ARTICOLI RUBRICHE SAGGI NARRAZIONI LIBRI
salva invia
26 Luglio 2012
Il tiquetoque può funzionare in economia o va bene solo sui campi di calcio?
Per un certo periodo girava sta cosa che «Noi non siamo come i greci», che è proprio una frase di cattivo gusto anche per via dei trascorsi e perché ci avevamo vinto pure un Oscar, con il Mediterraneo di Salvatores, con quel «Italiani, Greci, stessa faccia, stessa razza». Ma, si sa, quando la nave affonda ciascuno pensa a salvare se stesso mica a prodigarsi per aiutare i vicini di viaggio. E poi non è che ci voglia la laurea al Mit di Boston per saperlo che noi non siamo come i greci, che sono quattro gatti, non producono praticamente nulla a parte qualche foglia di vite che mettono nei barattoli, hanno soltanto una risorsa che è il turismo — epperò sanno tutelarli meglio di noi, il mare e i monumenti e il territorio —, mentre noi, via, siamo la seconda manifattura d’Europa e la quinta — o la sesta, o la settima, a seconda dei giorni — potenza mondiale. Embè? Poi è subentrato il «Noi non siamo come la Spagna», che pure questa non è una cosa molto carina da dire ma già era più difficile da sostenere, visto che questi, gli spagnoli, da un po’ ci tallonavano da presso e poi avevano annunciato al mondo di averci superato e ne nacque tutta una polemica, con il professor Prodi che ci s’era impuntato, su chi avesse superato chi nella gara a essere nella Champions League delle potenze economiche. Altri tempi. Oggi ci si batte con le gomitate in faccia per non retrocedere in Seconda o Terza divisione, ed è tutto un playoff in Europa.
La distanza tra noi e la Spagna, dentro la crisi, non è nella percentuale di interessi in più o in meno che ci vuole perché qualcuno si accatti i titoli di Stato dei rispettivi paesi, ma linguistica, prima di tutto: gli spagnoli, per indicare la divaricazione tra il valore dei loro bonos e i famigerati Bund tedeschi, parlano di diferencial, noi di spread; e per nominare le manovre di taglio alla spesa pubblica, loro parlano di recortes, noi di spending review. E per dire che stanno alla frutta il ministro dell’Economia Cristóbal Montoro dice: «No hay dinero», mentre noi parliamo di default. Che faremo pure la nostra figura, che siamo uomini di mondo, però vuoi mettere a pronunciare le cose in modo che si capiscano al volo? Ora non saprei dire se dipende da questo il fatto che appena Rajoy parla di recortes scende in piazza mezza Spagna, mentre da noi parlano di spending review e nessuno si muove. Non saprei neppure dire se la cosa dipenda dal fatto che noi si abbia un presidente del Consiglio che per attitudine di mestiere esprime in inglese concetti e propositi che riguardano l’economia e la finanza, e che questa sua disposizione abbia contagiato i gazzettieri e a cerchi concentrici la chiacchiera pubblica, mentre gli spagnoli hanno un politico alla guida del governo, uno che parla come mangia, e magari gli puzza l’alito di aglio. Voglio dire, uno che ci è arrivato lì a quel posto con le elezioni, come succede normalmente, e non con gli intrighi di Stato. E che forse questa differenza di modi si rifletta un po’ in tutto, a cominciare dalla lingua usata per dire al proprio popolo a che punto è la notte. Anzi, sorry, the night. Anche se poi il discorso con cui l’11 luglio Rajoy ha annunciato al proprio popolo i loro recortes per far fronte al suo diferencial è stato paragonato dai giornali al «sweat, tears and blood» di Churchill, una cosa che più anglofila non si può. Si vede che i gazzettieri europei seguono un medesimo registro di stronzate ovunque si trovino.
C’è stato un solo, breve benché intenso, periodo in cui si è allentata la chiacchiera linguistica nostrana sullo spread, stornata e sommersa da un’altra parola chiave, da un altro tormentone. È accaduto durante gli ultimi Europei di calcio, quando la parola ossessiva è diventata il tiquetoque, l’espressione che ripetiamo, un po’ invidiosamente e malevolmente, per indicare il gioco praticato dalla Spagna, con il possesso palla e quella fitta rete di passaggi per entrare in porta con il pallone al piede. Abbiamo imbrigliato il loro tiquetoque [dopo la prima partita, finita 1 a 1]; il tiquetoque ha ipnotizzato il nostro centrocampo; il tiquetoque ci ha incantati e imbambolati; il tiquetoque ci ha innervositi; il tiquetoque ci ha ubriacati [dopo la finale, finita 4 a 0]. E lì siamo rimasti di pietra, perché quel «Noi non siamo come la Spagna», invece di inorgoglirci ci ha fatto sentire di merda: loro, stanno proprio su un altro pianeta.
Ora, siccome questo non è un articolo sul calcio, la domanda è un’altra. E cioè: come mai la squadra più forte del mondo, quella che ha reinventato il calcio, che vince convincendo e creando spettacolo, quella che ha infilato un triplete forse irripetibile — e cioè Europei del 2008, Mondiali del 2010, Europei del 2012, e chissà che accadrà alle Olimpiadi di quest’anno a Londra e ai Mondiali del 2014 —, appartiene a una nazione disastrata finanziariamente?
Ora, bisognerebbe smetterla di cercare sempre nel calcio una metafora della vita, e che siccome i greci vinsero gli Europei del 2004 mentre avevano un ciclo economico improvvisamente positivo, e Atene cambiava tutta, che c’era pure la metropolitana, e organizzarono delle splendide Olimpiadi, e truccavano i conti e facevano la cresta, come nemmeno mia nonna Assuntina con quel bracciocorto di mio nonno Giuseppe, e ora invece che stanno in default – pure i greci erano uomini di mondo con il tecnico Papademos – hanno fatto cilecca, ecco che le due cose, calcio e economia, vanno assieme. Perché invece la Spagna ha iniziato a vincere tutto in piena bolla immobiliare, che tutto il paese faceva un balzo in avanti, ma continua a vincere pure adesso che le piazze sono piene di indignados che la mattina protestano contro il governo e la sera si entusiasmano sui maxischermi, e allora la cosa non torna.
Se non che la piazza per gli spagnoli è la festa – fiesta dicono loro, party diremmo noi – e non è che bisogna per forza essere stati lì per San Firmin per saperlo, che basta aver letto Hemingway, pure che i tempi sono diversi e allora gli americani parlavano come gli spagnoli, e si studiavano la tauromachia, e non è come ora che noi stiamo incollati ai monitor a vedere che dicono i mercati di Wall Street, ma c’era la rivoluzione in Spagna, olè. Mentre per noi italiani la plaza è diventata un incubo, e se ne tengono tutti alla larga, soprattutto quelli che dovrebbero mobilitarla, dico. E così rimane “zona rossa”, che nessuno si azzarda, manco ci avessero messo il filo spinato tutt’intorno.
Che per il calcio è uguale, che se non è una fiesta, che calcio è, e che magari non è che tutti i giorni fai un gran calcio spettacolare perché non tutti i giorni ti viene proprio la voglia, mica c’è un bottone da schiacciare, però, sì, tutti i giorni ti rode il culo, con quei recortes di Rajoy e allora, sì, in piazza ci scendi uguale, pure che non c’è il maxischermo, però puoi fare un gran casino, tutto un tiquetoque, che manco Xavi Alonso e Xavi e Iniesta, se sei un minatore delle Asturie o un disoccupato di Valencia o un precario di Madrid oppure un testardo autonomista della Catalunya, e hai il possesso palla.
E questa è proprio una gran fiesta.
È per quello che vincono tutto, gli spagnoli.
Hay dinero o no.

Nicotera, 22 luglio 2012
[torna su]
politiche
economie
culture
società
mailto