ARTICOLI RUBRICHE SAGGI NARRAZIONI LIBRI
salva invia
16 Giugno 2012
Se a novembre Obama perdesse
La stizza con cui l’élite politica e amministrativa europea ha recentemente accolto l’invito del presidente americano Obama a fare di più per salvare l’euro è solo l’ultimo accidente di un rapporto transatlantico che dall’esplosione della bolla finanziaria nel 2008 va avanti tra indispettimenti, delusioni e attese. Ultimamente, solo attese. Sembra quasi che le vere elezioni determinanti in Europa non siano quelle francesi o greche o dei Lander o quelle che verranno, ma quelle americane di novembre. D’altronde, nel settembre 2011, la prima visita di un segretario del Tesoro Usa all'Ecofin dei ministri finanziari non fu a base solo di sorrisi e strette di mano. Timothy Geithner provocò non poche irritazioni – per dirla in breve: «Ma come, sono stati loro a portarci la crisi, e adesso vogliono farci la lezione» – ventilando conseguenze «catastrofiche» se la crisi non veniva affrontata dai Paesi dell’Eurozona con rapidità e coesione. Torto, però, Geithner non ne aveva.
Negli Stati uniti, la crisi europea è vista dalla destra repubblicana come un redde rationem di un sistema “socialista” dove il ruolo dello Stato centrale è preminente nella regolazione del mercato e nell’assistenza ai cittadini, basandosi su un prelievo fiscale insostenibile. E spinti da questa concezione i repubblicani, non solo i nazisti dell’Illinois o i candidati estremi del Tea Party, boicottano e attaccano ogni riforma tentata o varata dal presidente Obama letta come un passo verso il socialismo, richiamandosi quindi alla difesa di valori patriottici dell’individualismo libero e produttivo: l’Europa è perciò un-american. Sembra un mondo capovolto, a guardarlo dall’Europa, dove piuttosto la crisi dell’euro viene ormai [quasi]comunemente letta come il redde rationem di un liberismo selvaggio, le cui radici sono americane, che ha smantellato lo Stato sociale – vera conquista culturale e politica dell’Europa del secondo dopoguerra – e che si incaponisce pervicacemente e diabolicamente a vedere la salvezza in un’ulteriore “trionfo” del mercato [nel lavoro, nei servizi, nei beni pubblici e comuni, nella ricchezza collettiva]. Insomma, se la destra repubblicana americana accusa il governo di Obama di essere troppo europeo, la sinistra democratica europea accusa l’élite politica e amministrativa di Bruxelles di essere stata troppo americana.
È possibile che nella dura battaglia per le elezioni di novembre, con un candidato repubblicano che sembra in rimonta, il presidente Obama conceda qualcosa – in queste ultime ricorrenti esternazioni di stimolo alla Merkel e a Bruxelles – al sentimento antieuropeista, quasi a voler dire ai propri elettori e anche agli incerti: «Vedete, io ce la sto mettendo tutta a convincere gli europei che così non si può andare avanti». Ma la realtà è che gli Stati uniti temono davvero i contraccolpi di una crisi dell’euro, che nel frattempo si va avvantaggiando di un continuo calo di valore nei confronti del dollaro, non tanto e non solo per gli scompigli monetari e di aggravio della crisi finanziaria nonché delle risorse necessarie per intervenire, quanto per gli aspetti politici di una crisi dell’Europa unita. È paradossale, ma il leader politico più europeista – quello che con più insistenza discute di una “visione” comune, da Danzica a Ragusa, da Brest a Bucarest – è il presidente americano Obama. Non è sempre stato così: all’inizio del mandato, Obama sembrava snobbare l’Europa, attento piuttosto alla Cina e al Medio oriente. Ci è diventato europeista, Obama. Le parole pronunciate dal sottosegretario al Tesoro americano, Lael Brainard, mandata in Europa appositamente da Obama a seguire l’evolversi della crisi europea sono chiare: «Agire insieme con impegni precisi perché nessuno può risolvere i problemi da solo». “Agire insieme”, l’Europa e gli Stati uniti, non ciascuno per la propria strada, per i propri interessi. È questo il refrain americano all’appuntamento del G20. Certo, mica sono chiacchiere; la Brainard ha aggiunto subito dopo: «Gli Stati Uniti sono pronti a ogni emergenza che potrebbe arrivare dall'Europa dopo il voto della Grecia». Se l’Europa non vuole intervenire per rilanciare il proprio progetto, piuttosto che mantenere la propria stabilità politica, l’America farà i propri interessi.
L’atlantismo di Obama non è muscolare, non è quello dell’ombrello della Nato e dell’alleanza militare nel Golfo e in Iraq. Obama è il presidente americano che più di altri sembra convinto della multipolarità del mondo attuale. E più di altri presidenti si è reso conto che la “potenza americana” non può più esercitare incontrastata il proprio dominio sul mondo, né fargli da guardiano. La fluidità dell’attuale globalizzazione, non ancora incorniciata in un quadro internazionale con riferimenti precisi – prima politici che militari o monetari – e il mutamento delle “minacce all’occidente”, nonché l’affacciarsi di nuovi soggetti – con la crisi del mondo arabo e nordafricano, anzitutto –, tutto questo impone sfide nuove e chiede nuove forme della democrazia. L’era di George W. Bush – di quel repubblicanesimo che ha utilizzato la guerra preventiva al terrorismo come occasione per rilanciare la primazia americana soprattutto come potenza militare agguerrita a cui asservirsi – è finita: la nuova destra repubblicana non promette guerra per esportare la democrazia nel mondo, ma isolamento, indifferenza al mondo, un’America chiusa solo in se stessa a doppia e tripla mandata. Un’America american.
La sponda democratica di Obama è in questo momento il retroterra più sicuro e più forte per qualsiasi progetto democratico sull’Europa: al contrario di quello che credono e propongono anche molti convinti europeisti non c’è possibilità di un’Europa stabile e aperta se non c’è contemporaneamente un’America stabile e aperta. Qualsiasi mutamento in senso più democratico dell’Europa non può accadere a spese degli Stati uniti, contro gli Stati uniti. Anzi, se c’è un modo per piegare l’austerità e il rigore di Bruxelles, per uscire dalla recessione, questo è il sostegno americano. Non c’è salvezza d’Europa se non c’è salvezza americana. Viceversa, qualsiasi ulteriore restringimento delle libertà nazionali europee, qualsiasi cessione di sovranità democratica a vantaggio dell’élite politica e amministrativa di Bruxelles può accadere solo avvantaggiandosi di una eventuale vittoria repubblicana a novembre. Avrebbe vita corta, ma in tempi ravvicinati le destre atlantiche si ritroverebbero dalla stessa parte: viva il mercato, abbasso il welfare e i diritti del lavoro.
Così, credo ci tocchi toccar legno – all’americana, per intenderci – e sperare e spendersi per una rielezione di Obama: il secondo mandato potrebbe essere molto più risolutivo del primo, incerto e oscillante nonostante le aspettative. Lo dico, per chi si batte per più libertà in Europa.

Nicotera, 16 giugno 2012
[torna su]
politiche
economie
culture
società
mailto