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20 Maggio 2012
«La Repubblica», molto più di un partito |
Dal governo di solidarietà nazionale, in piena emergenza terrorismo sul finire degli anni Settanta, all’attuale governo tecnico di Monti, in piena emergenza economica, per un arco di tempo lungo più di trent’anni, «la Repubblica» ha fabbricato un nuovo “canone italiano”, una sorta di neo-sentimento nazionale dello spirito pubblico, e ha scandito il ritmo della politica italiana. D’altronde, come l’attuale direttore, Ezio Mauro, dice del proprio giornale, «la Repubblica» è «molto di meno di un partito e pure molto di più». Presumiamo che l’accento vada sul «molto di più». Quali sono i lineamenti di questa ideologia?
Quando Scalfari decide, con Lucio Caracciolo, di fondare un nuovo quotidiano, c’è già stato – nel 1974 – il referendum sul divorzio. Quel referendum mostra un’Italia nuova e maggioritaria, nei costumi e nelle relazioni sociali, meno bigotta, cioè meno succube delle disposizioni di voto dei preti, e meno ideologica, cioè meno succube delle incertezze di voto dei comunisti. Un’Italia che non ha eguale rappresentazione politica – il referendum era stato voluto dai radicali e da una frazione socialista, e a lungo osteggiato da presti e comunisti – né eguale narrazione giornalistica, cioè la capacità di costruirne una egemonia di vedute che facesse da collante per un ceto, se non dirigente, influente. C’erano i settimanali, sì, su tutti «l’Espresso», che erano più moderni e attuali, nella fattura e nella veste quanto meno, ma i settimanali non potevano costruire appartenenza sul filo della continuità: erano, e restavano, strumenti di opinione. Ora, si trattava di trasformare quell’opinione diffusa in un canone, e quindi in un movimento di opinione che non fosse impalpabile ma “pesasse” i numeri, i numeri dei lettori.
Le radici radical-socialiste di Scalfari – liberale in economia, o comunque contro i monopoli statalisti, e libertaria nei diritti civili – si misurano perciò con il compito di trasformare in influenza politica un nuovo sentimento culturale che si avverte nel paese, una sorta di vago progressismo. Non il progressismo socialdemocratico, questo non c’entra nulla, può essere un compagno di viaggio: un progressismo borghese repubblicano, quello che sarebbe sempre mancato al paese, o che ha una storia di marginalità e di sconfitte. Sarebbe una battaglia perduta in partenza misurarsi propriamente sul terreno politico con le grandi chiese democristiana e comunista: i socialisti di Ernesto de Martino ne fanno triste esempio, col loro vivacchiare di percentuali fisse mai capaci d’essere determinanti – eppure proprio un’intervista a de Martino aprirà il primo numero del giornale –, e i radicali poi non ne parliamo. La grande stagione delle riforme e delle aspettative del centro-sinistra sembra essersi arenata in uno statalismo soffocante e parassitario, e i segni di un’involuzione del sistema industriale del paese, prima con la crisi del petrolio, poi con la recessione, poi ancora con l’inflazione galoppante, sono troppo visibili.
Scalfari ha l’ambizione di intercettare un nuovo “pubblico di lettori” che è anche un pubblico di chi sparge e riproduce opinione, nei propri posti di lavoro, di professione o nelle relazioni sociali: è il ceto medio. Non la piccola borghesia che vive di riflesso della paura dei comunisti; né il lavoro manuale, che poco legge, e comunque si accontenta delle pagine de «l’Unità». Non è a uno strato di classe che Scalfari punta, ma a uno status, vero o presunto, di persone acculturate, che hanno funzioni intermedie e ambizioni di riconoscimento e di crescita della propria influenza e vaghe aspirazioni verso il benessere e la giustizia. Quella massa di lettori che trova ormai insopportabile il provincialismo dei quotidiani locali – che sono una realtà forte – come anche il conformismo conservatore e moderato dei giornali nazionali.
Il nuovo quotidiano aspira perciò subito a essere nazionale, non “localizzato” – le pagine locali verranno introdotte molto più tardi, e ormai solo con l’intento di rosicchiare ulteriori lettori ai giornali di territorio –, uno “spirito nazionale”, un modo d’essere che da Torino a Palermo sia riconoscibile e si riconosca: la politica e il governo sono il suo piatto forte.
Le innovazioni grafiche sono la “veste” di questi intendimenti: un formato tabloid, comune nel mondo ma mai visto in Italia, titoli con le grazie e quindi di dimensioni maggiori, solo venti caratteri per un titolo che sarà così “sparato”. La partigianeria e la faziosità de «la Repubblica» trova subito la sua forma metrica; come dice Scalfari, i titoli saranno del tipo: «Tanto va la gatta al lardo». E niente uscita il lunedì: il lunedì il ceto medio che si sente acculturato e aspira a influenzare il paese che ne ha bisogno, non può star lì a leggere e discutere che ha fatto la Juve o il Milan, ha pensieri più gravi. Anche le innovazioni che verranno dopo saranno sempre di avanguardia, per primi il full color, per primi un investimento serio sul sito internet, fino a diventare adesso una vera e propria multi-piattaforma, con la tivvù e la radio.
Nei primi tempi il giornale crea immediata curiosità – la campagna di lancio è efficace, giocata sul filo dell’autorevolezza e della credibilità: «O credete ai consigli di amministrazione o a Repubblica» e così via «O credete a questo e quello o a Repubblica» –, è esso stesso curioso – segue la rivoluzione portoghese, i vagiti del movimento del Settantasette –, ma non sfonda. È con il caso Moro che «la Repubblica» diventa importante, facendosi promotore e baluardo della fermezza – sarà «la Repubblica» a decidere di non pubblicare più le lettere di Moro e i comunicati delle Brigate rosse –, della negazione d’ogni trattativa possibile, sostenendo e tallonando i comunisti di Berlinguer nella difesa dello Stato e nel farsi essi stessi Stato. E questo è il primo pilastro del canone della nuova ideologia: lo Stato, anche quando non amabile, anche quando è un guscio vuoto va difeso a ogni costo, a prescindere. Questo ci farebbe azionisti e europei – insomma quello che mancava a «il Mondo» di Mario Panunzio. La polemica è feroce con Sciascia – che di un guscio vuoto si chiede cosa può farsene questo paese – e si ripresenterà con le stragi di mafia e il sostegno incondizionato all’elezione arruffata e precipitosa a presidente della Repubblica di Oscar Scalfaro. Al tempo del caso Moro la polemica è soprattutto con Craxi, che temeva la tenaglia catto-comunista e provava a divincolarsene. Ma Eugenio Scalfari preferisce benedire, la foto è famosa, la stretta di mano fra De Mita e Berlinguer. Arriva così il successo, attraendo i lettori cattolici di sinistra e i lettori comunisti. La lunga battaglia contro Craxi – la «banda che aveva occupato le istituzioni» – si chiuderà solo con Tangentopoli e il Raphael. E qui c’è il secondo pilastro del canone, una sorta di moralismo censorio, un inappellabile e continuo j’accuse che sostiene la magistratura senza se e senza me. La diversità morale che aveva rivendicato Berlinguer per i comunisti italiani, e che non resse poi a lungo, diventa invece il “logo” del quotidiano di Scalfari. Moralmente altra, «la Repubblica» farà della lotta alla corruzione politica, e quindi alla corruzione della politica, il suo segno distintivo, prima contro Belzebù-Andreotti e via via negli scandali che emergeranno. Roberto Saviano, con la sua ossessiva e univoca lettura delle cose – il calcio corrotto? C’è la mano dei casalesi. Sanremo truccato? C’è la mano dei casalesi. Lo sciopero dei camionisti? C’è la mano dei casalesi – è il punto di arrivo di questo percorso.
Sarà tanto repubblicana «la Repubblica» da picconare con assiduità il presidente Cossiga quando questi comincia a fare il matto per dire cose di senno, e il picconatore delle istituzioni, fino a chiederne – con Occhetto portavoce – l’impeachment, manco fosse il «Washington Post» con il Watergate contro Nixon. La prima Repubblica sta finendo, e il quotidiano si schiererà decisamente contro il proporzionale e per il bipolarismo: il bipolarismo è la strada per dare finalmente rappresentanza politica alla nazione nuova. Invece, arriva Berlusconi.
E come una forsennata battaglia di impeachment sarà quella contro Berlusconi, il nemico assoluto, corrotto e corruttore, che usa le istituzioni e le leggi a propri fini, lo Stato a proprio consumo, spadroneggiando nelle televisioni e quindi nella costruzione del consenso, avvilendo e mortificando il parlamento, irridendo la democrazia repubblicana, deformando il capitalismo. Berlusconi – una vera manna per il giornale e per costruire nell’antiberlusconismo a prescindere come ideologia l’appartenenza dei suoi lettori – verrà letto come il trascinamento di un vecchio mondo italiano con la sola modernità del possesso di strumenti televisivi. A petto di Berlusconi, l’idea di un capitalismo delle regole, e questo è il terzo pilastro del canone, strafottendosene che il proprio azionista di riferimento, Carlo de Benedetti, quelle regole le abbia spesso, e tanto spesso, deformate a proprio uso e consumo. Ma soprattutto non comprendendo quanto le modificazioni del capitalismo – il quotidiano non capisce la piccola e media impresa italiana, non capisce l’esplodere del precariato e delle partite Iva, non capisce la crisi – abbiano intanto inciso profondamente nella società italiana, quanto le eccessività, le eccedenze abbiano preso il posto del mercato.
Così Scalfari, che si è sempre piccato di essere un buon giornalista economico e aveva trasportato la sua rubrica de «l’Espresso» in un inserto del quotidiano, dal titolo «Affari e finanza», punterà su Ciampi, su Prodi e infine, con Ezio Mauro, investirà tutto su Monti. Il rigore contro il debito pubblico – che sarebbe tout court la mangiatoia della corruzione politica – diventa il cavallo di battaglia. Siamo finalmente in Europa.
È l’ultima spiaggia per «la Repubblica», e in fondo anche il compimento di un percorso: privo ormai di una sponda partitica al proprio progetto – il Pd si è incartato, una destra “europea” non decolla –, il quotidiano considera la rivoluzione dall’alto l’unica possibilità di modernizzazione del paese.
Con Draghi e l’Europa, Napolitano e Monti, «la Repubblica» costruisce il complotto per chiudere con il berlusconismo, e se le regole della democrazia ne escono ammaccate, tanto peggio per la democrazia: il radicalismo del giornale si straccia le vesti quando la democrazia è offesa, ma non si trattiene mai da una vocazione elitaria. Che è esattamente quello che pensa di sé il “ceto medio acculturato” italiano. L’operazione de «la Repubblica» è portare al montismo questo ceto medio, e farne il sostegno pubblico nel paese.
Durerà? La crisi morde. Tanto va la gatta al lardo.
Nicotera, 22 marzo 2012
per «Outlet», 1, 2012
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