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10 Giugno 1999
Da Corso Traiano a Piazza Fontana |
La strategia della tensione come risposta criminale al biennio rosso
Lanfranco Caminiti e Marco Grispigni
Di anniversario in anniversario eccoci al trentennale del 1969, l’anno degli operai. E’ noto, ne abbiamo parlato più volte anche su questo bollettino, il sostanziale disinteresse per questa ricorrenza: in occasione del ventennale del ’68 fu veramente clamorosa la disparità tra la ribalta mediatica sull’anno degli studenti e il silenzio sulle lotte operaie. Una vera e propria “vendetta di classe” postuma. D’altronde chi, ormai da molti anni, si batte per un approccio correttamente storiografico agli anni ’60 e ’70, quelli fortemente segnati dalla presenza dei movimenti sociali, sa benissimo, in maniera laica, che se è possibile sfruttare la “sindrome da anniversario” propria dell’editoria e della pubblicistica nazionale per porre sul piatto delle riflessioni nuove e stimolanti non c’è assolutamente da fer gli snob e gli schizzinosi.
Quindi, questo numero del bollettino è centrato sulla riflessione storiografica sul ’69 operaio [e sul rapporto studenti-operai]. In questo contesto vorremmo però aggiungere un elemento. Il 1969 è anche l’anno in cui il 12 dicembre la bomba esplosa nella Banca dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, segnò un drammatico salto di qualità nelle oscure trame che hanno caratterizzato l’intero periodo repubblicano. Quel giorno ha segnato indelebilmente la coscienza di una generazione e d’un paese, anche se ancora oggi non esiste una verità giudiziaria né un accertamento risolutivo delle concrete responsabilità materiali e politiche; indagini e ricostruzioni dei magistrati sono ancora in corso, faldoni e incartamenti di tribunale sono scomparsi, si perdono e si trovano, molti personaggi coinvolti sono ormai morti o fuggiti lontano. L’atteggiamento generale è di rimozione o di commemorativo ricordo: la strage appartiene al passato, quello della Prima Repubblica, quello della “guerra fredda” e della divisione del mondo in blocchi, quello dei Servizi segreti spadroneggianti, quello dei tentativi di golpe, quello dei fascisti usati per il “lavoro sporco”.
La strage di piazza Fontana ha pesato sulla storia di questo paese senza esservi entrata storicamente con la stessa importanza. Ma quel periodo appartiene anche al passato dei conflitti sociali, all’autunno caldo operaio, quella straordinaria stagione di conflitti incastonata nel biennio rosso ‘68-69, che vide il soggetto del lavoro porre la questione di un “contropotere” costitutivo sulle istituzioni, la produzione, i bisogni sociali, la distribuzione del reddito. I due “eventi” non sono indifferenti l’uno all’altro. La strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia trova le sue radici nella volontà pervicace e pronta a tutto da parte di chi deteneva il potere economico e politico, dentro un quadro internazionale “bloccato”, di far fronte, spezzare, intimidire, ricacciare indietro quell’avanzata sociale. Proprio la stagione più alta dei conflitti sociali e il suo soggetto politico (quel movimento operaio che aveva preso la “staffetta” dal ’68 studentesco e vi si era mescolato) furono l’obiettivo delle bombe indiscriminate fra la gente, sui treni, nelle piazze. I moschetti della polizia, quelli usati fin dall’inizio del dopoguerra, quelli che ancora a partire dal dicembre del 1968 erano tornati a sparare ad Avola, a Viareggio, Battipaglia, non bastavano più da soli.
La strategia della tensione fu direttamente antioperaia: la specifica “forma” orribile che il potere politico assunse contro i movimenti sociali. I tentativi di colpo di Stato che si svolsero in quel tempo (da De Lorenzo a Borghese) avevano il tono della pressione strumentale all’interno del quadro politico. L’avventurismo e l’impraticabilità d’una soluzione militare in un paese che, dall’attentato a Togliatti alle giornate del luglio ’60, aveva mostrato una reattività popolare e una rete di resistenza sociale forti, a meno di un bagno di sangue dalle dimensioni d’una guerra civile, venivano comunque agite per bloccare politicamente la costituzione materiale della società. Fra quei “golpe” e la strategia della tensione c’è un salto terribile, una determinazione cieca, un punto di non-ritorno: la minaccia si fa palese e indiscriminata. Il bagno di sangue assume l’aspetto del terrorismo di Stato, una figura della retorica del potere purtroppo non nuova. Una trama occulta per un fine evidente.
D’altronde ci sembra evidente l’impatto che quella strage ebbe sul conflitto sociale, sul movimento operaio (fin dal giorno dei funerali delle vittime in Duomo) e specificamente sui gruppi della sinistra extraparlamentare: dalla campagna di stampa di “Lotta Continua” contro il commissario Calabresi dopo la morte di Pinelli all’elaborazione, da parte di Feltrinelli, d’una nuova resistenza nei confronti d’un golpe ormai prossimo, è certamente possibile rintracciare in quell’episodio, in quel periodo un’accelerazione della questione della “violenza giusta”.
Quest’ultima affermazione non deve essere assolutamente letta come una sorta di giustificazionismo rispetto alla sciagurata scelta della lotta armata da parte di alcuni settori di militanti provenienti dalle esperienze dei movimenti: il percorso che conduce questi militanti verso la loro drammatica scelta è forse accelerato dalla strage, non certo provocato da essa con un principio di causa ed effetto. Ma per ragionare in senso storiografico sulla strategia della tensione è necessario periodizzarla in maniera chiara, uscendo dalle ambiguità che assolutizzano l’evento Piazza Fontana, ma soprattutto rifiutando quelle interpretazioni generaliste che ammucchiano tutto, nel buio dell’orrore, dall’alleanza con la mafia da parte degli americani appena sbarcati in Sicilia nel 1943, fino alle bombe di Totò Riina, passando per lo Stay Behind, la Nato, i generali felloni, i fascisti, l’Internazionale Nera, la CIA, Sindona, Moro, le Br, Gelli e la P2.
La strategia della tensione inizia nel ’69 e finisce sostanzialmente con la messa fuorilegge e i processi contro Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale fra il 1973 e il 1974, cioè con le stragi di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus. La permanenza di un “doppio Stato” si manterrà, trame continueranno a tessersi, schegge impazzite e miserabili individui insisteranno a seminare morte e terrore, altre alleanze sporche si costruiranno, altre “gestioni politiche” si susseguiranno. Ma anche il quadro politico sarà mutato: la spinta rivoluzionaria e riformatrice del soggetto operaio dovrà fare i conti con un quadro economico che avrà sempre più i segni della recessione (dalla non convertibilità del dollaro alla crisi del petrolio del ’72) e non sempre sarà in grado di influenzare e determinare positivamente, in avanti, questo scenario. Anche in questo caso è possibile indicare una data come cesura di un percorso, quella della lotta a Mirafiori della primavera del ’73 e dei suoi esiti. Da quel momento, il “partito operaio” non sarà più un’ondata ma una frantumazione di opzioni separate e opposte, tra posizioni sindacali, riformismi centristi, involuzione dei gruppi della sinistra extraparlamentare, autonomia di classe, massimalismi minoritari, assolutezza della violenza.
La bomba di piazza Fontana e la strategia della tensione sono dunque un oggetto storico specifico, la cui interpretazione, proprio perché le ferite sono ancora aperte (dalle varie indagini giudiziarie, con le loro tracce, fino al processo Calabresi) non è neutra o pacifica. Di certo quello che deve interessare un lavoro di ricerca storiografica su questo tema non è l’elaborazione di una teoria del “grande vecchio” come cuore nero di quel periodo: complessa è la relazione tra i soggetti in campo, e il rischio della semplificazione, benché suggestivo, somiglia troppo a quel processo della “mostrificazione” messo in atto all’indomani della bomba nei confronti di Valpreda per dargli credito; al contrario ci sembra evidente la necessità di tenere insieme, intrecciare alcune delle altre tesi interpretative affacciatesi in questi anni in saggi e ricostruzioni, la giustificazione internazionale (il fattore K, la guerra sporca contro il comunismo, la divisione del mondo in blocchi e la terra di nessuno del Mediterraneo), le questioni di politica interna (destabilizzazione o stabilizzazione del sistema politico) e le questioni più specificamente legate alle inchieste giudiziarie (Zorzi o Delle Chiaie, Giannettini o Maletti o Guerin Serac), con la chiave di lettura che individua nella bomba di piazza Fontana una risposta drammaticamente chiara ed evidente al conflitto sociale.
Il biennio rosso ‘68-69, dal movimento degli studenti alle lotte operaie, da Valle Giulia a Corso Traiano, dalle assemblee d’Università ai Consigli di fabbrica, dalle manifestazioni per il Vietnam alle lotte per il salario, disegnò uno scenario politico ingovernabile nella sua complessità e impossibile a essere ridotto a una semplificazione come una scadenza elettorale, una legge-quadro, un rimpasto governativo, la caduta d’un dicastero, la giubilazione d’un governo. La strage di piazza Fontana e la strategia della tensione si provarono a imporre un’orribile logica della semplificazione. Le vittime diventano indiscriminate perché indifferenti in questa logica. L’obiettivo era la conflittualità sociale. E’ questo quadro che ci interessa ricostruire, quello scontro mortale che, benché non sia il segno distintivo di quegli anni e dei suoi esiti, ha pesato drammaticamente su di essi.
Conseguentemente nessuna riduzione dell’intera vicenda repubblicana a una sorta di “libro nero”, a un continuo gioco sporco nel quale grandi potenze e grandi poteri hanno agito sopra la testa dei soggetti sociali, determinando in maniera implacabile gli esiti della storia nazionale. Al contrario anche rispetto a questo tema, e proprio per la sua drammaticità, ci sembra emergere la necessità di tirare fuori dallo specifico di analisi settoriali, libri interessanti e spesso inevitabilmente “agghiaccianti”, la vicenda legata alla strategia della tensione per farla entrare pienamente in relazione come uno degli elementi fondanti con l’intera vicenda nazionale. Gli approfondimenti specifici sono fondamentali nel campo della ricerca storiografica, permettendo di mettere meglio a fuoco alcuni nodi e quindi ottenere risultati innovativi; resta però la necessità, come peraltro da tempo ribadiamo nel nostro piccolo bollettino per quanto riguarda la stagione dei movimenti, di ribadire la rilevanza di queste vicende nella ricostruzione generale della storia repubblicana e quindi nella costruzione di griglie interpretative capaci di leggere la complessità delle vicende storiche.
Da «Per il Sessant8» - n. 17-18/1999, anno IX
La strage di piazza Fontana e la strategia della tensione
Proposta per un CD-Rom
Il prossimo anno, 1999, scadenza trent’anni di distanza da quel 12 dicembre 1969 che ha segnato indelebilmente la coscienza di una generazione e d’un Paese, senza per questo essere mai giunti a una definitiva verità giudiziaria né a un accertamento risolutivo delle concrete responsabilità materiali e politiche: indagini e ricostruzioni dei magistrati sono ancora in corso, faldoni e incartamenti di tribunale sono scomparsi, si perdono e si trovano, molti personaggi coinvolti sono ormai morti o fuggiti lontano. L’atteggiamento generale è di rimozione o di commemorativo ricordo: la strage appartiene al passato, quello della Prima Repubblica, quello della “guerra fredda” e della divisione del mondo in blocchi, quello dei Servizi segreti spadroneggianti, quello dei tentativi di “golpe”, quello dei fascisti usati per il “lavoro sporco”. La strage di piazza Fontana ha “pesato” sulla storia di questo Paese senza esservi entrata “storicamente” con la stessa importanza.
Quel periodo appartiene anche al passato dei conflitti sociali. Il 1999 segna trent’anni di distanza dall’“autunno caldo” operaio, da quella straordinaria stagione di conflitti incastonata nel biennio rosso ‘68-69, da quella progressiva conquista di diritti che vide il soggetto del lavoro porre la questione di un “contropotere” costitutivo sulle istituzioni, la produzione, i bisogni sociali (dalla sanità all’educazione alla casa), la distribuzione del reddito.
I due “eventi” non sono, a nostro avviso, indifferenti l’uno all’altro. La strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia trova le sue radici nella volontà pervicace e pronta a tutto da parte di chi deteneva il potere economico e politico, dentro un ossessivo quadro internazionale, di “far fronte”, spezzare, intimidire, ricacciare indietro quell’avanzata sociale. Proprio la stagione più alta dei conflitti sociali e il suo soggetto politico (quel movimento operaio che aveva preso la “staffetta” dal ’68 studentesco e vi si era mescolato) furono l’obiettivo delle bombe indiscriminate fra la gente, sui treni, nelle piazze. I moschetti della polizia, quelli usati fin dall’inizio del dopoguerra (nel ’48, nel ’60), quelli che ancora nel dicembre ’68 avevano sparato ad Avola, a Battipaglia, alla “Bussola” di Pisa, non bastavano più da soli.
La strategia della tensione fu direttamente anti-operaia: la specifica “forma” orribile che il potere politico assunse contro i movimenti sociali. I tentativi di “colpo di Stato” che si svolsero in quel tempo (da De Lorenzo fino al caricaturale Borghese) avevano il tono della “pressione strumentale” all’interno del quadro politico. L’avventurismo e l’impraticabilità d’una soluzione militare, in un paese che dall’attentato a Togliatti alle giornate del luglio ’60 aveva mostrato una reattività popolare e una “rete di resistenza sociale” forti, a meno di un bagno di sangue dalle dimensioni d’una guerra civile, venivano comunque agite per bloccare politicamente la costituzione materiale della società. Fra quei “golpe” e la strategia della tensione c’è un salto terribile, una determinazione cieca, un punto di non-ritorno: la minaccia si fa palese e indiscriminata. Il bagno di sangue assume l’aspetto del terrorismo di Stato, una figura della retorica del potere purtroppo non nuova. Una trama occulta per un fine evidente.
Ci sembra d’altra parte evidente l’impatto che quella strage ebbe sul conflitto sociale, sul movimento operaio (fin dal giorno dei funerali delle vittime di piazza Fontana in piazza Duomo) e specificamente sui gruppi della sinistra extraparlamentare: dalla campagna di stampa di “Lotta Continua” dopo la morte di Pinelli all’elaborazione, da parte di Feltrinelli, d’una nuova resistenza nei confronti d’un golpe ormai prossimo, è certamente possibile rintracciare in quell’episodio, in quel periodo un’accelerazione della questione della “violenza giusta”.
E’ possibile e necessario così datare specificamente la strategia della tensione, datarla cioè politicamente, a dispetto di quelle interpretazioni generaliste che ammucchiano tutto, nel buio dell’orrore, dall’alleanza con la mafia da parte degli americani appena sbarcati fino alle bombe di Riina, (passando per lo Stay Behind, la Nato, i generali felloni, i fascisti, l’Internazionale Nera, la CIA, Sindona, Gelli, la P2): la strategia della tensione inizia nel ’69 e finisce con la messa in fuorilegge di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, cioè dopo la strage di piazza della Loggia e del treno Italicus. La permanenza di un “doppio Stato” si manterrà, trame continueranno a tessersi, schegge impazzite e miserabili individui insisteranno a seminare morte e terrore, altre alleanze sporche si costruiranno, altre gestioni “politiche” si susseguiranno. Ma anche il quadro politico sarà mutato: la spinta rivoluzionaria e riformatrice del soggetto operaio dovrà fare i conti con un quadro economico che avrà sempre più i segni della recessione (dalla convertibilità del dollaro decisa da Nixon fino alla crisi del petrolio del ’72) e non sempre sarà in grado di influenzare e determinare positivamente, in avanti, questo scenario. Anche in questo caso è possibile indicare una data come cesura di un percorso, quella della lotta a Mirafiori della primavera del ’73 e dei suoi esiti. Da quel momento, il “partito operaio” non sarà più un’ondata ma una frantumazione di opzioni separate e opposte, tra posizioni sindacali, riformismi centristi, involuzioni dei gruppi della sinistra extraparlamentare, autonomia di classe, massimalismi minoritari, assolutezza della violenza.
La bomba di piazza Fontana e la strategia della tensione sono dunque un oggetto storico specifico, la cui interpretazione, proprio perché le ferite sono ancora aperte (dalle varie indagini giudiziarie, con le loro tracce, fino al processo Calabresi) non è neutra o pacifica. Sappiamo bene quello che non ci interessa elaborare: non ci interessa una teoria del “grande vecchio” (fosse un’organizzazione o un individuo, gli Affari Riservati, le Agenzie Nere) come cuore nero di quel periodo: complessa è la relazione tra i soggetti in campo, e il rischio della semplificazione, benché suggestivo, somiglia troppo a quel processo della “mostrificazione” messo in atto all’indomani della bomba nei confronti di Valpreda per dargli credito; non ci interessa la giustificazione internazionale (il fattore K, la guerra sporca contro il comunismo, la divisione del mondo in blocchi e la terra di nessuno del Mediterraneo); non ci interessa una ricostruzione istituzionale, quasi il riflesso della precedente (le bombe contro il Partito comunista e le sinistre per fermarne la crescita elettorale, destabilizzando ogni apertura “a sinistra”); non ci interessa una ricostruzione tutta giudiziaria che si appaghi di individuare in Zorzi, Delle Chiaie, Giannettini o Maletti o Guerin Serac i messaggeri di morte. Che tutti questi aspetti della vicenda abbiano avuto un ruolo è fuori discussione e che ciascuno d’essi vada puntigliosamente e minuziosamente riportato è indispensabile.
Ma ci interessa insistere sulla nostra “chiave di lettura”: il biennio rosso ‘68-69, dal movimento degli studenti alle lotte operaie, da Valle Giulia a Corso Traiano, dalle assemblee d’Università ai Consigli di fabbrica, dalle manifestazioni per il Vietnam alle lotte per il salario disegnò uno scenario politico ingovernabile nella sua complessità e impossibile a essere ridotto a una semplificazione come una scadenza elettorale, una legge-quadro, un rimpasto governativo, la caduta d’un dicastero, la giubilazione d’un governo. La strage di piazza Fontana e la strategia della tensione si provarono a imporre un’orribile logica della semplificazione. Le vittime diventano indiscriminate perché indifferenti in questa logica. L’obiettivo era la conflittualità sociale. E’ questo quadro che ci interessa ricostruire, quello scontro mortale che, benché non sia il segno distintivo di quegli anni e dei suoi esiti, ha pesato drammaticamente su di essi. Rispetto alle ricostruzioni “documentali” dell’Italia repubblicana e della sua storia, la ruvidezza, la spigolosità e l’animosità (politiche e storiche) di questa nostra proposta ci appaiono determinanti, così come la scelta di porre al centro, come protagonisti di quello scontro, gli operai.
Materiale d’archivio:
· Bibliografia
· Commissioni Parlamentari
· Documenti dell’epoca (volantini, manifesti, opuscoli, di destra e di sinistra) provenienti da archivi pubblici e privati.
· Filmati
· Foto
· Interviste (a operai, sindacalisti, magistrati, personaggi vari, giornalisti)
· Rassegna Stampa (brani di Telegiornali e cinegiornali) con una valutazione ragionata del comportamento dei media
· Sentenze
Motivazione di vendita
La scadenza del trentennale è probabilmente un’occasione per creare attenzione su un lavoro e un prodotto di questo genere. Ma non basta. Occorre sicuramente una campagna politica e culturale che abbia al centro la ricostruzione di quel periodo storico e che veda come risultato finale la “messa sul mercato” dell’oggetto elaborato. Ci sembra d’altra parte evidente che un’operazione culturale necessiti d’un riscontro di vendita, che corrobori il senso dell’operazione. Ed è probabilmente sul lato “istituzionale” che è necessario puntare, facendo forza ad esempio sul carattere storico ed esaustivo dei materiali (sarebbe la prima volta che essi si trovano tutti insieme e così facilmente consultabili), e sull’appetibilità del prodotto (i filmati, le interviste, le foto d’epoca): biblioteche scolastiche, circuito delle biblioteche comunali, Camere del lavoro, istituzioni del movimento sindacale, convegni, Enti locali, Comuni, Province e Regioni (in particolare quelli colpiti dalla strategia della tensione) vanno coinvolti e possono dare “numeri” al mercato delle edicole e delle librerie.
Distribuzione
E’ necessario pensare a un utilizzo differenziato dei materiali raccolti e usati: certamente il CD-Rom andrebbe accompagnato da un libro in confezione unitaria, ma un’altra pubblicazione a stampa potrebbe essere fatta autonomamente utilizzando altri materiali. Diversi pezzi per il quotidiano potrebbero comparire durante l’anno (interviste a magistrati o a personaggi dell’epoca) e anche un fascicolo è plausibile. Inoltre, si può pensare a un video che raccolga parti dei materiali filmati e un montaggio e una storia completamente rielaborati. Una mostra itinerante con pannelli, diapositive, filmati, convegni potrebbe supportare ulteriori vendite.
lanfranco caminiti
Roma, aprile 1999
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