Quasi tutti i giovani shahid palestinesi che vanno a farsi scoppiare tra israeliani che mangiano una pizza, aspettano il bus che li riporta a casa dopo il lavoro o sbocconcellano un gelato, registrano in un videotape un messaggio. Portano sulla fronte fasce con frasi religiose, indossano tute mimetiche, imbracciano kalashnikov: puntigliosamente ci tengono a lasciare di sé un'immagine fiera e belluina, un corpo e un volto adeguatamente bardati al combattimento. In quelle immagini in realtà noi vediamo il loro "dentro", la loro anima e i loro pensieri messi a nudo: per il loro "sporco lavoro" si vestiranno dimessi e con un'aria insignificante, qualunque. La loro anima invece viaggia da tempo con il kalashnikov a tracolla e le bombe tra i denti. Loro sono ormai da tempo tutta anima. Quelle immagini-anima, santini da appendere come poster, finiscono nelle camerette di altri ragazzi affascinati, rapiti dalla loro virtù.
Ricordo vecchie foto ingiallite che gli emigranti mandavano a casa, al loro paese, facendosi ritrarre in scenari da studio, un aeroplanino di cartapesta, un improbabile jardin d'hiver disegnato sullo sfondo. Quasi sempre da soli, mostrando un orologio da taschino a indicare un benessere, qualche volta con un compagno d'avventure. Avevano un cappello e un gilet e baffi curati e si appoggiavano mollemente a qualcosa, una sedia, una colonnina, un bastone da passeggio. Era la loro anima di emigrante che si fotografava, quello che avevano dentro: come volevano che il mondo li vedesse nel tran tran quotidiano fatto invece di fatiche e disprezzo. La distanza aiutava a imprimere su lastra un miracolo. Vedevo - da bambino - queste foto dimenticate su muri a calce o tra i vetri delle credenze di case povere, a fianco dei santini votivi. Come questi, anche loro - dall'America - esercitavano un duraturo potere protettivo sulla casa.
Qui era il regno della mondanità a prevalere, della virtù materiale: la santità intesa come lavoro, successo, oggetti materiali, persino la postura del proprio corpo. Lì, nei nastri dei martiri palestinesi, prevale la negazione del mondo, la sottrazione di sé a quel mondo, a questo mondo.
Lo spettacolo del martirio - quello che organizzavano gli imperatori romani -, lo sbranare con lo sguardo che faceva tutti complici del potere [il potere ci fa sempre tutti complici attraverso lo sguardo] si rovescia nell'autoproduzione. Come avessero fatto proprio il motto "don't hate the media, become the media", i martiri della jihad registrano il proprio sacrificio. Se potessero, filmerebbero anche l'esplosione, il caffè macinato di corpi e sangue. "Al Jazeera" manderebbe in onda le immagini, "Panorama" distribuirebbe la cassetta. Ancora, un'altra, la stessa complicità dello sguardo.
Ho un'intera collezione di immagini votive cattoliche: tra tutte, preferisco Sebastiano e Agata. Sebastiano - un bel pezzo di figliolo - è remissivo alle frecce: offre il suo levigato torso e le lunghe gambe alla vile sopraffazione romana: il suo sguardo è al cielo, un'aria sublime e sublimata. Agata - il suo sguardo è altrove - negò il suo corpo al console romano che, come un serial-killer d'oggi, ne dedusse le parti che lo avevano invaghito: il seno. La dolcezza della morte, la consapevolezza d'una morte dolce quando si consegna la propria anima a Dio si tradusse popolarmente in magnifici pasticcini a forma di mammella: le minne d'Agata - ripiene di ricotta e canditi - sono un'eucarestia sovrapensiero, un frammento di corpo mistico condiviso e ricomposto collettivamente attraverso i sensi.
Non c'è invece remissività nei martiri della jihad: lo diresti uno scarto di religione e forse è solo un segno dei tempi: un'urgenza, un'insopportabilità del mondo, della mondanità.
La potenza di fuoco che un solo corpo ben imbottito e pilotato può avere sembra sbalordire: il martire d'oggi pensa all'ingrosso. Ma è la morte - ovunque - quando messa in conto e quando casuale, improvvisa, che non riesce più a essere singolare. In qualunque modo si muoia si finisce con il rientrare in una categoria, in un fenomeno: la Morte non individua specificamente me ma mi coglie in qualcuna delle sue messi per statistiche [i cardiopatici, i tumori alla prostata o al seno, gli incidenti automobilistici, l'HIV]. La Morte è endemica, si può calcolare probabilisticamente. Avere messa in produzione la Morte ci ha ingannato sulla possibilità di domarla. E' diventata miserabile la nostra morte, un'occlusione da colesterolo, un ictus da pressione, un danno da vernici inalate lentamente per una vita, un sorpasso veloce. Non ci sono campi di battaglia, belle bandiere, tamburi, nature da domare. Ci rimane solo il dolore del vivere. Che avversiamo con ogni mezzo, la ricerca del gusto a tutti i costi, l'anestesia d'ogni fastidio. Una bomba restituisce a Dio il potere insondabile sulla vita.
Louis Lucheni nasce in Francia nel 1873. Lo partorisce una bracciante italiana di Parma arrivata lì per la vergogna d'una gravidanza non voluta: lo abbandona in un orfanotrofio e parte per l'America. L'orfanello italiano verrà richiesto da un suo compaesano e cresce calzolaio: poi, di nuovo in orfanotrofio, di nuovo adottato e spedito a elemosinare e sgobbare come una bestia: poco più che bambino lavora alla costruzione della ferrovia Parma-La Spezia. Comincia a girare per l'Europa, si arruola, va in Africa, rientra, si dimette, parte per la Svizzera. E' qui che incontra le idee anarchiche, è qui che arriva l'eco delle cannonate del maggio 1898 quando Bava Beccaris spara sulla folla di Milano in sciopero generale. Decide di uccidere un potente: non ha soldi per un revolver, non ha soldi nemmeno per un coltello: adatta una lesina da calzolaio su un manico di legno che gli prepara un amico. Si arrangia anche per l'obiettivo: vuole piantarlo nel cuore del duca d'Orleans, ma quello rinvia la visita. C'è l'imperatrice d'Austria però, l'ormai anziana Sissi, poco più che un'icona. Finirà così, il 10 settembre 1898, a Ginevra, tre mesi dopo le centinaia di morti e feriti di Milano, con un'arma rabberciata piantata nel petto, la favola d'Europa. Ma forse non c'è mai stata favola in Europa. Lucheni scappa dopo l'attentato ma non per fuggire. Dirà che non voleva fare la fine di Sante Caserio, l'anarchico italiano linciato dalla folla a Parigi dopo l'attentato al presidente Carnot [Lavoratori a voi diretto è il canto/ di questa mia canzon che sa di pianto/ e che ricorda un baldo giovin forte/ che per amor di voi sfidò la morte]. Lucheni chiede di essere condannato a morte, non gli verrà accordato. Si ucciderà impiccandosi con la cinta dei pantaloni, nel 1910. Lo stesso anno in cui finalmente una testa potrà essere staccata dal corpo per essere studiata: quella di Passanante, un cuoco calabrese, che aveva attentato a Umberto I, a Napoli nel 1878, senza riuscirci. Passanante avrà postumo il trattamento riservato all'uomo che più stimava, Orsini, che una gran bomba aveva lanciato a Parigi contro Napoleone III, finendo con la testa che rotola dalla ghigliottina. Così è nata l'Europa. A far fuori Umberto I ci riesce Gaetano Bresci però, con un colpo di rivoltella, due anni dopo Lucheni. Bresci viene dall'America, dove vi è emigrato pochi anni prima. I morti di Milano non saranno mai vendicati, ma il cerchio s'è chiuso. Chissà se in fondo c'è un dio. A volte bisogna tirarlo per la giacchetta, dargli una mano in questo mondo imperscrutabile.
E' questo mondo, è tutto il mondo che gli shahid avversano. Il loro gesto estremo non è politico, non è contingente. Il giovane israeliano di estrema destra che assassina Rabin compie un gesto mondano, politico, uccide proprio quell'uomo, proprio quella politica, delle leggi, delle alleanze. Lo shahid compie un gesto - è orribile dirlo - religioso: fondamentale. Egli restituisce alla Morte, la propria e quella delle sue vittime, il suo primato: è la vita che è contingente, tutto è nelle mani di Dio. E pure compie un gesto pubblico, fondativo. L'Islam vieta il suicidio, si citano i versetti ma questo non ferma l'arruolamento. Perché quel gesto è inteso come virtù pubblica, virtuoso comportamento per un popolo che non ha più nulla di degno quando sottomesso.
Cosa può disinnescare quei corpi? Nulla. Nessun check-point, nessun muro, nessun controllo: bisogna disinnescare quelle anime.
I martiri sono la meglio gioventù che va a uccidersi e uccidere: i più impazienti, i più ardenti, i più generosi. Rimangono indietro gli incerti e i codardi, i cinici e i calcolatori, i profeti e i politici. Uomini di tutti i giorni, uomini per tutti i giorni. La meglio gioventù d'un popolo si suicida: che ne rimane? Ci mandassero i vecchi a morire, gli ammalati, i terminali, gli irrecuperabili, quelli attaccati alla vita con le unghie e con i denti. Mandateci profeti e politici a morire.
Beati i martiri, sventurati noi che tra patimenti e ingiustizie restiamo su questa terra, che è tutto quel che abbiamo e la vorremmo generosa di natura e d'uomini. Speriamo che dovunque vadano a finire possano ascoltare le nostre preghiere e magari commuovere - visto che hanno dimostrato di amarlo - qualunque dio li stia a sentire: non fateci somigliare a voi, non rendeteci vostri complici. E' insopportabile la vostra santità.
Roma, 27.09.2002
|