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salva invia
13 Ottobre 2003
Cronache di povere violenze
Riporto da alcuni titoli della cronaca romana più recente. Martedì 2 settembre - Romeni stuprano connazionale, due arresti. L'hanno picchiata e poi violentata in cinque, fotografandola durante i rapporti sessuali, all'interno di un edificio abbandonato di Tor Vergata. Mercoledì 1 ottobre - Sequestrano e violentano donna per ore, sei arresti. Sei uomini, tutti immigrati, hanno sequestrato e violentato una donna polacca di 52 anni. La donna è stata anche malmenata e rapinata dei pochi soldi che aveva nella borsetta.
Sono titoli spesso relegati nelle «brevi», episodi - e questi sono davvero solo alcuni - che ormai non «meritano» l'attenzione dei giornali, così frequentemente si ripresentano. E sono solo quelli che in qualche modo - per l'intervento della polizia o per la gravità delle ferite - vengono «registrati». Non è difficile immaginare che, purtroppo, molti sfuggono alla nostra conoscenza, perché le condizioni in cui si svolgono - immigrazione clandestina, ricatti, violenza - sono talmente terribili da essere subiti in silenzio e perpetrati nell'impunità.
La violenza sessuale non è certo prerogativa dell'immigrazione, ma assume qui un carattere ancora più mostruoso e odioso. Come ben sanno coloro che giorno per giorno lavorano nelle realtà dell'immigrazione - poliziotti, magistrati, volontari, operatori civili o religiosi -, la maggior parte dei reati che qui accadono si svolge «all'interno». L'immigrazione clandestina non è una «minaccia» e una continua aggressione alla tranquilla vita delle nostre sicurezze e dei nostri possessi, ma soprattutto un processo di «auto-divoramento». Sopraffazioni, soprusi, taglieggiamenti, ricatti, violenze, in varie forme e occasioni, in varie «gradazioni», dalle più miserevoli alle più gravi, sono la ricorrenza quotidiana di queste situazioni, ai margini della nostra vita. E' evidente che i soggetti più deboli, gli «ultimi» nella scala del degrado, le donne, finiscano con il diventare il pozzo nero in cui si scaricano tutte le frustrazioni. L'aggressione sessuale - in gruppo, quasi sempre, o individuale - è in un certo senso il «simbolo» terribile di questa situazione: una rissa fra polacchi ubriachi o fra albanesi davanti a una mensa caritatevole per il posto in fila ha ancora il sapore dickensiano della «normalità». Dolorosa ma sopportabile. Spesso si distoglie lo sguardo, si resta indifferenti, si fa spallucce. O si telefona a una volante. Credo che persino chi giorno per giorno vive - operando - in queste situazioni abbia finito per assumere un atteggiamento di infastidita sopportazione: si spera che finisca presto, che nessuno si faccia male sul serio, che si possa tornare a fare quello che si stava facendo o per cui ci si trova là.
Ma dove la sessualità dell'immigrazione non è esibita, come nella prostituzione delle ragazze dell'est o africane o dei trans sud-americani, dove quindi essa non costruisce «mercato di scambio» e ambiente comune tra la nostra vita e la loro, dove essa non è «per noi», ma rimane confinata nei comportamenti nascosti allo sguardo, dove essa è esclusivamente «loro», l'assalto, la violenza sono i gesti più frequenti. Senza riguardo alle «razze»: polacchi stuprano colombiana, peruviani stuprano somala, marocchini stuprano moldava, cito episodi, non faccio suggestioni. Perché, talvolta, ancora all'interno di «comunità» ci sono deboli fili di resistenza, e allora si cerca la preda altrove, vicino. Dove, e è la situazione più frequente, direi originaria, non ci sono cugini, parenti, amici, compaesani attorno le donne, ma esse sono così come arrivate, senza mariti, senza fratelli, senza «uomini». Spesso, in fuga dagli «uomini».
Le più paria fra i paria, le più albine fra gli albini, le più storpie fra gli storpi, le donne dell'immigrazione clandestina vivono una battaglia quotidiana, che non è solo la ricerca di un lavoro, la conquista di un permesso di soggiorno, la possibilità di mettersi in regola, l'opportunità di mandare quattro soldi a casa, ma soprattutto la difesa della propria integrità sessuale, del proprio desiderio, del proprio corpo dall'aggressione continua cui sono sottoposte. E non solo dagli altri immigrati. Esse sono sole, terribilmente sole. A volte, riescono ancora a amare.
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