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25 Marzo 2002
Memoria del male
Ho letto il documento di rivendicazione dell'attentato di Bologna a Marco Biagi.
Non è una lettura edificante ma è una lettura necessaria, se si vuole cercare di capire in qualche modo l'incomprensibile, se non si vogliono esorcizzare i fenomeni - come pure può essere naturale in un primo momento -, delineando scenari di forze oscure: come un Male imprendibile da qualsiasi intelligenza, quasi un Destino malefico continuamente in agguato a ricacciare indietro ogni volontà individuale e collettiva di cambiamento. L'evocazione di questi scenari attesta il proprio ruolo nella denuncia, nell'impotenza o nella liturgia. Nella notte del Male tutte le vacche sono nere.
Invece, le forze del Male che hanno insanguinato l'Italia hanno avuto strutture precise e ruoli storicamente collocati e ben definiti: gli Stati uniti, che per tutto il dopoguerra, attraverso alcune organizzazioni politiche e militari e di intelligence [la Cia anzitutto ma anche il Pentagono e per questa via l'amministrazione politica] e i loro flussi di denaro, hanno utilizzato, di volta in volta, gruppi e strutture e individui, fascisti o militari o politici o giornalisti o esperti vari, per organizzare attentati e stragi, per depistare, per orchestrare campagne, per raccogliere informazioni e accumulare dossier ricattatori. L'Italia è stato territorio di operazioni, politiche, economiche, sindacali, militari - nel quadro ossessivo di una sovranità limitata, ovvero di un'alleanza volta a compattare l'Occidente contro l'espansione e l'influenza sovietiche e nel quadro di un'anomalia che era data dalla presenza di un Partito comunista forte e radicato e di un movimento sociale sempre turbolento. C'è stata una presenza "in chiaro", c'è stata una "zona grigia" e c'è stata una presenza sanguinaria. Punto.
Le forze del Male che hanno insanguinato l'Italia sono i mafiosi e le loro cupole, che hanno scatenato una violenza bestiale contro i lavoratori nell'immediato dopoguerra trovandosi a riscuotere più interessi: di forze padronali, di forze politiche, di forze internazionali. E che hanno dispiegato, più recentemente, una guerra contro lo Stato e suoi funzionari, in un momento in cui la capacità di ricatto sugli apparati politici che aveva permesso loro di accumulare denaro e ricchezza ed esercitare potere su intere fette di territorio non dava più garanzie di copertura: in questa guerra non c'era riguardo per la vita umana di innocenti. Punto.
Che nelle guerre dispiegate da queste forze del Male ci siano stati interi apparati, intere strutture politiche, intere filiere di potere o di accumulazione di denaro che - indipendentemente da un rapporto diretto - abbiano giocato sporco per i propri interessi e per la sopravvivenza e perpetuazione del proprio dominio, a volte organizzando in proprio [le ricorrenze dei "golpe", le banche di riciclaggio], a volte rallentando a volte deviando a volte mostrando e costruendo indifferenza, è altrettanto vero e innegabile. Benché di questo traccheggiare, di questo speculare non si possa e non si debba costruire un processo di sovrapposizione e identificazione, le responsabilità storiche e politiche di questi apparati sono enormi, sul piano della devastazione sociale che questo loro operare provocava. Non so se sia esattamente la stessa cosa che "essere" una forza del Male, ma certo ci assomiglia molto. Punto.
Le forze del Male, comunque, lavorano in proprio.
E poi ci sono le Brigate rosse: non c'è stata una sentenza, uno straccio di prova, un documento, una testimonianza che possa consolidare storicamente un giudizio di "manipolazione diretta" da parte di forze oscure, nazionali e internazionali, di questa struttura. Vi sono stati punti di contatto, accostamenti, sfrucugliamenti, ma niente di più. Anche le valutazioni impietose su se stessi che "capi storici" hanno fatto della propria storia personale e del ruolo svolto dalla loro organizzazione rientrano nel campo delle valutazioni politiche, storiche, ovvero nella più che giustificata ipotesi che interi apparati, intere strutture politiche, intere filiere di potere o di accumulazione di denaro abbiano profittato, abbiano giocato sporco per i propri interessi e per la sopravvivenza e perpetuazione del proprio dominio, a volte organizzando in proprio, a volte rallentando a volte deviando a volte mostrando e costruendo indifferenza [il "caso Moro" è l'apice di questa situazione]. Punto.
Le Brigate rosse ci sono state e ci sono. Sono loro che scrivono documenti, scelgono gli uomini da colpire, si riuniscono, viaggiano, organizzano, sparano, ammazzano. Non sono la stessa cosa di chi organizzò la strage di piazza Fontana o quella di piazza della Loggia, non sono la stessa cosa di chi organizzò la strage alla stazione di Bologna o al treno di Natale, non sono la stessa cosa di chi organizzò gli attentati al Velabro a Roma o a via dei Georgofili a Firenze. Che siano anch'essi una forza del Male lo si può dire solo a partire da questa individuazione precisa. Punto.
Tutte queste forze sono ancora vive e operanti: lo sono quelle della "guerra sporca" che considerano ancora l'Italia un paese di frontiera [e forse a maggior ragione adesso, nel quadro del terrorismo internazionale e degli scenari di guerre locali e mondiale], lo sono i mafiosi, lo sono gli apparati "segreti" che vivono autoalimentandosi soprattutto per giustificare il proprio ruolo e i propri poteri. Tutte queste forze si modificano, si adeguano per la propria sopravvivenza: la mafia non è scomparsa - è ragionevole dirlo - benché sia stata colpita duramente, ma si sta riorganizzando su un profilo più basso, che esclude al momento il terreno plateale della guerra aperta; è anche ragionevole dire - benché sia terribile - che la mafia difficilmente scomparirà in tempi brevi e che l'eventuale arresto di Bernardo Provenzano o di altri suoi probabili delfini e luogotenenti non ne cancellerebbe l'esistenza. La 'ndrangheta non è scomparsa, ma il tasso di omicidi legato alla guerra della droga e al controllo dei territori [dalla Calabria alla Lombardia] è calato in modo impressionante: ora il "business" sono gli sbarchi dei clandestini e per ora - ancora terribile dirlo - c'è mangiatoia per tutti.
Tutto questo, che non rientra direttamente o indirettamente con l'assassinio di Marco Biagi, lo dico solo per dare conto della persistenza di anomalie italiane che è difficile dire non appartengano per intero alla sua storia [e non solo quella contemporanea]. La "sorpresa" è scoprire che anche le Brigate rosse, che anche il terrorismo politico stia diventando una anomalia persistente e non un fenomeno legato a un determinato periodo storico [gli anni settanta] e alla sua coda. E' questa persistenza che fa scattare - io credo - un primo immediato tentativo di "a-storicizzare" il terrorismo politico, spostandolo tra le forze oscure e i loro traccheggi. Sembra proprio di una "forza", e non di uomini in carne e ossa, persistere.
Quello che voglio dire - e senza alcun compiacimento - è che il terrorismo politico non è un fenomeno di breve durata. Il terrorismo politico sembra incistato in questo paese. In questo senso, è la stessa cosa ma è anche una cosa profondamente diversa da quello di venti, trent'anni fa, così come si potrebbe dire che siano stati la stessa cosa ma anche fenomeni profondamente diversi Genco Russo e Totò Riina, don Calogero Vizzini e Tano Badalamenti. Non sto dicendo che il terrorismo politico è come la mafia, ci mancherebbe: sto dicendo che quando un fenomeno si incista, non ci si può rapportare a esso con lo "scandalo" della sorpresa emotiva e intellettuale e l'approntamento di una "emergenza". La "lunga durata" è il tempo proprio. A partire dal bisogno di analizzare.
Nello stesso tempo, sto dicendo che la persistenza di un fenomeno, assolutamente autonomo, non ha bisogno di spiegazioni "fuori di sé". Non ha bisogno di trovare riscontri nel reale. E d'altra parte, un fenomeno persistente non si "inventa" a tavolino: al contrario, a tavolino si può freddamente calcolare come trarne giovamento. Si può innescare, tra le forze del Male e tra le forze che da quel male traggono giovamento - di potere, di denaro, di status - una tentazione di traccheggiamenti.
E' questo il problema politico per chi si batte per il cambiamento: non i presunti pregressi disegni oscuri, ma i profitti ex-post. Nel caso del terrorismo politico [che è ben diverso dalla mafia] i profitti ex-post hanno una valenza sociale immediata, mentre nel caso della mafia hanno valenza economica, legislativa, di rapporti tra rappresentanze politiche: nel caso del terrorismo politico si ripercuotono immediatamente sulla convivenza sociale, sulla circolazione delle idee, sui conflitti [ma anche sulla legislazione e sui rapporti tra rappresentanze politiche]. In entrambi i casi, si formano [si sono formate] zone di assoluta "intoccabilità", come se - per fare un paragone spettacolare - venisse concessa "libertà di uccidere" a impiegati del catasto. E venisse concessa non solo dai filtri istituzionali ma da una sorta di "mandato popolare". Viene un momento in cui il Male diventa intollerabile. Non socialmente intollerabile [ché lo è fin da subito], ma per i giochi di potere. Questa specie di "mandato popolare" sottrae zone e centri di potere a qualunque controllo. E dove non c'è controllo, ci sono deliri di potere. Quello che preoccupa è il parassitismo politico che alcune forze possono trarre dalla persistenza del terrorismo. E' un copione già visto, è il deja vu. Questo va contrastato. Quello - il terrorismo - va contrastato in sé e per questo.

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