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12 Giugno 1993
Amnistia senza interlocutori |
Sembra non si riesca a schiodare la questione dell'amnistia dalla lenta inerzia in cui ristagna. Essa subisce talvolta improvvise accelerazioni [prime pagine dei quotidiani, interviste su settimanali, notiziari televisivi], per poi inerzialmente fermarsi in lunghi periodi di silenzio. Generalmente le accelerazioni vengono da opinioni e interviste di intellettuali, politici, uomini delle istituzioni. Eppure la fragilità dei nuovi movimenti e delle sue strutture non basta da sola a spiegare la difficoltà a fare dell'amnistia una lotta importante, significativa, continua, concreta.
Certo, ci sono stati decine di incontri, convegni, concerti, trasmissioni, ma è innegabile che l'amnistia non sia diventata il centro delle emozioni, delle mobilitazioni di quella molteplicità di radio, comitati, centri che pur si impegnano talvolta. Ed è curioso, considerando che questa tematica - pur complessa e irta di difficoltà - trova comunque spesso una eco vasta, e stimola, nella sua immediatezza, prese di posizione e attenzione in settori d'opinione molto larghi, la qual cosa e già di per sé importante e feconda.
Credo di individuare il motivo di questa discontinuità dell'iniziativa dei nuovi movimenti, quasi dell'imbarazzo dell'iniziativa, in una doppia sensazione radicata nella distanza. La distanza - politica soprattutto, non tanto temporale -, fatta di condizioni storiche differenti e quindi di esperienza quotidiana - tra i nuovi movimenti e gli anni '70. Questa distanza crea una prima sensazione di straniamento. Il senso della differenza nell'accostamento può tradursi nella spinta all'analisi, alla comprensione, di riconoscimento di continuità e rotture. Accade invece che la distanza venga offuscata dall'affabulazione.
Nella ricerca di radici, di fili rossi del proprio antagonismo, i nuovi movimenti abbracciano con trasporto gli anni '70 in uno sforzo di immedesimazione. Gli anni '70 tempo dei miti, un luogo di fascinazione, zeppo di storie mirabolanti e uomini fuor del comune. Questo far metafora degli anni '70 accorcia d'un sol balzo la distanza, forza lo straniamento, ma sul lato dell'immaginazione, più acconciamente per un testo musicale, un poster, una t-shirt, una poesia d'avanguardia, di fatto si traduce in difficoltà della militanza. D'altronde, la parabola di per sé tende a destoricizzare, a semplificare, a schematizzare, proprio tutto il contrario di quanto abbisognerebbe una battaglia d'oggi per l'amnistia. Allora, credo che questo vizio di metafora, questo guardare agli anni '70 in maniera allegorica e semplice sia qualcosa da rimuovere.
Lo straniamento e l'immedesimazione, questo doppio sentimento della distanza tra i nuovi movimenti e gli anni '70 deformato dall'affabulazione allegorica, rendono conto di una certa inerzia sulla questione dell'amnistia. È come se ci si aspettasse che la sensazione di distanza dagli anni '70 sia un "comune sentire" anche da parte delle istituzioni, come se la ragionevolezza della cesura d'un periodo storico sia così evidente da non potersi che tradurre "prima o poi" nell'amnistia.
Ora, a mio parere, l'amnistia è storicamente il risultato d'un patto tra le parti. Ben diversamente che gesto di magnanimità da parte dell'autorità sovrana, essa è il risultato d'una contrattazione tra soggetti politici, un terreno di mediazione a cui semmai il sovrano non può sottrarsi. Non tenendo in considerazione la pratica delle piccole amnistie ad ogni cambio di presidenza, se si ripercorre la stona delle amnistie significative, quelle che hanno siglato la chiusura e l'apertura di periodi importanti, ci si accorgerà che esse sono sempre state il prodotto d'una mediazione tra forze. In un certo senso l'amnistia rende visibile che la sovranità e scesa a patti con la sua opposizione.
Quello che ha reso finora totalmente campata in aria la questione dell'amnistia è che in realtà nessuno ha la forza di patteggiare alcunché. Paradossalmente, è proprio l'assenza d'un soggetto del patteggiamento sugli anni '70 che non dà consistenza all'amnistia. Certo, ci sono buone intenzioni e buone opinioni, le une e le altre da tenere in conto, ma queste non sono soggetti reali capaci di mediazione politica. L'unico tentativo di mediazione sull'amnistia è stato tentato da Cossiga, scegliendo come interlocutore il PDS e come oggetto di scambio la storia di Gladio ed altri segreti di Stato. Io dò questa lettura di quell'iniziativa, un tentativo di rafforzamento del manovrare di Cossiga, cercato sulla sponda del PDS. Era un tentativo disperato, perché Cossiga non aveva la forza per trattare, perché il PDS non poteva certo rappresentare nella mediazione quei movimenti che per primo aveva fronteggiato con ostinazione ed esasperazione, perché in realtà i soggetti degli anni '70 erano in quella vicenda i vasi di coccio, ininfluenti sullo svolgersi del patto. Ovvero, altre questioni preponderavano, indebolendo di per sé la consistenza della vicenda. Ma la dinamica di posizioni in quella congiuntura ben rappresenta quanto intendo.
L'amnistia, cioè, non è una parola d'ordine da sbandierare estremisticamente contro i piccoli passi, i patteggiamenti, le mediazioni, le soluzioni parziali: l'amnistia è per eccellenza un provvedimento di patteggiamento e mediazione. Tra soggetti forti.
Quello che occorre quindi è costruire autonomamente un percorso forte dell'amnistia, una battaglia che sarà lunga, continua, imperterrita. Non ci saranno soluzioni agli anni '70, che rimettano centinaia di uomini e donne oggi detenuti o esiliati in condizione d'essere e fare in libertà, che vengano spontaneamente dalle istituzioni. II valore simbolico dell'amnistia è chiaro a tutti. Ed esso non è la chiusura definitiva degli anni '70, ma proprio al contrario riconoscere che i nodi essenziali delle domande degli anni '70 non hanno avuto risposte.
Riconquistare la proposta dell'amnistia oggi significa darle fino in fondo il senso della lotta di parte, coordinando una campagna nazionale e internazionale, mobilitando energie e disponibilità, rendendola capillare a tutte le strutture dei nuovi movimenti d'opposizione, legandola ad una mobilitazione di disubbidienza. Una campagna di parte costruita dai nuovi movimenti che viva la distanza dagli anni '70 nell'indistinzione della proposta, del provvedimento generalizzato. Una campagna che delinei un soggetto forte, forte della nuova opposizione, del nuovo antagonismo, che sappia definirsi anche come soggetto della mediazione.
Roma, luglio 1993
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