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22 Gennaio 2007
Incendio di Roma
La notte del 18 luglio 64 un grande incendio scoppiò nella zona del Circo Massimo e infuriò per nove giorni, propagandosi in quasi tutta Roma. Imperatore era Nerone. Tre delle quattordici regioni [quartieri] che componevano la città [la III, Iside e Serapis, attuale colle Oppio, la IX, Circo Massimo, e la X, Palatino] furono totalmente distrutte, altre sette gravemente danneggiate. I morti furono migliaia e circa duecentomila i senzatetto. Numerosi edifici pubblici e monumenti andarono distrutti, insieme a circa 4.000 insulae. L'insula era una sorta di condominio. Si trattava di edifici quadrangolari, con cortile interno [cavedio], costituiti da un piano terra, in genere destinato a botteghe di vario genere, dotate di un soppalco per deposito di materiali, e da piani superiori, destinati agli alloggi. La costruzione delle insulae e il loro affitto costituiva una importante fonte di reddito e di affari, con vere e proprie speculazioni. Le fonti antiche [Tacito, Svetonio, Dione Cassio] si differenziano nell’indicare le origini del disastro [principis incertum] e soprattutto nell’addebitarlo con certezza al dolo. La storiografia più recente – supportata dalle conoscenze tecniche sullo sviluppo degli incendi – tende a considerare assolutamente possibile l’accidentalità pur con quella forza di devastazione e con le modalità con cui l’incendio si propagò, senza necessariamente ipotizzare squadre di incendiatori di Tigellino, prefetto del pretorio e amico dell'imperatore, all’opera per attizzare il fuoco. Certo è che la voce popolare che voleva Nerone – nonostante i numerosi provvedimenti presi dopo l’emergenza per pianificare meglio la costruzione di edifici e impedire il riprodursi di incendi – addirittura come «l’organizzatore» dell’incendio non scemò. Fu per questa ragione che Nerone, colpevole o meno dell’incendio, accusò i cristiani, questa curiosa setta con strane abitudini e discipline – pregavano un Dio, aspettavano l’apocalisse per un nuovo mondo, si amavano l’un l’altro, non temevano il potere – che veniva vissuta con fastidio e irritazione. Non erano amati, i cristiani, era facile addossargli ogni colpa. Ebbe inizio così una persecuzione spietata. Punteggiato di martirii orribili, non solo le belve o la croce di legno: i non cittadini romani [i clandestini, insomma] venivano spalmati di pece alla quale si appiccava il fuoco.

Nei giorni immediatamente successivi il rogo dell’appartamento di piazza Vittorio in cui hanno perso la vita Mary Begum, 38 anni, e il figlio Hasib, 10 anni, prima disperatamente aggrappati a un filo di antenna nel cavedio per sfuggire alla fiamme e poi precipitati, un principio di incendio è scoppiato in una casa di immigrati sulla Prenestina, dove una madre aveva dimenticato un pentolino sul fuoco perché distratta per badare un figlio, in un magazzino trasformato in riparo per la notte e arso quasi completamente è stato trovato il cadavere di una donna dell’Est, e dalle parti di Medaglie d’Oro, in un’ex scuderia delle guardie papali abbandonata e zeppa di provvisori giacigli, un uomo è rimasto ustionato su quasi tutto il corpo. Per tutto l’anno appena finito non si contano più gli episodi [in appartamenti, roulotte, tende, scassoni di automobili, magazzini, edifici fatiscenti, grotte, luoghi di fortuna] in cui questi due elementi, il fuoco e gli immigrati – rom, bengalesi, africani, rumeni –, vengono abbinati dalla cronaca. C’è qualcosa di primordiale in questa lotta contro gli elementi: prima l’acqua, ormai cimitero marino, poi il fuoco. Per fortuna, spesso sono episodi di lieve entità o che si risolvono solo con un gran spavento. Ma a volte, e sempre di più, gli episodi gravi si susseguono, vite si perdono. Enorme emozione suscitò il rogo nel campo nomadi di via dei Gordiani agli inizi dello scorso dicembre, in cui morirono i giovanissimi sposi Sasha Traikovic, 17 anni, e Lijuba Mikic, 16 anni. È uno stillicidio. È il nuovo, devastante incendio di Roma.

Roma ha di nuovo le sue catacombe, luoghi oscuri, sovraffollati, appena rischiarati e scaldati, dove si accatastano donne, bambini, giovani uomini pieni di speranza e dolore: sono le migliaia e migliaia di nuove insulae che punteggiano la città. Appartamenti dove si vive in quindici, venti persone, in condizioni terribili che solo l’ostinata determinazione delle donne a rassettare il mondo rende appena sopportabili. Cercano un nuovo regno. Forse anche una repubblica. Questi uomini pregano. Lavorano e pregano. Fanno affari e pregano. Prosperano e pregano. Fanno fatica e pregano. Sudano e pregano. Vengono insultati, derisi, disprezzati. E pregano. Bruciano e pregano. Se da qualche parte è andato a finire Dio, è qui che sta. In mezzo a loro.

Sono musulmani, per lo più. Una strana setta, con strane abitudini e discipline. Additati di ogni colpa, di strani riti, di ogni disastro, di ogni nefandezza. Sono per principio colpevoli, guardati e considerati con sospetto. Raccontati quotidianamente dai nuovi «storici», i giornalisti, spesso nei modi più odiosi. Chissà cosa resterà di queste «fonti» per il futuro? Chissà su cosa potranno basarsi gli uomini di domani per capire quello che stava accadendo da noi, qui. Di Gesù, come si sa, abbiamo pochissimi frammenti storici verificabili, e l’unica fonte «certa», sulla quale tutti si basano, è Giuseppe Flavio, uno storico che prima di prendere il nome romano era stato Josef ben Mattia, uno dei leader della rivolta ebraica. Si salvò la vita gettandosi ai piedi della dinastia Flavia, e da quel momento nessuno fu più spietato di lui nel raccontare le storie dei giudei. Un po’, immaginate, come se tra duemila anni per capire l’islam in occidente l’unica fonte rimasta fosse Magdi Allam.

Non molto tempo fa, Parigi fu colpita da una serie di episodi, incendi in case di accoglienza di immigrati, troppo simili e ravvicinati l’uno all’altro per non destare il sospetto che fossero dolosi. Almeno di un paio lo si constatò con certezza. Furono arrestati degli sbandati, le istituzioni intervennero – come sempre a cose accadute – trovando nuove e migliori situazioni. In Germania, nel corso degli ultimi anni sono stati diversi gli episodi in cui intenzionalmente il fuoco è stato appiccato da bande di nazisti contro case di immigrati. In alcuni casi con numerosi morti, come sempre donne e bambini. L’incendio di Roma è invece «accidentale».

Si dice che i pugili buoni siano quelli che vengono dalla strada, dalla disperazione, dalla miseria. Siano quelli che hanno conosciuto il dolore, che sanno sopportarlo, sanno riscattarsi, sanno stringere i denti e tenere duro. Magari non sanno verso cosa vanno, ma di sicuro sanno da che cosa vengono, che cosa fuggono. La boxe non è roba da fighetti. Anche Dio non è roba da fighetti. Forse non è esattamente il tonitruante guerrafondaio di quella strana fede politica che è la «religione americana» di adesso ma certo non dev’essere una passeggiata averci a che fare. E forse non ha nemmeno sempre il coltello fra i denti pronto a immolare qualunque infedele tagliandogli la gola. Qualunque cosa sia, per crederci e incontrarlo, per vederlo e sentirlo devi farti il culo. È sempre stato così, sempre sarà così. Forse invece di sproloquiare sulle irrinunciabili radici giudaico-cristiane della nostra civiltà, faremmo bene a sigillare le nostre bocche e ad aprire i nostri cuori. Ad ascoltare quelle preghiere che salgono da tappetini di quattro soldi. Ovunque, comunque. Li puoi bombardare o torturare, puoi vederli annegare o bruciare, sono inarrestabili. La miseria da cui vengono non spiega tutto. Sono sostenuti da qualcosa che è impossibile arrestare. Vengono qui, nel cuore della cristianità, a pregare un altro Dio, a combattere per sopravvivere, a morire, a pregare lo stesso Dio, chissà. A scuotere l’impero. Noi non possiamo lasciare che brucino. Dio non ci perdonerebbe mai. Perché magari questa è una buona, ultima occasione per conoscerlo. Anche solo costruendo case dignitose. Una politica dignitosa. Per essere noi davvero civili. Nell’indifferenza, il dolo, allora, ci sarebbe tutto.

Roma, 22 gennaio 2007
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