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13 Aprile 2006
La spazzatura venne prima |
Era un attivista della spazzatura.
- Noi abbiamo ribaltato tutto, capite, - disse.
La civiltà non era nata e fiorita tra uomini che scolpivano scene di caccia sui portali di bronzo e parlavano di filosofia sotto le stelle, mentre l’immondizia non era che un fetido derivato, spazzato via e dimenticato. No, era stata la spazzatura a svilupparsi per prima, spingendo la gente a costruire una civiltà per reazione, per autodifesa. Eravamo stati costretti a trovare il modo di liberarci dei nostri rifiuti, di usare quello che non potevamo gettare, di riciclare quello che non potevamo usare. La spazzatura aveva reagito alla spinta crescendo ed espandendosi. E così ci aveva costretti a sviluppare la logica e il rigore che avrebbero condotto all’analisi sistematica della realtà, alla scienza, all’arte, alla musica e alla matematica.
Il sole tramontò.
- Ci credi davvero? – dissi.
- Ci puoi scommettere le palle.
«Era stata la spazzatura a svilupparsi per prima». Forse prima del caos, prima del big bang, prima del mondo. Prima di dio. Da qualche pizzino di memoria saltano fuori le parole di DeLillo in Underworld, mentre sto qui, a una riunione della Rete regionale rifiuti, un network di 38 associazioni che comprende diversi Comitati di cittadini che da anni si battono contro ogni scriteriato provvedimento che ha messo a rischio territori e salute. Si battono anche contro l’assenza di provvedimenti, l’inerzia, l’ineluttabile cioè. Siamo alla Pisana, al Consiglio regionale, e la loro richiesta è quella di un incontro con Marrazzo. Vogliono sospendere i lavori del gassificatore. Ora. Vogliono discutere dell’intero ciclo dei rifiuti. Ora. Hanno proposte specifiche – non si limitano a dire di no – sulla chiusura del ciclo. Ora. Intanto, stanno parlando con alcuni consiglieri per sapere chi può dare loro una mano: ci sono Baratti, D’Amato, Grosso, Peduzzi, Pizzo, forse altri di cui non conosco il nome. «Quelli della spazzatura» vengono da posti ormai icone di inferno, Malagrotta, Settecamini, Massimina, Colleferro, Guidonia, posti di discariche, di termovalorizzatori, di inceneritori, cose di cui non vogliamo sapere. «Quelli della spazzatura» sanno dati e cifre a memoria, maneggiano termini difficilissimi con sicurezza, conoscono ogni impianto del mondo – da Ottawa a Sidney - e tutte le alternative possibili, e come potrebbe essere altrimenti? Hanno imparato giorno per giorno, mese per mese, anno per anno sulla loro pelle cosa significhi la spazzatura. Hanno partorito, hanno cresciuto figli, hanno cucinato, hanno lavorato, hanno comprato la macchina nuova, hanno avuto dolori, gioie e lutti. La spazzatura sempre lì, sempre di più. Hanno sviluppato davvero una scienza e un’analisi sistematica della realtà a partire dalla spazzatura. Sono convinto che se una bacchetta magica li nominasse presidenti, direttori generali, amministratori delegati, consiglieri di una qualunque azienda municipale dei rifiuti – mettiamo l’AMA, per dire – saprebbero fare meglio. Elio ora sta parlando di democrazia, Angela ricorda battaglie antiche e si porta in borsetta la bandiera della pace, Sergio irride gli «inceneritoristi» - un nugolo di demoni con la qualifica universitaria di scienziati che sparge a piene mani l’illusione che è tutto sotto controllo. Altri alzano un po’ la voce o mormorano sotto tono. C’è pure stanchezza nelle loro parole, punte di rabbia trattenuta. Sono esausti. Forse di più, forse oltre. Non mi importa neppure più sapere se hanno ragione loro o se ha ragione il consigliere Di Carlo che arriva dopo e non concede nulla e dà l’impressione [ma lo dice pure] di avere compiuto tutta una parabola della propria vita attorno la questione della spazzatura e ora evoca gabbiani e nuvole al calar della sera. Penso che gli interessi contro cui si battono sono troppo grandi, penso che non possiamo lasciarli soli a difendersi dalla merda che tutti noi fabbrichiamo, penso che il «paradosso» letterario di DeLillo sia vero, queste donne e questi uomini stanno costruendo la nostra civiltà.
Scrive Elena Stancanelli nei Racconti del capanno: «La spazzatura è tutto tranne che immobile. La spazzatura è un guaio perché noi vorremmo che non ci fosse, o semmai che fosse immobile. Tu gli dai fuoco e lei resta immobile, o la seppellisci, o la butti in fondo al mare. Invece per niente. La spazzatura ha una vitalità da cucciolo di cane. Lei diventa un sacco di cose, una peggiore dell'altra, se non la tieni a bada. Noi saremmo ben lieti di non doverci occupare dei resti, di ciò che abbiamo alle spalle. Ma questo non è possibile. Per questo c'è il termovalorizzatore. Il quale agisce come una forza filosoficamente contraria (opposta) a quella della sparizione. Noi e la spazzatura siamo la forza che spinge verso la sparizione. Niente fa pensare che un vassoio di polistirolo tenga alla propria sopravvivenza, o il contenitore vuoto di vicks sinex si aspetti di essere riempito di nuovo. Poco importa che fino a un istante prima di diventare spazzatura, fossero oggetti non solo utili ma spesso idolatrati. Anche un Ipod o un sandalo di Prada diventano disgustosi una volta che siano stati declassati a spazzatura. Il termovalorizzatore invece, agisce come una spinta contraria. Spinge cioè la spazzatura verso una nuova esistenza. Tipo vita/morte, insomma. Quello che accade, dal punto di vista filosofico, è una specie di immobilità. Poco importa che la spazzatura termovalorizzata diventi qualcosa con una sua nuova e allegrissima funzionalità. Di fatto non è più spazzatura, ma non è neanche la sua assenza. È la sua incarnazione in forma di immobilità».
Tipo vita/morte, insomma. Sembra letteratura, ma dagli Stati uniti arriva un Libro bianco dell’EPA, l’Environmental Protection Agency, che ha «messo a punto» un sistema per la gestione dei rifiuti e definito «un nuovo approccio». Il titolo è: «Dalla culla alla tomba». Tipo vita/morte, insomma. Come i programmi per il welfare che svilupparono Beveridge e Keynes, per indicare una protezione dei cittadini nei campi della salute, dell’educazione scolastica, del lavoro, dei diritti. Solo che «quel» welfare era per gli uomini, per i poveri cristi. Gli americani sviluppano adesso il welfare per la spazzatura.
Vogliamo parlare ancora di paradossi?
Scrive Christian Raimo in Roma capoccia: «C'era in cielo una mezzaluna disegnata: come una bandiera di qualche paese arabo in un murale, e lui col cherokee ha cominciato ad accelerare alla vista di un camion della mondezza, che tirava dritto anche lui a 100-110 all'ora non frenando alle curve non fermandosi agli stop, e si è messo praticamente a tallonarlo, sprofondandosi in una stradina che scendeva come un gorgo verso una campagna che nonostante il buio si scorgeva in tutto il suo essere brulla. Finché il camion davanti ha spinto ancora, come se sprintasse, e Fabio ha invece istintivamente rallentato, vedendosi comparire all'improvviso, ai lati della macchina, enormi montarozzi di terra, illuminati alla menpeggio dalla luce lunare. Ecco, la strada si allargava in un spiazzo stretto, dove una siepe era stata tagliata in modo che i piccoli cespugli fossero delle lettere che dicevano: Benvenuti a Malagrotta».
Bene arrivati alla fine del mondo.
Roma, 13 aprile 2006
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