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09 Ottobre 1983
Il carcere non serve alla pena |
1) Carcere ed Enti Locali. Crediamo anzitutto che vada stabilito un rapporto continuo tra carcere e territorio, tra soggetto imprigionato e strutture sociali del territorio. E' la prima importante questione. In questi ultimi anni, la politica dell'emergenza ha cassato la riforma del '75. Essa ha guardato al carcere solo quando è stato rivolte, sequestri, pestaggi, "caso nazionale". Si è distinta per una disumana tecnologizzazione e per strapparlo alla territorialità naturale e amministrativa. Piccole repubbliche delle banane si sono costruite qui e là, senza che fosse possibile sindacare, vedere, giudicare, se non solo da parte di familiari disperati. Escludendo le forze democratiche, sindacali, politiche, fino a che appunto non scoppiasse il "caso". Cosa altro erano l'Asinara, Nuoro? Cosa altro è Voghera o le sezioni speciali sparse sul territorio nazionale? Cos'altro stava diventando Sollicciano? Cosa fu la notte di S.Vittore? Il carcere viene strappato alla città per essere sottratto alla sua vista, al suo giudizio. Il carcere viene dislocato verso le periferie, zone militarizzate, come fossero Cayenne, Guyane. Viene sottratto alla sua struttura primaria, la città.
Non solo si è interrotto ma è stato rovesciato quel processo di decentramento regionale, cittadino, che aveva avuto avvio con la riforma del '75 (tipica la norma positiva della ridotta distanza tra detenuto e famiglia). Noi invece crediamo sia fondamentale un nesso stretto, stabile, continuativo tra la città e i "suoi'' prigionieri, tra le strutture amministrative del carcere e i cittadini della "loro" città.
Ecco, se è possibile sintetizzare, diremmo orizzontalizzare il carcere, e non verticalizzarlo. Orizzontalizzare significa aprire il carcere alla società, alla città, ai suoi cittadini, alle sue istituzioni, ai suoi movimenti, alle sue forze vive di lavoro, di ricerca scientifica, di cultura. In questo, gli Enti locali devono avere un'importanza basilare. Non verticalizzarlo significa non delegarlo all'Amministrazione centralistica. La stessa legislazione vigente dà già qualche possibilità.
In questa prospettiva - aprire il carcere alla città - crediamo che la questione del lavoro si debba affrontare subito con concretezza. Lavoro interno e lavoro verso l'esterno. Non abbiamo alcuna intenzione di riproporre un discorso sul lavoro in carcere per come è stato inteso nel passato; non crediamo sia produttivo essere usati come forza bruta e sfruttati in produzioni paleo-industriali e "nere". E' attorno il criterio del 'lavoro socialmente utile' che noi chiediamo proposte e realizzazioni. E ' attorno il criterio della cooperazione che intendiamo possano svilupparsi forme di produzione. Rovesciare l'etichetta di pericolosità sociale attraverso vere e proprie iniziative di sperimentazione. Verso l'esterno in cooperative di lavoro, con forme di semilibertà) si potrebbero realizzare iniziative contro il degrado ambientale, l'inquinamento industriale, per l'equilibrio ecologico. Verso l'interno (e in questo, come per il resto, è importante un rapporto con gli Enti Locali oltre che con gli organismi sindacali) si potrebbero costituire dei corsi che tengano il passo con le trasformazioni produttive e il largo impiego di nuovi s strumenti (elettronica, informatica), tenendo presente come è mutato in alto il livello di scolarizzazione e di acculturazione media in carcere. Si potrebbe anche pensare a rapporti di lavoro con l'università, gli Enti locali, le imprese.
2) Trasformazione del carcere. Questo vuol dire anzitutto vincere il custodialismo, l' ideologia segregativa. Il carcere uccide definitivamente ogni carattere sociale dell'individuo, e non può essere altrimenti per come oggi viene concepito e utilizzato. E' esso stesso malattia, spreco, ozio, immobilismo, irreversibilità d'una funzione distruttiva, di destrutturazione della personalità. Questa funzione irreversibile alimenta la perdita di ogni sensibilità a quanto pulsa vitalmente nella società, mentre moltiplica il diventare prigionieri inchiavardati su se stessi. Il teorema carcere conferma se stesso, produce carcere a mezzo di carcere. Eppure, deve esserci una via di fuga. Noi crediamo che stia nella forza d'una cultura dell'uomo come elemento sociale. Per questo ci battiamo per scoprire, rinsaldare valori sociali, momenti di socialità, conoscenza dei meccanismi della società. Per questo ci battiamo per scoprire qui, nel carcere, valori umani, di cooperazione, di comunità, rapporti improntati allo scambio e non alla sopraffazione, opponendoci simmetricamente alla violenza insita nel carcere, opponendoci alla disperazione individuale, all'autolesionismo e alla prevaricazione della legge della giungla. Ma una comunità non può vivere su se stessa, rischia di morire o di diventare clan, di risolversi in un ghetto, nella riproposizione della marginalità. Bisogna trovare mille fili di rapporto con l'esterno, interlocutori plausibili, interessati, attenti. Pensare a un grande lavoro di cooperazione significa superare la concezione individualistica che il trattamento penitenziario ha del prigioniero, riproducendo valori antisociali.
Il carcere è fissazione di distruttività del carattere sociale; bisogna dunque pensare ad un'ecologia dell'elemento comunitario che bonifichi l'immiserimento del carattere sociale. Questo può darsi certamente con lo sviluppo di sperimentazione sul lavoro utile, ma anche con l'invasione del carcere da parte della società. L'università potrebbe fare corsi di Storia, veri e propri seminari di storia moderna e contemporanea, senza necessariamente un fine di titolo di studio. Come se fossero le 150 ore. Corsi di lingue straniere e tanto altro. I sindacati potrebbero fare degli incontri di storia sindacale, nozioni elementari di economia del vivere quotidiano. E poi ancora, promuovere tutte le attività creative, gli interventi culturali. Superare definitivamente l'aspetto meramente assistenzialistico che caratterizza quanto ha accesso al carcere che non sia d'amministrativo. Ma superare anche una concezione denunciatoria del carcere che ha caratterizzato a lungo la sinistra. Quella schizofrenia, indotta dall'emergenza e da eccessivo pentimento sugli anni '70, per cui del carcere si può parlare solo in quanto e dove si schiacciano diritti elementari d'umanità, ma non se ne può parlare con continuità. Se e vero che il carcere non può - né forse mai lo ha fatto - assolvere una funzione di rieducazione, ciò non può portare a un malinteso senso di immutabilità, di irreversibilità. Eppure, questo accade. La seconda metà degli anni '70 e i primi '80 vedono una progressiva permanentizzazione del detenuto in carcere, una sorta di ergastolizzazione. Il carcere perde in buona misura quell'aspetto di transumanza che aveva precedentemente. Si parlerà d'un nuovo tipo di reati e di un innalzamento della violenza, ed è vero. Ma quello che ci preoccupa è l'ideologia che è passata e ancora vive tra queste considerazioni. L'irreversibilità della pena, l'irriducibilità del carcere. Sorte parallela - con tutte le differenze della questione - ha subito la riforma dei manicomi, la 180. Noi non abbiamo un ricettario di proposte ma sappiamo con esattezza ciò che andrebbe fatto. La impossibilità di risocializzazione da parte del carcere non può significare l'impotenza della società rispetto al carcere. E' alla società, ai suoi organismi attivi che va affidata una funzione risocializzante.
Il carcere è disutile, non ha alcuna forza deterrente come non la ha mai avuta la pena di morte (nonostante la massiccia ripresa d'uso negli Stati Uniti). Il pericolo è questo, 1'intensificazione d'una teoria di inceneritore del carcere. La prospettiva, invece, è la ripresa d ' una iniziativa riformatrice. Solo che oggi il rapporto non può essere quello diretto tra lotta dei detenuti e riforma, tra denuncia e quadro legislativo compiuto. Deve invece crearsi un rapporto molecolare tra iniziativa dei detenuti ed esterno sul piano di concrete proposte e di mille attività, puntando a modificare, ad allargare le maglie legislative e ad eliminare le più restrittive. Il percorso che facciamo, lungo e difficile, è quello dell'estinzione del carcere.
Roma, carcere Rebibbia, 1983 [1984?]
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