutuando il termine dallo slang Hip Hop».
Dice Giamogante: «Una gara poetica funziona come qualsiasi altra gara. Ci sono dei partecipanti, una giuria, degli spettatori e ci sarà un vincitore; la gara si sviluppa su un tema che viene scelto dalla giuria e a volte dal pubblico e poi si premia l’ottava più bella o lo scontro più agguerrito a seconda del premio che si mette in palio». Certe volte, quelli del pubblico mettono in una scatola un biglietto con scritto il tema che vorrebbero, poi si fa la pesca. Ci sono temi classici, dei «contrasti» antichi, come quelli intorno all’amore, dell’acqua e del vino, dell’asino e del cavallo, ma ne possono capitare di attuali, come l’euro contro la lira. «L’ultima volta abbiamo messo in scena l’uomo politico e il volontario, l’uno contro l’altro a dire le proprie ragioni. Le caratterizzazioni sono sempre esagerate. Per far risaltare il contrasto. Io una volta ho proposto il viaggio di Colombo verso le Americhe e quello di Armstrong sulla luna. L’uno non sapeva dove andava, cercava le Indie e trovò l’America, l’altro sapeva dove andava e c’era tutto un mistero, ma non era la stessa angoscia». Già, l’America.
Nel suo libro Gladiatori, Antonio Franchini scrive: «Gli americani hanno il talento di rimettere in scena, con migliore illuminazione, il già esistente e poi rivenderlo in tutto il mondo confezionato meglio».
Sulla confezione, non c’è che dire. Rayl Patzak è un noto e importante PJ. « La parola PJ è un gioco di parole. Prima di tutto è un Deejay ... un Deejay che mette su poesia con musica. La mia intenzione principale è quella di qualsiasi DJ. Voglio divertire il pubblico, voglio regalargli qualcosa di nuovo e farli ballare. La differenza più importante con gli altri DJ è che io metto su solo dischi di poesia... Credo proprio che stia cambiando l’orizzonte di ciò che un poeta dovrebbe essere. In passato era soltanto qualcuno che scriveva poesie. Oggi il poeta assomiglia sempre di più a un bardo. La sua presenza scenica è importante. Il suono della sua voce è importante. E’ come se tornassimo indietro all’antichità… il CD è un medium splendido per comunicare loro stessi a moltissime persone, che altrimenti non ascolterebbero mai una poesia. Puoi ascoltare quello che faccio mentre guidi la macchina, o al mattino, quando vieni fuori dal bagno, o semplicemente come una bella colonna sonora durante una serata tra amici».
E adesso chi glielo dice a Giamogante, che non vuol sentir parlare di CD? [Anni fa, la Bompiani lanciò una collana, InVersi, ai cui libri allegava un CD, ma se n’è persa traccia.] Per farmi capire il suo senso della cosa Giamogante mi racconta di quando alcuni poeti estemporanei furono invitati a Sanremo da Bonolis. Una platea pazzesca, straordinaria. Ma i tempi della televisione sono quelli, e così loro fecero un endecasillabo ciascuno, neanche un’ottava, «un solo endecasillabo –capisci?», con Bonolis che spandeva sarcasmo a destra e manca. «Guarda, se questo è lo “spettacolo” che devo fare, mi tengo le mie trenta persone all’osteria del paesello e sono contento così».
Io credo che noi abbiamo bisogno dei Giamogante e di tutti i poeti estemporanei, abbiamo bisogno del loro «a braccio», di quell’arte antica della parola cantata che è anche duello «nobile». Ne ha bisogno la nostra lingua, la nostra musicalità, il nostro ritmo, e quindi i nostri pensieri. Ha ragione Smith quando dice che «la poesia non è fatta per glorificare il poeta, essa esiste per celebrare la comunità.» Omero – mica dico cotica – sottoscriverebbe.
Le istituzioni dovrebbero fare qualcosa. La poesia estemporanea vive della tenacia di amatori, di un circuito di appassionati. Ma bisognerebbe dare loro degli spazi, delle piazze, delle occasioni, dei luoghi, del pubblico. Della continuità, dell’allenamento.
Potremmo invitare anche quelli di Chicago, a portarci un po’ del loro vento. A fargli riscoprire radici lontane, a farli battere con i nostri poeti. Se è entrata nella leggenda lo scontro tra i cowboy del Wild West Show di Buffalo Bill e i butteri maremmani e dell’Alto Lazio, chissà che non possa entrare nella leggenda quest’altra sfida.
Roma, 19 novembre 2005
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