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02 Marzo 2007
Le puzze di Roma
Per giorni, recentemente, come uno stormo impazzito di uccelli, una nube maleodorante si è spostata da un quartiere all’altro di Roma appestando ora gli abitanti della Tuscolana, ora quelli dell’Esquilino, ora di Prati o Monteverde o del Flaminio e via così. Quando la nube stava a nord-ovest la si sentiva solo lì, insopportabile; quando si spostava a sud-est altrettanto. Non ristagnava, non si sedimentava, ma si spostava veloce. Il fenomeno è stato avvertito per quattro-cinque giorni. Poi, così rapidamente come era arrivato se n’è andato.
Presi come siamo da un’insopprimibile paura del vivere, l’allarme si è immediatamente amplificato: si voleva una spiegazione «scientifica». Che succede? C’è da preoccuparsi? C’è pericolo? Qualcuno sta facendo qualcosa per porvi rimedio? E con automatica coazione del dare risposte all’ansia del vivere, gli uffici preposti [i Vigili del fuoco, l’Arpa – Agenzia regionale per la protezione ambientale –, la Protezione civile] imbastivano immediate rassicurazioni: tutto è sotto controllo. Che nessuno degli uffici preposti alla comprensione di questo tipo di fenomeni avesse e abbia la più pallida idea di quel che è accaduto è però un convincimento semplice quanto preoccupante e lo si evince dalle spiegazioni. L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia lo attribuisce a piccoli sommovimenti tellurici accaduti nella zona fra Montecompatri, Zagarolo e Gallicano «a rischio» sul fronte delle emissioni di anidride carbonica, anidride solforosa e radon. L’Arpa ha ripreso questa ipotesi aggiungendo che «la situazione meteorologica di questo periodo, con l’alternarsi di alta e bassa pressione e l’assenza di vento, favorisce il ristagno di questi gas, come l’idrogeno solforato, aumentandone la concentrazione nell’aria». Il direttore della Protezione civile del Comune di Roma, Patrizia Cologgi, indica, tra le eventuali cause della nube «un repentino calo della pressione in seguito a un momento di alta pressione. Non sappiamo se il cattivo odore provenga dalla discarica di Malagrotta dove i Vigili del fuoco hanno effettuato molti controlli senza riscontrare nulla». Tra i possibili «sospetti» rientrava la raffineria della zona. Un ricercatore del Cnr dichiara: «Impianti vecchi possono essere tra le cause di questa situazione». Intanto tutti si sbracciavano a dire: «Dai nostri rilievi non risultano pericoli per la salute pubblica». Sulla base di quali analisi, di quali indagini, di quali risultati questa rassicurante certezza venisse dispensata non era dato sapere. Finché i carabinieri del Noe – che a dispetto dell’acronimo che sta per Nucleo operativo ecologico sono invece del Comando per la tutela dell'ambiente – lavorando su un terreno interessato dall’odore acre hanno giudicato l’odore «tipico degli oli di sansa. Un sottoprodotto del processo di estrazione dell’olio d’oliva composto dalle buccette, dai residui della polpa e dai frammenti di nocciolino». Voilà il colpevole, la sansa. E il suo complice: il nocciolino.
La sansa è il residuo della macerazione e torchiatura delle olive, che viene di nuovo spremuto e trattato con solventi per ricavarne olio di qualità inferiore. Il solvente solitamente usato è l’esano che a temperatura ambiente si presenta come un liquido incolore dall'odore di benzina. È un composto molto infiammabile, irritante, nocivo, pericoloso per l'ambiente, tossico. Il nocciolo di oliva tritato viene estratto meccanicamente dalla sansa di oliva, è ecologico perché bruciando non libera solventi chimici, ha un alto rendimento, non genera odori sgradevoli durante la combustione.
Delle due, insomma, l’una: o la puzza proveniva da un sansifico e allora c’è abbastanza di che preoccuparsi, visto il processo produttivo e i materiali impiegati, presumendo un incidente, qualcosa andato storto durante la lavorazione; o l’odore veniva dal nocciolino e allora la spiegazione non spiega nulla. Ma tutto questo – sansa o nocciolino, sansa e nocciolino – avrebbe senso comunque relativamente a un’area specifica interessata dalla puzza, avvalorando l’ipotesi di una concausa di fenomeni atmosferici che ne avrebbero favorito l’addensarsi e il ristagno, ma non spiega assolutamente il comparire del fenomeno a macchie di leopardo, ora qua ora là. Sarebbe bastata una prova semplice come liberare un palloncino opportunamente calibrato sulla città, o in un punto qualunque dove il fenomeno si verificava e vederne le eventuali evoluzioni, per avvalorare la tesi di correnti cittadine che si spostavano dal nord al sud, dall’ovest all’est portandosi dietro il cattivo odore. È una cosa che non sta in piedi. Che cosa è accaduto dunque?
E chi lo sa?
Verso la fine di gennaio la stazione Repubblica della Linea A della metropolitana di Roma veniva invasa da un odore penetrante e fastidioso. Secondo quanto sostenuto da alcuni passeggeri, l'odore ricordava quello della vernice fresca o della benzina. La stazione viene chiusa e sul posto arrivano due squadre di Vigili del fuoco che si mettono subito al lavoro. Nonostante l’uso di moderne strumentazioni in grado di individuare specifiche sostanze, non riescono a capire di che tipo sia l'esalazione né quale sia la sua fonte. Ovviamente, nello stesso momento in cui dichiarano di non avere la più pallida idea di cosa si tratti assicurano che la sostanza sarebbe soltanto fastidiosa ma non nociva né tossica. Poi, finalmente, scoprono che in un cantiere a Terme di Diocleziano una ditta ha usato un impregnante particolare che produce quel tipo di esalazioni. Si chiama la ditta e si aspetta che arrivi con la soluzione del problema. Nel frattempo «gli esperti ritengono che in nottata autonomamente l'esalazione della sostanza potrebbe evaporare ed esaurirsi». «Potrebbe auonomamente». E, subito, viene detto che «il prodotto utilizzato non è tossico ma lievemente irritante».
Non metto in dubbio la buona fede di chi lavora né la difficoltà in cui si incorre a fronte di situazioni imprevedibili che possono accadere in una città continuamente sottosopra come Roma. Quello che sfastidia è questo immediato «istinto» alla rassicurazione dei cittadini. Non dico certo che bisognerebbe favorire e alimentare il panico, però intanto bisognerebbe ascoltarla l’ansia. Ascoltare quest’ansia è il primo passo per trattare i cittadini come persone adulte e responsabili. Spendere a piene mani baggianate ammantate di scientificità è un modo per far crescere la diffidenza dei cittadini. Ammettere una inevitabile dose di aleatorietà e di imprevedibilità delle cose [e una metropoli come Roma è aleatoria e imprevedibile] è molto più «scientifico» dell’incolpare il nocciolino.
Le prime sentinelle di ogni fenomeno naturale o industriale o del vivere comune in città sono i suoi abitanti, a meno di non ricorrere alle frattaglie dei polli e ai voli degli uccelli. Vale per i guasti della città, vale per i suoi bisogni, vale per i suoi desideri. Essere trattati come incompetenti, creduloni e bambini da chi è preposto a governare i guasti e le riparazioni ha lo stesso odore – verrebbe da dire, senza volere un facile gioco di parole, la stessa «puzza» – di distanza da chi tratta con sufficienza le istanze sociali «dall’alto» del governare e amministrare la città.
Non ce la faccio, / m'è venuta anche un po' di nausea, / mi gira la testa. / c'è ancora l'odore, l'odore mi insegue, oramai è dappertutto, / non posso, non posso oramai ce l'ho addosso! / Vado a casa, mi siedo sul letto, mi sdraio, mi distendo, / ma c'è ancora! / Io mi annuso, lo sento più forte, un odore tremendo, / mi tolgo i vestiti oramai sono nudo.... / odore mio, odore mio... / vuoi vedere che sono io, vuoi vedere che sono io, vuoi vedere che sono io!
In una canzone di tanti anni fa, così cantava con ironia Giorgio Gaber. Magari la prossima volta che accadrà un fenomeno simile a quello della nube puzzolente dei giorni scorsi i preposti alla rassicurazione ci diranno «scientificamente» che abbiamo fatto troppe scorregge.

Roma, 19 febbraio 2006
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