Nessuno mi aveva mai raccontato i nomi degli zingari. Esma lo fa. Esma ha nove figli. Si chiamano Slagena, Razia, Dina, Roberto, Emanuela, Ornella, Clint (come l’attore Eastwood), Clinton (come il Bill presidente degli Stati uniti) e Hillary (come la moglie del Bill di cui sopra). Hillary è l’ultima nata, pochi mesi. Non sono neanche i nomi più formidabili. In una lista di ragazzi che giocano a calcio organizzati da un’associazione volontaria, tra Jasminko, Zvonko, Nedim e Spaho, trovo due Rambo, un Elvis e un Hanibal e da qualche parte sgambetta un Pacino (come l’attore Al). Se vuoi capire che succede ai Rom, devi partire da lì, dai nomi.
Al Villaggio solidale – c’è scritto così, con serietà pomposa, su tutti i documenti ufficiali – sulla Pontina, a Castel di Leva, in mezzo al nulla, sono stati trasferiti i circa 800 Rom che vivevano a Vicolo Savini. Qui si è lontani da tutto, da un supermercato, da un bar, da una scuola, dai romani. Soprattutto, lontani dai «cittadini», quelli pronti a far barricate se arrivano gli zingari. Esma ci accoglie all’ingresso del campo, tiene Hillary in braccio, accoccolata in una grande fascia che le attraversa il corpo. Ne vedo decine di donne così, durante il giorno, per le strade di Roma. Ma le cose hanno altri contorni se le guardi a distanza ravvicinata. Esma, che alza la voce per zittire gli altri che ci si affollano intorno, è un capo. Ha la faccia forte e dura. Una donna anziana ci segue mentre giriamo e ripete una litania gutturale «Noi male qui, noi stare male qui». Le tende sono blu e il loro allineamento forma come dei piccoli sentieri. Ai lati c’è una fila di gabinetti chimici e due piccoli container per le docce. C’è l’acqua per lavare e la luce elettrica. Delle lavatrici e qualche parabola. Ieri hanno anche portato le stufette, la temperatura si abbassa parecchio di notte e lo strato sottile d’una tenda non può essere un riparo sufficiente, l’umidità è forte in campagna. Portano il cibo preconfezionato, ma non piace a nessuno e non è un granché – «Neanche voi lo mangereste» – dicono, e gli credo sulla parola. Il campo lo hanno montato quelli della Protezione civile, che ci sanno fare, e ha un che di militare, di soccorso per un cataclisma o per le grandi migrazioni di confine. Per una deportazione. Ne hanno montato uno così e anche più grande per i papa-boys, al Giubileo di Wojtyla. Chissà se sono le stesse, le tende, se le hanno riciclate. Ma qui non c’è odor di santità, di salvezza. Di miracoli, però, ci sarebbe bisogno. Dentro, ci sono tappeti per terra e qualche quadretto con la cornice alle pareti, molti poster di film, peluche e ninnoli, un’idea di casa. Siete stati fortunati, dicono, quando ha piovuto per giorni e giorni qui si galleggiava in mezzo al fango. Oggi c’è il sole. Ma, da qui, sembra uno sfollato pure lui. All’ingresso di ogni tenda c’è un rettangolo di plastica con un nome e un numero: è stata fatta una mappatura. E un censimento. Ci sono degli elenchi, chi ha diritto e chi no, chi c’era prima e non può esserci dopo. In ballo c’è un «contratto con gli zingari». Hanno firmato un accordo d’onore, Luca Odevaine per Veltroni, Meo e Cizmic per i Rom. Entro due mesi – dice l’accordo – avranno due villaggi, con le case di legno e tutto, purché vengano via da Vicolo Savini. Loro intanto devono mantenere il decoro e la legalità. C’è scritto proprio così. Ognuno ha le sue fisse. L’accordo è stato fatto quest’estate, ma a tuttora non s’è mossa una foglia. Loro, da Vicolo Savini ci sono venuti via. Adesso aspettano. Cizmic, che racconta queste cose, sembra proprio un uomo d’onore.
Qualche ragazzino interrompe una partitella a calcio e ci saluta, scambia due parole. I bambini parlano un italiano perfetto, mi dice Cizmic con orgoglio, e con la mano tira una linea dritta nell’aria. «Già, ma tu, che stai qui da trent’anni?» – gli faccio io. «Io poco scuola». I ragazzi ora non vanno più a scuola. Il bus arriva alle otto lì, ma sulla Pontina sai quando parti e non sai mai quando arrivi. Loro arrivano sempre in ritardo, così dopo un po’ che hanno litigato con gli insegnanti hanno deciso di non andarci più. Da una tenda esce una bambina, ha una scopa in mano, spazza lì davanti, deve tenerci al decoro. Poi, ne esce un altro, più piccolo, poi un altro, poi un altro, poi un altro. Poi una papera, poi, due galline. Tra i gruppi di tende si sono formati come dei piccoli spiazzi, ci stanno i vecchi, le donne anziane, i malati. Sembra un paese, un villaggio. Ha qualcosa di antico. Fuori dal tempo.
Vicolo Savini era un posto di merda, una situazione di degrado ormai intollerabile. Sta dietro il Cinodromo, e adesso è solo uno spazio vuoto, raso al suolo, con buche enormi piene d’acqua e un lavatoio di piastrelle tutto sbreccato unica cosa assurdamente rimasta in piedi, nel mezzo. Quando ci passo, faccio fatica a pensare che 800 persone potessero campare là, dentro roulotte e automobili. Ma era il posto dove hanno vissuto a lungo e dove erano riusciti comunque a garantirsi delle relazioni di sopravvivenza nel territorio, il bar, il supermercato, la scuola. Dove in tanti ci sono nati. È durato diciotto anni, una vita. Per qualcuno anche di più, perché i primi arrivi dalla Bosnia sono del 1967, lungo le sponde del Tevere, lì vicino. Era la loro casa. Qualcuno che c’è rimasto la casa l’ha costruita davvero, rimettendo su vecchie strutture abbandonate, rifacendo muri e tetti. Zorro c’è rimasto, a esempio, con fratelli e sorelle. Anche Daniela, con padre e madre e dieci fratelli. Hanno messo su una cooperativa e un piccolo laboratorio, fanno collane e orecchini con roba riciclata, vendono nei negozi solidali. Loro no, loro mettono collane e orecchini d’oro. Daniela danza anche, fa le sue tournée in Abruzzo, e insegna ai ragazzini delle scuole a danzare i loro balli: le brillano gli occhi mentre lo racconta, occhi neri neri, a fare parure con i suoi ori. Gli altri, quelli che sono andati via, finiscono per tornarci sempre, vanno a fare i loro scambi, a trovare lavoretti, qualcuno ha una bancarella con i vestiti usati e le cose che si raccattano in giro da vendere, si prendono un caffè al bar, perdono il loro tempo come tutti. D’altra parte che cazzo stai a fare sulla Pontina, in mezzo al nulla?
Mentre sto per andare via da Vicolo Savini rivedo la donna anziana delle tende sulla Pontina – quella della litania «Noi male qui, noi stare male qui». Sta seduta con altre donne, a chiacchierare delle loro cose. «Come ci sei arrivata qui?» – le chiedo. Lei sorride, con la sua bocca sdentata, e allarga le braccia. Ma sì, sono streghe le loro donne, volano sulle scope, no?
Roma, 19 ottobre 2005
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