Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l'epoca della fede e l'epoca dell'incredulità; il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l'inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell'altra parte - a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni che li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo.
Charles Dickens - Le due città
La notizia non è questa: Mariella [o Esmeralda o Carmen?] è una zingara di vent'anni, incinta. Le arrivano le doglie nel posto più inaspettato, mentre viaggia in metropolitana. Non può trattenersi: si distende lì, sulla panchina di una stazione metro e partorisce. E' una femmina. Come una gatta gravida ha trovato un posto qualunque, casuale dove mettere al mondo i suoi piccoli. La notizia però non è questa.
La notizia è quest'altra: appena si rende conto di come stanno le cose, il responsabile della stazione - è una donna - devia il percorso degli altri convogli in arrivo: il rumore, la folla in entrata e in uscita avrebbero ancora più complicato gestire la situazione. La donna - in quel momento l'autorità massima, il capitano delle nave - ha esperienza di metropolitana, di vagoni, di ticket e obliteratrici, di tunnel e cavi sotterranei, di "attenzione ai pickpokets": è giovane, è in carriera, non sa nulla di gravidanze e parto. Ma tra i passeggeri dell'ultimo metro ci sono due signore che figli ne hanno fatto e cresciuto fino a vedere nipoti. Con dolcezza e esperienza aiutano Mariella [o Esmeralda o Carmen?] a spingere, a stringere i denti, a respirare, a non mollare: la tranquillizzano e la incitano. E' la scena più antica del mondo. Dei curiosi si sono fermati, tenuti a bada dalla capo-stazione. Ma in qualche modo partecipano anch'essi, sono coinvolti, forse emozionati: è la scena più antica del mondo. Mariella ce la fa: è una femmina, che le viene poggiata sul ventre: strilla, agita i pugni. Le due signore si complimentano a vicenda, qualcuno batte le mani, si brinda con acqua minerale comprata a pacchi da sei in supermercato con lo sconto, la capo-stazione è commossa: sa di essere stata importante. Vorrebbe dare un nome alla piccola, ma Mariella dice che no, bisogna chiedere al padre, a suo marito: tra loro si usa così. E facciamoglielo mettere 'sto nome al padre, lasciamogliela 'sta soddisfazione. Quando arrivano i medici e gli infermieri a portare via la ragazza e la piccola è già tutto fatto: c'è aria di festa, di gioia. Le signore dicono che andranno a trovare la ragazza, nel suo campo nomadi, ormai sono prese da un ruolo di madrine. Chissà, cercheranno in fondo ai bauli di casa qualche golfino, qualche canottierina, qualche copertina, magari sarà avanzata nei riciclaggi che si fanno in famiglie grandi. Anche la capo-stazione dice che ci andrà. Intanto, domani, metterà un bel fiocco rosa nella stazione della metro. E' nata una stella, nel ventre della città. E' nata in mezzo agli angeli. Ecco, questa è la notizia.
Perché non posso credere che ci siano capo-stazione così, passeggeri così: io li conosco i capo-stazione, li conosco i passeggeri, io la conosco la metro. E' piena di zingari che salgono a una fermata e scendono alla successiva: hanno un'età indefinita, bambini-adulti che trascinano o portano a tracolla bambini-adulti ancora più piccoli, suonano piccole fisarmoniche ansimanti, biascicano litanie dove si mescolano orrende disgrazie a enfatici auguri di buona fortuna, e sai benissimo che se non dai qualcosa le disgrazie saranno per te. Io li conosco i passeggeri: appena li vedono si stringono la borsa al petto o si toccano nella tasca posteriore dei pantaloni, fanno finta di guardare un punto imprecisato per non essere intercettati negli occhi, sbuffano e mostrano insofferenza, qualcuno dice a voce alta quel che ne pensa e ne pensa cose terribili, qualcuno li spintona, li allontana malamente, pochissimi danno monetine di rame, quelle che avanzano, che si infilano negli interstizi dei portamonete, quelle che non sono buone neanche per giocarci a bottoni. E' così che va sulla metropolitana. Gli zingari rubano. I negri ce l'hanno grosso, gli arabi vanno di coltello, gli albanesi fanno i magnaccia, i polacchi prendono i soldi del papa. E' così che si parla in metropolitana. E' così che si pensa in metropolitana.
In un raccontino del 1964 [I segreti della MM] Dino Buzzati viene spedito dal suo direttore di giornale a incontrare un tecnico della metropolitana milanese che pare abbia scoperto una strana porticina nel sottosuolo. Ai due si aggrega un ingegnere e i tre si avviano verso il luogo della scoperta: pare che qualcuno si sia già infilato, senza fare ritorno. Il tecnico è l'unico che sia tornato e afferma con certezza: lì è l'Inferno. Scettico e timoroso Buzzati decide di verificare di persona, ma più per dovere di cronaca: si infila nella porticina, ormai quasi murata, e dopo aver percorso carponi un cunicolo e salita una scala si ritrova dall'altra parte. Ma, ecco, di là c'è Milano, le stesse piazze, le stesse automobili, le stesse persone, indaffarate e distratte, automatizzate come i semafori. E' Milano, riconoscibile, ma è anche Tokio e Londra e Amburgo e Amsterdam. E' lo stesso mondo e un altro mondo: "… sulle facce pallide una ottusa atonia come per effetto di stupefacenti… Pallidi, svuotati, castigati e vinti. E più nessuna speranza: è forse questo il segno che siamo veramente all'inferno?"
L'inferno dunque esiste: basta guardarsi intorno, basta infilare una qualunque delle porticine sparse per ritrovarsi dall'altra parte, per ritrovarsi di qua. Dannati tra le bolge si aggirano i miei concittadini: vanno al lavoro, prendono il cappuccino, tornano a casa, firmano le rate del mutuo, guardano la tele. Domani è un altro giorno, lo stesso giorno. Come novelle barche di Caronte i vagoni della metropolitana li traghettano di qua e di là.
Da qualche parte s'è spezzato questo universo temporale e se n'è formato uno parallelo. Sono bastate le doglie di un parto, le urla di una gravidanza, lo strillo di una bambina appena nata. Pallide facce di ottusa atonia si sono animate di vita, di umanità.
La voce s'è diffusa, si va spargendo: c'è una stazione della metro dove si vive umanamente, dove ci si dà una mano, si accolgono con gioia gli eventi che creano gioia, non si corre affannati verso il nulla ma ci si ferma a chiaccherare, preoccuparsi, ridere. E' qui, a Roma. Sulla metro A.
Qualcuno ci va a curiosare, qualcuno si sta portando lo spazzolino da denti, il fornelletto da campeggio e il materassino di gommapiuma che si arrotola: magari si fermerà più a lungo. Come in Underground di Kusturica, ci si rifugia dal mondo "di sopra" - guerre, sangue, morti, brutalità - e si cerca di vivere altrimenti. E' qui, a Roma. Sulla metro A. E' il segreto della metro A. Avanti c'è posto.
Roma, 29 settembre 2002
|