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09 Giugno 2012
L’Occidente incagliato in uno “storico ingorgo”
Al Festival dell’Economia di Trento, George Soros, presidente di un Fund Management finanziario tra i più importanti nel mondo, in un’affollata conferenza-intervista-lezione ha lanciato un preoccupato allarme: «L’Europa è un'immensa bolla politica, e stiamo per implodere. Le politiche di salvataggio adottate fino ad oggi non funzionano. La responsabilità principale ricade sulla politica, non sugli hedge funds, non sui mercati finanziari, che in fondo fanno ciò per cui sono stati creati. La politica scarica le proprie responsabilità sui mercati finanziari, ma la crisi non è stata creata dagli strumenti finanziari». Soros difende con vigore – qui non si accenna minimamente alla liceità dei comportamenti finanziari – la propria genia messa sul banco degli accusati in tutto il mondo, ma il rovesciamento del punto di vista è provocatorio e interessante da seguire. Traduciamolo così: la finanza, per mestiere, cerca e crea occasioni d’investimento del denaro per produrre altro denaro e dove trova pertugi s’incunea e si allarga; la politica, per mestiere, dovrebbe porre delle regole ai movimenti del denaro e ai modi in cui esso cerca di riprodursi. Ovvero: se l’assenza di regole è stata la prateria in cui si sono scatenati i bufali della finanza americana fino a produrre una crisi devastante, l’eccesso di regole è la salamoia in cui sono adesso stipate le alici delle economie mediterranee che non riescono a risollevarsi dalla crisi. Dato che il rapporto tra finanza e politica è centrale e non è mai assodato una volta per tutte ma è un continuo conflitto in cui si raggiungono nuovi patti e nuove regole, intervenire è essenziale, il “fattore tempo” è essenziale. Intervenire in un certo momento è un’occasione di dinamismo, in un altro diventa solo un modo obbligato verso la catastrofe: così, il salvataggio frettoloso della Aig, punto cruciale, produce disastri a catena; l’abbandono a se stessa della Grecia produce disastri a catena. Si fosse intervenuto altrimenti, nell’un caso come nell’altro, di sicuro non staremmo in queste condizioni. E questo era il compito della politica. Io non me la sento di dare torto a Soros.
Spaventata da una crisi che non ha saputo gestire per assenza di regole – il ruolo della Banca centrale, anzitutto –, la politica europea ha pensato che un eccesso di regole potesse mettere ordine, ordnung nel kaos: il fiscal compact, il rigore fiscale, l’unione fiscale è esattamente questa intenzione qua. Questa tardiva politica di austerità a oltranza non sta risollevando l’economia europea, anzi: non solo non riparte la produzione – che già è un problema più complesso –, ma le entrate fiscali tendono a ridursi dato che il prelievo tende a contrarsi visto che i consumi si contraggono, e quindi ogni piano di pareggio di bilancio va a farsi strabenedire e non c’è altro modo che tagliare ulteriormente le spese, quindi ridurre ancora la circolazione di denaro, e stabilizzare o aumentare ulteriormente il prelievo, cioè le tasse: siamo un cavallo senza biada che ormai malfermo sulle gambe si vede bastonare perché non si decide a mettersi al galoppo. La “nuova” proposta che viene da Bruxelles, dopo l’unione monetaria e l’unione fiscale è che si proceda verso l’unione creditizia; cioè come di fronte alla crisi dei debiti sovrani si è risposto con l’austerità delle tasse e i piani-pensione, considerati il buco nero di ogni bilancio statale, ora di fronte alla crisi delle banche europee, ovvero alla crisi del credito, si dovrebbe rispondere con la verticalizzazione europea del credito. Dovrebbe, questa intenzione, dare alla Banca europea quei poteri di ultima istanza, sul modello della Fed americana, che ora non ha. In queste attuali condizioni, di eccessivi scompensi nell’area europea, e dato che nessuno può credere davvero che la Bundesbank si decida a accollarsi i debiti delle banche spagnole o italiane e finanziare le piccole e medie imprese portoghesi o irlandesi, così come non ha mai avuto intenzione di accollarsi i debiti italiani o greci, finirebbe solo con il “costituzionalizzare” la situazione attuale, di un Nord europeo che tira a spese di un Sud europeo che arranca o fornisce “materie” e mercato: è esattamente la situazione italiana degli anni Sessanta – i presupposti e le congiunture che definirono il nostro boom – riprodotta a livello europeo. Per la Germania ha funzionato. Non è detto che possa funzionare su scala.
Si può, ovviamente, guardare a questo tentativo di “unionizzazione creditizia” come un passo deciso verso una maggiore unità dell’Europa: se passasse questo, il prossimo potrebbe essere quello militare. La Merkel ha di recente ricordato che la popolazione europea è solo il sette percento della popolazione mondiale, e se non si dà una mossa finirà con l’essere ai margini del mondo che verrà. C’è in questa frase una presa di coscienza del passaggio epocale che stiamo vivendo, di cui la crisi finanziaria prima e economica adesso che sta squassando l’occidente è il fenomeno evidente a tutti, ma di cui non tutti scorgiamo le cause e non tutti sappiamo come e dove trovare rimedi.
Prendo a prestito da Rosario Villari e dal suo bellissimo libro Un sogno di libertà. Napoli nel declino di un Impero 1585-1648, sulla crisi politica e economica della Spagna del Seicento che dall’opzione indipendentista delle Fiandre alla bolla speculativa dei tulipani si “conclude” con la rivolta di Masaniello, il concetto di “ingorgo storico”. Che mi sembra più “aperto” di quanto pure con sagacia scrive Walter Siti nel suo ultimo Resistere non serve a niente: «Tutte le società in declino privilegiano la finanza – vedi la Spagna del secondo Cinquecento, l’Olanda tardo-seicentesca e l’Inghilterra vittoriana».
Stiamo vivendo un periodo d’ingorgo storico: il declino dell’Impero americano, l’emergenza dell’Impero cinese e dei nuovi paesi produttori – Brasile, India, Russia – con differenti opzioni politiche e regimi, lo stallo europeo e giapponese, cioè di chi dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, pur senza forza politica e militare, aveva ricostruito un modello sociale e un potere economico che consentivano di concerto agli americani il governo del mondo, tutto questo si affolla intorno a un crocevia della storia da cui non c’è ancora traccia di nuove forme, di nuovi percorsi. E se Atene, il capitalismo, piange, Sparta, il socialismo, non ride.
Io credo che questa lunga crisi dell’occidente abbia le sue radici nella rottura paradigmatica che il lavoro sia l’unica risorsa dell’uomo per la felicità; come già temevano i viceré spagnoli a petto di resistenze pure marginali, quello che è andato a ramengo è il rispetto di gerarchie e convenzioni che tenevano insieme il mondo: il rifiuto del lavoro, cuore dei movimenti rivoluzionari occidentali di fine Novecento, è stato proprio la crisi di quel rispetto, di quella disciplina sociale. Sembrerà paradossale, ma la finanziarizzazione è stata l’unica risposta praticabile a quel rifiuto del lavoro, in assenza di un’altra forma politica: il denaro ha lavorato al posto tuo, producendo ricchezza. Sta in quel rifiuto del lavoro – della valorizzazione del capitale – la crisi di produzione dell’occidente: le cosiddette riforme del mercato del lavoro, già praticate in Germania, e costantemente riproposte dal Pdl prima e dalla Fornero ora, sotto l’egida dell’Unione europea, dovrebbero ripristinare da noi quel rispetto, quella disciplina. Troppo tardi, io credo. L’occidente è attraversato da un enorme movimento tellurico che chiede ancora più valorizzazione personale, singolare, e lontano dalla disciplina del lavoro padronale. L’ordine allora può essere intanto ripristinato sul denaro: rigore fiscale, debito pubblico sotto controllo, spesa sociale tagliata, stretta creditizia; bisogna che il denaro abbia quel rispetto che gli è dovuto, e che è stato irriso dalla speculazione finanziaria e dal “sogno” sociale di averlo a portata di mano. Questo è il cuore nero della controriforma europea.
Nessuno può dire ora se queste faglie dell’ideologia sociale dell’occidente troveranno una forma di ricomposizione, passando attraverso rivolte e tumulti, oppure se passerà questo nuovo ordine dei cavalieri teutonici o se piuttosto cresceranno forme reazionarie con sirene di nazionalismi totalitari. Però, questa è la partita e questa è la posta in gioco. La politica non è buona o cattiva: è grande o misera.

Nicotera, 9 giugno 2012
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