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25 Giugno 2012
A che serve Keynes se il conflitto dorme? |
Federico Fubini, nell’inserto domenicale del «Corriere della Sera» del 20 maggio, accusa Paul Krugman di essere diventato un guru estremista, che basa le sue terrificanti profezie – la crisi, la recessione – sulla reiterazione coatta della predizione di sventure, per cui statisticamente prima o poi sembra ci azzecchi – le sventure, si sa, prima o poi arrivano davvero – ma in realtà fonda sul nulla le proprie parole. Krugman sarebbe intrappolato in un meccanismo da sceneggiata, in cui interpreta il carattere del catastrofista. Il suo radicalismo sarebbe, insomma, solo conformismo. Questa di Fubini è proprio una girata della frittata, dato che buona parte del successo “mediatico” di Krugman si basa proprio sul sarcasmo riversato a piene mani contro i Very Serious People, i pundits [ovvero: gli esperti, ma oggi potremmo tradurre più appropriatamente: i tecnici] che in uno dei suoi articoli più brillanti, Myths of Austerity definiva così: «Quando ero giovane e ingenuo ero convinto che la gente importante prendesse le proprie decisioni sulla base di attente valutazioni di quali fossero le opzioni in campo. Adesso, so meglio come vanno le cose. Buona parte di ciò che credono i Serious People si poggia su pregiudizi, non su analisi». Krugman ha in fastidio non solo l’approssimazione – riempie persino i suoi brevissimi post sul «New York Times» online di grafici esplicativi – ma la banalità travestita da saggezza, e fa della sfida intellettuale, del bisogno cioè di “inventarsi” qualcosa – e dio solo sa se non sia questo il tempo di inventarsi qualcosa –, un segno distintivo dei suoi interventi. Con buona pace di Fubini e della sua furbesca vulgata, Krugman non è mai stato un profeta di sventure, ma si è sempre battuto contro quell’enorme sciocchezza – dimostrata dalle serie storiche – che è la riduzione della spesa pubblica in tempi di recessione, proponendone invece proprio un ampliamento e un irrobustimento. E questo lo ha visto in minoranza inascoltata là dove si decidono e si fanno le politiche economiche dei governi. Non solo quelli della Comunità europea, cui Krugman non risparmia continue critiche, ma persino nei suoi Stati uniti.
In realtà, Krugman, sempre messo sulla graticola per le sue prese di posizione politiche – un anti-repubblicanesimo di principio che mal si concilierebbe con la neutra scientificità dei modelli e delle teorie economiche –, non ha fatto altro che indicare e mostrare che la teoria economica non è un terreno celeste inattingibile alle persone comuni e al di là delle passioni umane, ma un luogo proprio dello scontro di “visioni”, della battaglia politica.
La sua popolarità è dovuta soprattutto a questa operazione di disvelamento, di smascheramento. Che sia un Nobel, un accademico, uno che scrive i suoi editoriali sul «New York Times» e non su «Repubblica» o sul «Corsera», uno insomma, che i pundits europei – tanto per non fare nomi, quelli che il provincialismo sgarrupone italiano guarda con riverenza: uno come Mario Monti, Very Serious People, via – li guarda dall’alto in basso, a dire le stesse cose che dice sugli autobus o nella metro buona parte della gente comune, e cioè che così non si può continuare, che la pressione fiscale è divenuta insostenibile, che la stretta del credito è aumentata, che i consumi si rallentano, che la produzione va perdendo pezzi, che salassare ancora il malato significa ammazzarlo, che ci stiamo suicidando, e che indica, per quel che riguarda l’Europa, nella Germania di Angela Merkel e nel suo rigore fiscale una cecità tattica e strategica che sta mettendo a rischio l’Europa politica, ecco uno così non può che diventare come una rockstar. E allora, dov’è lo scandalo? Davvero dobbiamo credere che l’abolizione dell’articolo 18 o la riduzione delle pensioni o i licenziamenti nel settore pubblico siano ineluttabilmente questioni tecniche, e non piuttosto un pregiudizio politico?
La domanda che si pone Krugman – a esempio nel suo ultimo libro Fuori da questa crisi, adesso! – è: «Cosa possiamo fare in questo momento?» e propone: intervento pubblico massiccio per sostenere la domanda, creazione di posti di lavoro per combattere la disoccupazione, una leggera inflazione senza farsi ossessionare dal debito pubblico. È una risposta dichiaratamente neo-keynesiana, il cui obiettivo è la “ripresa”, con un orizzonte temporale limitato finché il settore privato non è in condizione di camminare da sé e rilanciare l’economia. La cattiva coscienza della sinistra democratica mondiale – che ha inneggiato alle virtù del libero mercato e ha proclamato l’obsolescenza dello stato sociale e l’urgenza della dismissione del welfare, e che si vede travolta dalla crisi e dalla recessione – ne fa oggi il suo profeta. In realtà, anche se constatiamo che la ricetta del rigore fiscale e dell’austerità come risposta alle sfrenatezze dell’indebitamento ci sta portando al collasso, nessuno è in grado di dire se il neo-keynesismo funzionerebbe. Funzionerebbe oggi l’intervento “pubblico” in una società che ha fortemente autonomizzato le capacità produttive, e nello stesso tempo, grazie all’innovazione tecnologica e alla diffusione di nuovi bisogni e desideri, le ha parcellizzate, frazionate, individualizzate? È davvero necessaria la creazione di posti di lavoro per garantire un reddito ai cittadini? Non siamo cioè, proprio nell’acme di questa crisi, in una società che non ha più bisogno di “inventare lavoro qualunque” [come proponeva Keynes: scavare buche e poi riempirle] per erogare reddito e sicurezza e dignità? A quale costo politico, l’intervento pubblico, nazionale o sovranazionale, può “riorganizzare” questa società europea? E ancora: non stiamo, almeno in Europa, già vivendo un eccesso di statalismo, di verticismo – cos’altro è stato sinora la Comunità europea? – e avremmo semmai bisogno di restituire verso il basso, verso la cooperazione sociale, verso i territori, la decisionalità politica e l’iniziativa economica?
Proprio sul livello della “sfida intellettuale” l’opzione di Krugman in realtà non porta una gran carica di invenzione, e ha con sé una debolezza irrimediabile: Keynes riuscì a convincere i governi occidentali che l’unico modo di porre un argine al diffondersi del socialismo fra gli operai fosse quello di adottare le sue misure. Oggi nessun governo occidentale si sente minacciato e impaurito dalla forza operaia.
Parlo di quella roba lì, degli scioperi, dei sabotaggi della produzione, delle manifestazioni e dei tumulti di piazza. Senza questa roba qui, che buona parte della sinistra democratica mondiale continua a evocare con orrore e fastidio, hai voglia a parlare di Keynes alla Merkel.
Messina, 25 giugno 2012
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