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16 Marzo 2008
16 marzo 1978-2008. Misteri gloriosi |
Di questa cosa qua e annessi e connessi non ne parleremo più, giuro.
Un po’ perché ci s’entra di sguincio, un po’ perché non si regge più.
Ma dovevamo metter su il primo numero di questo nostro giornale on line e una data valeva l’altra. Questa, però.
Il 16 marzo 1978, con il sequestro Moro, si chiudevano malamente i «Gloriosi vent’anni» italiani, quelli di un conflitto di classe che sembrava non smettere mai e quelli di uno sviluppo economico che sembrava non avere mai fine. Dopo, il conflitto rinculò fino a nascondersi e lo sviluppo andò a farsi benedire. L’onda lunga della «anomalia italiana», che aveva miracolosamente combinato il numero più alto di ore di sciopero in occidente con il più vistoso tasso di crescita — Si può fare. Yes, we can —, si infranse clamorosamente nella rappresentazione simbolica, nella drammaturgia semplificata: di qua, gli scudieri armati della classe operaia, di là, il potere in persona.
Le cose erano più complicate.
Se chiedi oggi a chi allora contava e decise, se rifacesse uguale, ti rispondono «ni, mah, boh, forse, sì, no, però», ma lo dicono così, caratterialmente, a seconda. Non è che sia mai diventato un ragionamento, una politica, un gesto. Tanto, ormai, non serve a un cazzo. I misteri, quelli sì. Se qualcuno ancora pensa di avere salvato lo Stato lasciando ammazzare Moro è fuori di testa, quanto quelli che pensavano di distruggerlo ammazzandolo.
Allora, a restarne maciullati furono Moro, lì per lì, e, progressivamente, tutti quelli che chiedevano la sua liberazione e la sua vita.
Vinse il sangue. Prevalsero i funerali.
Come a ogni funerale, a un certo punto qualcuno rise e altri gli andarono dietro. Per allentare la tensione, per passare a altro. Da allora non hanno più smesso di ridere. Sguaiatamente.
Ora siamo il paese con il minor numero di ore di sciopero — come fossimo la Svizzera — ma pure quello con il più basso tasso di crescita — come fossimo un qualunque paese africano. Prodotto: si lavora a scimunirsi a salari di fame. Ora siamo alla frutta. Mediocri. Qualcuno intanto ha arraffato a man bassa e s’è riempito le saccocce.
Se dici a chi ha oggi trent’anni com’era una volta, se gli parli di sviluppo e conflitti ti guardano come se spacciassi favole con dentro gli orchi. Una cosa buona per prendere sonno. Passa la voglia di raccontare.
In questi trent’anni è cambiato tutto. Nessuna cosa sembra più al suo posto e ci sono molte più parole per nominare molte più cose.
In questi trent’anni, non è cambiato nulla. Ogni cosa è rimasta al suo posto e ci sono molte meno parole per nominare molte meno cose.
Almeno delle cose e delle parole che interessano noi: lavoro, conflitto, potere, produzione, felicità. Insomma, la vita.
In questi trent’anni è invalsa questa banalità che la politica non deve far male. Che in mano ai «semplici» produca disastri e è meglio sia esercitata da addetti. Che debba avere le sue tecniche e i suoi manuali condivisi, le sue regole e i suoi luoghi adibiti. Tutta chiacchiere e distintivo.
Se la tengano. D’altra parte, si sa, noi siamo «i cattivi», remember?
Chi lotta e si sbatte ha altro da fare, chi produce ha altro da fare, chi cerca la felicità ha altro da fare.
Noi pure abbiamo altro da fare.
Le cose accadono altrove. Le parole si dicono altrove.
Di queste cose e parole qua ne diremo sempre, giuro.
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