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01 Marzo 2007
1973. Qui comandiamo noi
Iniziamo dalla fine. Il 31 dicembre 1973, Giovanni Leone, presidente della Repubblica [1], comincia così il suo messaggio di fine anno: «Italiani, l'anno che si chiude è stato un anno difficile. Siamo – sul piano economico – al centro di una grave crisi». Nel messaggio, tanto per far capire che la situazione è proprio grave e non riguarda solo il «piano economico», la parola «crisi» viene ripetuta sette volte.
Che questo sia stato un anno duro, un anno di svolte, però, gli «italiani» lo sanno da sé. Che lo dica pure il presidente della Repubblica ci mette il carico da undici.
Siamo al centro di una grave crisi.
L’anno prima, il Club di Roma [2] aveva pubblicato Limiti alla crescita, un Rapporto che lanciava l’allarme sugli effetti catastrofici di uno sviluppo incondizionato. Ma il Club era guardato con scetticismo e diffidenza, un po’ come con sospetto si guarda alla Commissione Trilateral [3], che proprio nel 1973 viene fondata: una conventicola di superpotenti del mondo, una sorta di oscura setta degli Illuminati che tira le fila del pianeta. Il Rapporto del Club di Roma aveva un «cuore» di ragionamento che suonava così: «Nulla potrà posporre il collasso oltre il 2100».
Avevamo davanti più o meno un secolo. Il «2100» era una cifra da capogiro, allora, qualcosa che neppure la fantascienza osava attingere [4]. Un po’ come «la fine del mondo». Ora avevamo una data per l’apocalisse. Magari avremmo potuto metterci mano prima, una pezza, ecco.
Ma la catastrofe arriva presto.
Il 13 febbraio 1973, gli Stati uniti procedono a una seconda [dopo quella del dicembre 1971 [5]] e definitiva svalutazione del dollaro nei confronti dell’oro, che passa da 38 a 42.22 dollari per oncia [6]. Il dollaro sembra condannato a una perdita del proprio ruolo di moneta base del sistema. È il definitivo abbandono di quella configurazione del mondo nata con gli accordi del 1944 di Bretton Woods [7], e che già aveva subito il duro colpo della sospensione della convertibilità del dollaro in oro, decisa sempre da Nixon il 15 agosto 1971. I capitali finanziari si muovono velocemente ora, alla ricerca di margini di speculazione nelle differenze tra le valute [8] e verso beni-rifugio, quali sono in primo luogo le materie prime: di qui un fortissimo aumento della domanda delle stesse, prima tra tutte il petrolio, le cui quotazioni venivano rinegoziate a intervalli piuttosto lunghi.
La svalutazione del dollaro è di circa il 10 per cento. I cambi si chiudono in tutta Europa. All’indomani, il ministro del Tesoro italiano [9] decide di far fluttuare liberamente la lira, ovvero di svincolarsi dal «serpente monetario europeo» [snake currency], cioè l’accordo fra i sei paesi della CEE [Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo e Olanda] che l’anno precedente avevano deciso di limitare il margine di fluttuazione delle monete attorno il 2.25 per cento. Alla riapertura dei cambi la lira perde circa un 10 per cento [10]. In pratica la manovra, con la svalutazione della lira, premia le esportazioni di pochissime grandi industrie, soprattutto dell'auto/gomma, mentre le importazioni dei beni primari e di prima necessità [che l'Italia non produce, e molti sono gli alimentari] di conseguenza vengono penalizzati. Carenza di beni, accaparramento e speculazioni faranno salire alcuni prezzi alle stelle.
A Napoli, in una calda settimana di luglio, dal 16 al 22, la popolazione assalterà i forni protetti dalla polizia. Il pane manca in alcune zone e in altre è rincarato a mille lire. Il 24 luglio il governo decreta tre mesi di blocco dei prezzi dei beni di largo consumo. Non funzionerà. Proprio a Napoli, a cui mai nulla è risparmiato, a fine estate scoppierà il colera. In pochi giorni i morti saliranno a 9 mentre si chiudono le scuole, si assaltano le farmacie, i limoni si vendono a peso d’oro, scontri con la polizia si susseguono in tutta la città, si tenta una vaccinazione di massa e il governo principia la «guerra alle cozze» [dalle cozze non verrà isolato un solo vibrione]. Il 1973 è il centenario manzoniano: non poteva che essere «celebrato» meglio: assalti ai forni e pestilenza. Il 19 settembre, festa di san Gennaro, in un Duomo affollato, il Santo rinnova l’antico miracolo dello scioglimento del sangue. Ma niente bacio della teca, ha ammonito Sua Eminenza prima dell’evento. Giovanni Leone, in visita ai pazienti della «sua» città, fa il segno scaramantico delle corna, nascondendole dietro la schiena. Ripeterà il gesto, platealmente, anni dopo. Così stiamo messi.
La svalutazione della lira, che raggiunse il 20 per cento nei primi sei mesi del 1973 – smangiando gli aumenti di salario e distruggendo risparmi –, aveva lo scopo – ripetutamente dichiarato dalle autorità monetarie – di aiutare le imprese italiane a ricostituire margini di profitto.
Ed è proprio questo il nodo della «crisi» del ‘73.
Dall’inizio degli anni Settanta, la distribuzione del reddito e il livello delle retribuzioni si è sensibilmente modificato rispetto il decennio precedente. È l’effetto dell’autunno caldo e del ciclo di lotte operaie e sociali. Un forte aumento del costo del lavoro in realtà caratterizza tutta l’area Ocse [11], ma in Italia il tasso di crescita medio annuo è del 15.5 per cento, quasi doppio rispetto a quello degli altri paesi, a petto di un calo della produttività [12].
È l’anomalia italiana.
Salario come variabile indipendente e rifiuto del lavoro.
È «il partito di Mirafiori».
[…] Dal ‘70 al ‘72 la conflittualità interna alla Fiat è continuata senza sosta. La risposta strategica della direzione si definisce come ristrutturazione e riconversione, percorre più strade: vengono attuate decine di migliaia di spostamenti e trasferimenti, centinaia di licenziamenti; si accresce l'automazione per abolire le lavorazioni più nocive e massacranti, vengono introdotti 16 robot nella linea di saldatura delle scocche e si razionalizza il ciclo delle linee introducendo numerosi polmoni; si avvia un massiccio decentramento della produzione, sia esternalizzando dai propri stabilimenti parti della produzione, sia avviando la costruzione di nuove unità produttive al sud e all'estero; si riconoscono le strutture sindacali dei delegati per favorire la mediazione, il contenimento e la contrapposizione all'insorgenza operaia. Tutte queste scelte diventano parti di una contro-piattaforma padronale per la contrattazione nazionale. La lotta operaia del ‘73 a Torino inventa parole d’ordine nuove. Si individua la fabbrica come centro nevralgico che raccoglie la produzione di semilavorati, ora decentrata nel territorio e la fantasia operaia inventa, per interrompere il ciclo, il blocco delle merci e il presidio permanente dei cancelli, mentre il reparto diviene centro dello scontro e di espressione di contropotere; per esprimerlo si pratica con i cortei interni il controllo della fabbrica. In particolare i cortei interni sono promossi e vedono la partecipazione di operai giovani, a volte assunti da poco ma non per questo meno decisi nell'azione, che per non essere riconosciuti e poi licenziati si coprono il volto con fazzoletti rossi [13].
[…] Quella che sarà chiamata l’occupazione di Mirafiori comincia il 29 marzo. Il contratto dei metalmeccanici è alle battute finali. Gli operai bloccano le merci, organizzano staffette tra le porte con le biciclette sottratte ai capi, usano i telefoni interni. Decine di vedette a cavalcioni dei muri controllano che nessuno tenti di uscire, gli addetti alla mensa preparano i pasti per i compagni. Alla porta 9 è appeso un manichino con un cartello: «Questa è la fine dei nemici degli operai». Non è vera occupazione: gli operai vanno e vengono da casa, ma i picchetti bloccano le porte e regolano l’ingresso in fabbrica. Il giorno dopo bloccano il Lingotto, la Bertone, la Pininfarina, la Spa Stura, la Carello, le Fonderie di Carmagnola, la Fiat e la Sicam di Grugliasco. Vengono incendiati i pullman che portano gli operai dalle campagne piemontesi. Il 30 marzo i picchetti assediano la palazzina degli impiegati e lasciano passare a ritirare le buste-paga solo chi sciopera. I giovani più arrabbiati, il volto coperto da fazzoletti rossi, guidano cortei duri. Il cardinale Pellegrino e il ministro Carlo Donat Cattin invocano la firma del contratto. Saranno esauditi il 9 aprile: è l’accordo dell’inquadramento unico, delle 16.000 lire d’aumento per tutti, della quarta settimana di ferie pagate, delle 150 ore. La fabbrica è di fatto in mano agli operai. Si fuma, si gioca a carte, si vende di tutto: sigarette, maglioni, angurie, conigli, dischi, giubbotti. Lungo le linee qualcuno organizza tornei di dama; alle Presse due operai hanno aperto una mensa alternativa e vendono pasti caldi per duemila lire; un delegato ha messo su un piccolo bar interno: arriva alle 11 di mattina con un fornellino elettrico e prepara il caffè a prezzo politico. L’assenteismo è arrivato a punte del 25 per cento: in alcuni giorni un operaio su quattro resta a casa. La produzione ne risente: gli impianti lavorano al 70 per cento del loro potenziale; da 9,16 auto per dipendente nel ‘68 si è passati a 8,11 nel ‘73 [14]. [...]
[…] Le forme organizzative dell’occupazione rimasero per tutti misteriose, forse per gli stessi operai. Ma certamente là dentro stava accadendo una cosa molto importante: la nuova composizione sociale degli operai portava dentro la fabbrica nuovi modelli di comportamento. Questi modelli prendevano origine nella vita quotidiana dei proletari di nuova immissione. Non più emigrati meridionali privi di radicamento nella metropoli, ma giovani torinesi e piemontesi scolarizzati e formatisi nel clima delle lotte studentesche e delle esperienze aggregative di quartiere. Nell’esperienza dell’occupazione di Mirafiori emerse la radicalità di un rifiuto consapevole della prestazione lavorativa [15].
Sulla porta 2 è affisso uno striscione con su scritto: «Qui comandiamo noi».
È l’autonomia operaia.
È l’autonomia operaia di fronte la catastrofe, la crisi. Il punto è proprio questo: la catastrofe del capitale è la classe operaia. Contro ogni spiegazione meccanicista [16], economicista della crisi, la soggettività operaia, «il partito di Mirafiori» gioca la sua opzione di soggettività. L’unica spiegazione della crisi è la composizione di classe. Il catastrofismo della teoria marxiana – quello della caduta tendenziale del saggio di profitto [17] – si rovescia nel potere operaio, che definisce la crisi del capitale. La crisi si presenta con caratteri di crisi qualitativa – qui non si parla di distruzione della sovrapproduzione, di «tradizionale» crisi distruttiva, qui non si produce proprio – e la classe operaia si presenta non più come oggetto di sfruttamento ma soggetto di potere. L’ostacolo principale, radicale allo sviluppo è la classe operaia associata. Il capitale non riesce a costruire margini di profitto. E non riesce a costruire margini di profitto non solo perché questa è la legge propria dell’accumulazione – «l’autovalorizzazione del capitale diventa più difficile nella misura in cui esso è già valorizzato» [18] – ma perché il suo comando sul rapporto di classe, sul rapporto di sfruttamento si è inceppato. «Qui comandiamo noi», hanno scritto gli operai Fiat. Non c’è diritto di replica.
Per ricostruire la massa di profitto al capitale restano alcune strade: la prima, quella della ricerca di una nuova legittimazione – «l’autorità» del capitale andrà a farsi benedire altrove –, la seconda, quella della massificazione della forza sociale produttiva – ovvero «riprodurre» la fabbrica nella società, riprodurre la forma del comando di fabbrica nella società intera –, e la terza, quella delle manovre sul denaro e sulla moneta come «puro segno». Le percorrerà tutte. Qui si incaglierà l’utopia riformista.
Il «partito degli operai» è contro il lavoro [19]. Ai primi di marzo, a Bologna, si riuniscono in convegno tutte le realtà di fabbrica non legate ai gruppi extraparlamentari, i comitati di base, i comitati autonomi operai sparsi per l’Italia come a Milano [Alfa, Pirelli, Siemens], a Roma [Policlinico e Enel], a Napoli, a Firenze e Bologna e in tante altre situazioni. Si decide di pubblicare un giornale: «Il Bollettino degli organismi autonomi operai». Nasce l’Autonomia operaia. Che proprio nell’interpretazione della «crisi» e nel suo rovesciamento come «opportunità» per la classe, come momento di affrontamento fra «forze uguali e contrarie», tra violenze uguali e contrarie, quella del capitale e quella dei proletari, fonda la sua «ragione sociale».
Siamo al centro di una grave crisi.
Quando, in ottobre, i Paesi arabi appartenenti all’OPEC [20] prendono il controllo della produzione del greggio e della gestione delle tariffe sulle esportazioni, e decidono di ridurre l’estrazione, di decretare l’embargo verso quei paesi che si erano schierati a fianco di Israele nella guerra dello Yom Kippur [21] e quindi il prezzo del petrolio schizzerà in alto come mai, la crisi diventa «globale». Nel 1972 il prezzo del greggio si aggirava sui 2-3 dollari al barile, nel 1973 sale a 12 dollari [22]. Lo sviluppo incondizionato, la grande produzione di massa, l’irrefrenabile spinta ai consumi, tutto ciò insomma a cui ci ha abituato il «mondo occidentale» va a pezzi.
Col senno di poi, economisti come Rifkin [23] incistano proprio nella «crisi globale» del 1973 la nascita dei fenomeni di delocalizzazione e flessibilizzazione, di «fine del lavoro», di finanziarizzazione, ovvero la globalizzazione d’oggi.
I governi varano una serie di misure per fare fronte alla situazione di difficoltà. La crisi, la catastrofe diventa minuta, entra nella vita quotidiana. Il governo Rumor IV [che è di centrosinistra: un’alleanza di Dc, Psi, Psdi, Pri, segretario della Dc è Fanfani] decreta un pacchetto di provvedimenti che chiama «austerity»: aumento del costo della benzina e del gasolio da riscaldamento, riduzione dell’illuminazione stradale e commerciale, divieto di circolazione per le auto nei giorni festivi, chiusura alle 23 di tv, cinema, bar e ristoranti. I provvedimenti restrittivi, canta «La Stampa», «faranno riscoprire il valore perduto della parsimonia e il gusto d'antichi e semplici piaceri». Il «Corriere della Sera», più pratico, da consigli utili: «fare la doccia invece del bagno per risparmiare, spegnere le luci superflue, tenere il rasoio di sicurezza nell'alcool denaturato per far durare di più le lamette». Mentre Rumor ammonisce con tono grave e solenne in un appello televisivo alla nazione: «dove basta una lampada, cerchiamo di non usarne due», il quotidiano di destra «Il Tempo» organizza spensierate manifestazioni in bicicletta per Roma. In realtà, l’«austerity» – nonostante l’anglicismo – non è una cosa seria, benché crei un clima di timore generalizzato. Molto più seria è l’ininterrotta sequenza di ristrutturazioni e licenziamenti che dall’inizio dell’anno stanno colpendo tutte le fabbriche italiane. Il 5 gennaio ha iniziato la Zanussi; «conclude» il 17 dicembre la Maserati decidendo unilateralmente vacanze lunghe per gli operai, causa la crisi energetica, e sospendendone due terzi. Anche la Fiat denuncia un ‘esubero’ di circa 20.000 unità, dovuto alla flessione delle vendite. Il Cipe, Comitato interministeriale per la programmazione economica, ascolta compunto. Il capitale si va riorganizzando.
L’impero americano si va riorganizzando, dopo la bruciante sconfitta del Vietnam [24]. Segretario di Stato è Henry Kissinger. Nel «cortile di casa» degli Stati uniti, in Sud America, troppe novità stanno sconvolgendo gli equilibri. Il 4 marzo il partito di Salvador Allende ha vinto le elezioni. Per tutto l’anno gli Stati uniti provocheranno, con massicci finanziamenti, una sequenza di destabilizzazioni con l’obiettivo di rovesciare il governo. L’11 settembre è il golpe militare. Decine di migliaia di oppositori vengono arrestati e rinchiusi negli stadi. Inizia la mattanza. Il 17 novembre, ad Atene scontri fra polizia e studenti del Politecnico, che inneggiano alla libertà e all’uscita dalla Nato, finiscono con un massacro, dopo il quale tremila arrestati sono rinchiusi nello stadio della capitale [25].
La reazione, il fascismo internazionali sono all’attacco. La sensazione di una «catastrofe della democrazia» si fa palpabile, densa. In una serie di tre articoli, tra il 28 settembre e il 12 ottobre sul settimanale «Rinascita», il segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer, propone la sua strategia di ‘resistenza’ alle forze reazionarie e di avanzamento democratico, e pronuncia la formula magica: «compromesso storico». La politica dei comunisti italiani è «tracciata» per tutto il decennio. Berlinguer è un uomo prudente ma coraggioso, lo è intellettualmente, lo è fisicamente. Non è la paura dell’eversione di destra, ammesso che una riproposizione del golpe possa mai attuarsi in Italia, a dettare i suoi ragionamenti. Quello che «sente» vacillare sta tutto «dentro» il suo partito, dentro la base del suo partito, una tentazione a dare ascolto alla constatazione che nulla riuscirà mai a modificare l’animo reazionario del potere politico ed economico di questo paese. Che occorra farci i conti «altrimenti». In uno degli articoli [26], Berlinguer sferza ferocemente «la proposta di certi sciagurati di abbandonare il terreno democratico e unitario per scegliere un’altra strategia fatta di fumisteria».
Dei fumi, invero, si levano, il 20 dicembre, dalla calle Claudio Coello, a Madrid, dove un’esplosione tremenda ha sollevato per oltre venti metri la Dodge dell’ammiraglio Carrero Blanco, braccio destro di Francisco Franco e considerato all'epoca come possibile successore del dittatore. L’ETA, l’organizzazione basca, rivendica l’attentato [27].
Più modestamente, qui, il 10 dicembre, è stato rapito dalle Brigate rosse Ettore Amerio, direttore del personale della Fiat Mirafiori. Il sequestro si protrae per otto giorni, alla fine dei quali Amerio verrà rilasciato: è la prima volta che le Brigate rosse tengono così a lungo un «prigioniero».
Siamo al centro di una grave crisi.
La «crisi» sta infilando tutto in un frullatore impazzito.

Roma, 8 febbraio 2007

Note:
[1] Napoletano, avvocato, eletto nella Democrazia cristiana all’Assemblea costituente e poi nel 1948, fu presidente della Camera nel 1955. Eletto presidente della Repubblica nel 1971, si dimetterà, prima della fine del mandato, nel giugno del 1978 dopo una durissima campagna di stampa che lo indicava coinvolto nello scandalo Lockeed [illeciti nell'acquisto di velivoli Usa da parte dello Stato italiano]. Il testo integrale del messaggio di fine anno 1973 è disponibile su: www.quirinale.it/
[2]Il Club di Roma fu fondato nel 1968 da Aurelio Peccei, insieme a premi Nobel, leader politici e intellettuali. Il nome del gruppo nasce dal fatto che la prima riunione si svolse a Roma, presso la sede dell'Accademia dei Lincei. Il Rapporto, commissionato al Massachusetts Institute of Technology [MIT], basato sulla simulazione al computer World3, predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana. The Limits to Growth è in internet all’indirizzo: http://www.clubofrome.org/archive/reports.php
[3]La Commissione Trilateral [www.trilateral.org] è un’organizzazione fondata nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller, ex presidente della Chase Manhattan Bank. All’atto della fondazione, il direttore operativo era Zbigniew Brzezinski, che successivamente divenne Consigliere speciale per la sicurezza degli Stati uniti sotto la presidenza Carter. La Trilateral ha sede sociale a New York e riunisce alcune centinaia fra i più influenti personaggi del mondo industriale e finanziario, politico, dei mass media, universitario di Stati Uniti, Europa e Giappone. L’obiettivo dichiarato è quello di promuovere una cooperazione più stretta tra queste tre aree, richiamate dal nome stesso, Trilateral appunto. Il primo studio della Commissione Trilateral è intitolato The Crisis of Democracy: Report on the Governability of Democracies [New York University Press, 1975], un lavoro condotto da Michel Crozier, Samuel Huntington – quello che diventerà ‘famoso’ per lo «scontro delle civiltà» – e Joji Watanuki, tradotto in Italia dalla Franco Angeli [La crisi della democrazia, 1977] con una prefazione di Gianni Agnelli. Da www.rivistaindipendenza.org
[4] l film di Kubrik [e il romanzo e la sceneggiatura di Arthur C. Clarke] che è del 1968 e ha ‘forgiato’ l’immaginario contemporaneo si titola 2001: A Space Odyssey. Il 2001 sembrava una data già abbastanza futuribile.
[5]Il 17 e il 18 dicembre del 1971, con gli accordi noti come Smithsonian Agreement [gli incontri si svolsero alla Smithsonian Institution di Washington] si tenta di fissare nuove parità di cambio maggiormente realistiche [il dollaro viene ufficialmente svalutato del 10 per cento passando nei confronti dell'oro da 35 a 38 dollari l'oncia]. Tuttavia gli Usa non intendono ristabilire la convertibilità del dollaro in oro: ne consegue che ogni cambio fisso risulta insostenibile, vista la mole di capitali speculativi in circolazione. Viene fissato un margine di oscillazione del 2,25 per cento tra ogni moneta e il dollaro, che finisce con l’assumere valore doppio nei rapporti tra monete diverse dal dollaro. I dieci paesi firmatari dell’accordo [il Group of Ten] e che accettano di apprezzare le loro valute rispetto al dollaro sono: Belgio, Canada, Francia, Italia, Giappone, Gran Bretagna, Olanda e Stati uniti e le Banche centrali di altre due nazioni, Germania e Svezia, a cui, dal 1964, si era associata la Svizzera. È la fine del cambio fisso, sostituito da un regime di cambio fluttuante. Da G. Favero, Il prezzo del petrolio, in Storia economica del turismo I, venus.unive.it/economia.
[6] All’inizio dell’anno l’amministrazione Nixon, rieletta nel novembre 1972 e che già l’8 gennaio è chiamata a Washington a rispondere dello scandalo Watergate, aveva deciso di tornare a una politica deflazionistica, alzando i tassi d’interesse, e di eliminare le barriere sulle importazioni introdotte nel 1971 con una tassa del 10 per cento: questo dovrebbe produrre una rivalutazione del dollaro, sia pure a prezzo di aumentata disoccupazione e di una depressione economica interna. La manovra di Nixon fallisce perché i circoli finanziari e industriali americani, per non perdere i vantaggi acquisiti con la politica protezionistica del 1971, esportano capitali scatenando una pressione speculativa tale da rendere necessaria una nuova svalutazione del dollaro.
[7] Mentre sta finendo la Seconda guerra mondiale, nel novembre 1944, Stati uniti, Gran Bretagna e Francia si incontrano alla Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni unite a Bretton Woods, nel New Hampshire, sulla costa est degli Stati uniti, e danno vita a un nuovo Sistema monetario internazionale. Il primo risultato di tale accordo fu che il dollaro si sostituì alla sterlina come valuta internazionale di riferimento. Ciascun paese aderente all’accordo dichiarava una parità della propria valuta in termini di oro, da cui – essendo il dollaro Usa l’unica valuta convertibile in oro al prezzo fisso di 35 dollari l’oncia – discendeva automaticamente una parità in termini di dollari. Da Storia del mercato FOREX, www.salex.it
[8] George Soros, il supermilionario del Soros Fund Management che proprio sulle manovre tra le valute ha costruito la propria fortuna, descrive l’oscillazione dei cambi come qualcosa di simile a una «palla da demolizione» [a wrecking ball] piuttosto che a un pendolo; chi investe nel mercato delle monete si muove «in gregge»: se una valuta inizia a guadagnare valore, allora diventa attraente per quegli investitori che non l’avevano già comprata, e il risultato è un ulteriore accrescimento di valore di quella moneta; lo stesso accade quando una moneta inizia a indebolirsi: appena il declino comincia a diventare di pubblico dominio comincia il panico, ciascuno prova a disfarsene, e una piccola perdita si trasforma presto in un collasso. G. Soros, The Crisis of Global Capitalism, New York, PublicAffairs, 1998.
[9] Ministro del Tesoro nel governo Andreotti II [26 luglio 1972 – 7 luglio 1973] è il liberale Giovanni Malagodi. Il 7 luglio, gli succederà, per il governo Rumor IV, il repubblicano Ugo La Malfa]. Da Elenco dei ministri del Tesoro della Repubblica Italiana – Wikipedia
[10] La decisione di adottare una politica di cambi flessibili assunse ben presto la valenza di una politica del cambio debole e rappresenta uno degli eventi macroeconomici maggiormente caratterizzanti gli anni Settanta. Tale decisione fu presa in una fase nella quale la bilancia delle partite correnti presentava ancora un saldo positivo; il deficit della bilancia dei pagamenti era quindi dovuto a un forte deflusso dei capitali verso l'estero, e ciò spinse le autorità monetarie a introdurre restrizioni alla libertà di acquisto di attività finanziarie estere da parte di cittadini o istituzioni finanziarie italiane. Da L'evoluzione macroeconomica italiana negli anni '70, Facoltà di Economia, Università di Pisa.
[11] L’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, è un grande centro di studi e ricerche per la politica economica condiviso da 30 paesi industrializzati. Venti furono gli stati «fondatori» nel 1960: Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Turchia. A cui si sono aggiunti Giappone, Finlandia, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Corea, Repubblica Slovacca. Oggi l’Ocse sta rafforzando le relazioni con Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Da Wikipedia.
[12] Le retribuzioni pro capite nominali aumentarono infatti del 20 per cento circa nel 1970 e del 22.7 per cento in media nel 1973-75; in termini reali l'aumento fu rispettivamente del 15 per cento e del 7,1 per cento mentre il tasso di crescita della produttività declinò dal 6,2 per cento del 1970 al 3,8 del 1971-72 e al 2,4 del 1973-75. Da L'evoluzione macroeconomica italiana negli anni '70, Facoltà di Economia, Università di Pisa.
[13] G. Borio, Operai contro la metropoli, in Gli autonomi, a cura di S. Bianchi e L. Caminiti, DeriveApprodi, 2007. La documentazione completa della lotta nelle sezioni Fiat di Torino tra l'autunno 1972 e il marzo 1973 si trova – come diario di lotta – in «Controinformazione», n. zero, Milano, ottobre 1973.
[14] A. Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, 2006, Sperling & Kupfer.
[15] N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro, Feltrinelli, 1997.
[16] In questo filone interpretativo, va almeno menzionato Il futuro del capitalismo. Crollo o sviluppo?, a cura di L. Colletti e C. Napoleoni, Laterza, Bari, 1970.
[17] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze, vol. II, 1970.
[18] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze, vol. I, 1968.
[19] T. Negri, Partito operaio contro il lavoro, in I libri del rogo, DeriveApprodi, 2006.
[20] L'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio meglio conosciuta come OPEC [Organization of the Petroleum Exporting Countries], fondata nel 1960, comprende attualmente undici paesi – Algeria, Gabon, Libia, Nigeria, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Ecuador, Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Venezuela [questi ultimi cinque sono gli Stati fondatori] – che si sono associati, formando un cartello economico, per negoziare con le compagnie petrolifere aspetti relativi alla produzione di petrolio, prezzi e concessioni. Gli stati membri OPEC controllano circa il 78 per cento delle riserve mondiali accertate di petrolio, il 50 per cento di quelle di gas naturale e forniscono circa il 42 per cento della produzione mondiale di petrolio e il 17 per cento di quella di gas naturale. Da Wikipedia.
[21] Yom Kippur è il giorno ebraico della penitenza, e viene considerato come il giorno più santo e solenne dell'anno. La Guerra del Kippur fu combattuta dal 6 al 24 ottobre 1973 tra Israele e una coalizione composta da Egitto e Siria. La guerra iniziò quando l'Egitto e la Siria lanciarono un attacco congiunto a sorpresa, rispettivamente nel Sinai e nelle alture del Golan, territori conquistati sei anni prima da Israele durante «la guerra dei sei giorni». Gli egiziani e i siriani avanzarono durante le prime 24-48 ore, dopo le quali la situazione cominciò a entrare in una fase di stallo per poi volgere a favore di Israele. Nella seconda settimana di guerra, i siriani erano stati completamente respinti ed erano fuori dalle alture del Golan.
[22] L’aumento del prezzo nel 1973 finì per giovare notevolmente al dollaro, che, sia pure svalutato e non più convertibile in oro, continuò nei decenni successivi a restare la moneta di riserva principale del sistema. Il petrolio era una merce storicamente denominata in dollari, e di conseguenza i paesi industrializzati furono costretti a comprare dollari per pagare le importazioni di petrolio. Nonostante l’inconvertibilità, il dollaro ricomincerà a crescere già negli anni Settanta: il mondo fu invaso dai «petrodollari», che gli Stati uniti, svincolati dalla parità aurea, potevano stampare in enorme quantità senza il rischio che fossero rifiutati. Perdipiù, gli Usa sono pur sempre uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, e le loro riserve aumentano di valore. Anche le compagnie petrolifere americane, notevolmente indebitate, poterono sfruttare l’occasione per riportarsi in attivo. Da G. Favero, op. cit.
[23] J. Rifkin, La fine del lavoro, Baldini&Castoldi, 1995 e Economia all’idrogeno, Mondadori, 2002.
[24] Il 27 gennaio gli Accordi di pace di Parigi pongono ufficialmente fine alla guerra del Vietnam, dopo 10 anni. Gli accordi prevedevano il cessate il fuoco generale e il ritiro delle truppe americane. Un ritiro che però non avvenne. I sudvietnamiti, ancora riforniti di armi, continuarono la guerra fino alla resa di Saigon il 30 aprile 1975.
[25] Al 17 novembre, al giorno della violenta repressione della rivolta degli studenti del Politecnico di Atene durante la dittatura dei colonnelli [1967-1974], deve il suo nome l’Organizzazione rivoluzionaria 17 novembre, più comunemente nota come «17 novembre». Il gruppo seminò il panico per venticinque anni compiendo omicidi di uomini d’affari, legati a interessi americani in Grecia, editori di giornali, politici e militari. Per molti anni la polizia greca fu incapace di arginare l’offensiva di 17 novembre, che continuava nei suoi attentati. Solo nel giugno 2002, in seguito a un fallito attentato al porto del Pireo, si ebbero i primi arresti di membri dell’organizzazione. Tuttavia, la struttura non è stata del tutto smantellata.
[26] «Ma non bisogna neppure credere che il tempo a disposizione sia indefinito. La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande ‘compromesso storico’ tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Enrico Berlinguer, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti politici, «Rinascita», 12 ottobre 1973.
[27] Gillo Pontecorvo, nel 1979, girerà un film intensissimo sulla vicenda, Ogro, con Gian Maria Volontè.

Pubblicato su 70. Gli anni in cui cominciò il futuro - n.4, inserto di «Liberazione»
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