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03 Giugno 2012
Sull’eccedenza dell’essere siciliani |
Se una manifestazione di protesta avviene in Sicilia, un blocco delle merci e dei transiti – una forma di lotta dura e complessa cui pure si pensa e a cui si arriva quasi naturalmente, date le oggettive condizioni di distanza e di difficoltà nei collegamenti – si può star certi che nelle gazzette e nelle cronache si parlerà immediatamente di sicilianismo. A volte, può essere che vi sia nella stessa protesta un qualche richiamo simbolico a questo connotato, come una certificazione di identità, ma per lo più si tratta di un riflesso condizionato. Non credo ci sia solo della sciatteria o della malizia in questa categorizzazione spensierata: spesso tendiamo a utilizzare delle categorie, per classificare e quindi comprendere, sia quanto ci sembra richiami cose che abbiamo già veduto, sia per quanto invece ci sembra ancora ignoto, incomprensibile, inconcepibile. E quindi più spaventoso. Con ogni evidenza, il sicilianismo è qualcosa che si è già veduto e pure qualcosa di ancora ignoto e spaventoso. Ora, non accade mai, invece, che se un qualche blocco delle merci avviene a Frosinone o al Brennero – dove pure passano snodi importanti dei traffici e quindi è una forma di lotta dura a cui si pensa quasi naturalmente – sulle gazzette e sulle cronache lo si definisca “laziale” o “irredento”. Uno sciopero ad Ancona è la notizia di uno sciopero ad Ancona e una protesta a Perugia è una protesta a Perugia, e così per Lecce o Rimini o Brescia: a nessuno verrebbe in mente di definirli uno sciopero “marchigiano” o umbro o pugliese o romagnolo o lombardo, e quand’anche ci aiuterebbe solo nella visualizzazione geografica dell’accaduto, sarebbe un complemento della notizia e nulla di più. Invece, se dico: «i camionisti di Siracusa occupano l’autostrada», oppure: «gli agricoltori dell’Agrigentino protestano contro le tasse», oppure ancora: «bloccato l’accesso ai traghetti a Messina», immediatamente si mette in moto l’associazione mentale non con la geografia dell’essere siciliani, ma con la storia dell’essere siciliani. C’è un’irriducibile persistenza, un’eccedenza di rimandi e associazioni nell’evocare la Sicilia, che in parte funge da categorizzazione per ciò che è noto, e in parte per catturare e addomesticare ciò che è incomprensibile, inconcepibile, e quindi più spaventoso. Come un demone. L’essere siciliani è una doppia identità, e il viaggio dall’una all’altra. L’una, è quella propria di chi si sente siciliano, si percepisce come tale – non voglio parlare di una “comunità di destino” nell’essere siciliani, che è una cosa assolutamente fortuita e dove può esercitarsi il libero arbitrio, la scelta; l’altra è quella che viene evocata da chi guarda alla Sicilia. La cosa interessante e perturbante è che quando i siciliani provano a sfuggire dall’identità percepita dagli altri, sono considerati parte della famiglia e del tessuto nazionale; quando, invece, le due identità – quella propria e quella fabbricata altrove – si avvicinano, si sovrappongono o combaciano, i siciliani e la Sicilia sono considerati come un pericolo. Quello che trovo interessante da riflettere è questo “carico di storicità” che si attiva solo in determinate condizioni. Voglio dire, per differenza: il “carico di storicità” dell’essere cittadini romani è ineludibile sempre. Anche restando assolutamente immobile a godere il sole in una piazza di Roma o affacciandosi semplicemente su un ponte del Tevere o guidando per il Raccordo anulare, si è “romani” sovrappensiero, con il carico di storicità che questo comporta. Ancora, per differenza: la Lega di Bossi e del senatore Miglio “inventò” un carico di storicità su cui poggiare quel movimento selezionando e costruendo un puzzle di eventi e istanze che fungevano da fondazione, da tradizione, da narrazione e ideologia. Per quindici-vent’anni la “questione padana” – un’invenzione di storicità che serviva a enfatizzare le contraddizioni del presente – è stata ineludibile, qualsiasi fosse l’occasione di ragionamento sul nord d’Italia; si è stati “lumbard” per invenzione e circostanze. Invece, per i siciliani il “carico di storicità” si attiva solo se succedono dei fatti, delle cose. Ci si dimentica dell’essere siciliani – o lo si suscita e rammenta solo in termini folklorici e caricaturali –, in un modo in cui non è possibile dimenticarsi dell’essere romani e non è stato possibile per quindici-vent’anni non prendere in considerazione i “lumbard”. Ma appena accade qualcosa in Sicilia, ecco che “si diventa” siciliani. C’è quindi una questione legata alla “natura” dell’essere siciliani – il linguaggio, le consuetudini, la geografia, i paesaggi – e c’è una questione legata alla “storia” dell’essere siciliani, che non può svolgersi tutta dalla parte dei siciliani, perché la storia è un susseguirsi di eventi che benché circoscritti in un territorio raccontano di mondi e terre e popoli d’altrove. La mediazione, l’intreccio, la sovrapposizione tra queste due questioni, tra questi due “campi”, il viaggio tra queste due identità – la natura e la storia – non è più la cultura, ma direttamente la politica. In un saggio del 1906 Giovanni Gentile parlò – strumentalmente, forse: aveva deciso di prendere la cattedra a Roma – del «tramonto culturale» della Sicilia, addebitandolo al fatto che la grande scuola dell’idealismo, che aveva trovato nell’università di Palermo il suo fulcro, era finita, corrosa dal positivismo. Ecco, oggi – senza strumentalità – potremmo parlare di nuovo di un «tramonto culturale» della Sicilia, potremmo dire che la cultura siciliana non c’è più perché la grande scuola della narrazione siciliana non c’è più. Dopo Pirandello, De Roberto e Tomasi di Lampedusa, e dopo Borgese, Vittorini, Brancati, Sciascia, Bufalino e Consolo, cioè dopo il lungo passaggio dal Risorgimento al fascismo e poi al secondo dopoguerra e alla repubblica, nel groviglio di contraddizioni e antagonismi e conflitti che sono perdurati per tutto il Novecento, nel quale quella narrazione siciliana aveva capacità di rappresentare l’Italia tutta, di ricondurre all’isola le grandi questioni nazionali, e di intendere le grandi questioni nazionali attraverso la storia dell’isola, la cultura siciliana non c’è più. Logorata, forse, dalla sicilitudine, dal compiacimento e dalla pena dell’esser siciliani, dall’irredimibilità e dall’esaurirsi del viaggio. In qualche modo, quindi, nel tramonto culturale della Sicilia bisogna fare i conti con questo processo di identità che è autonomo ma anche eteronomo. Solo che qui non si tratta del fu Mattia Pascal che scopre d’essere dato per morto suicida, assume l’identità di un’altra persona, Adriano Meis, per poi finire la propria vita di nuovo come Mattia Pascal. Forse dobbiamo fare i conti con il “carico di storicità” – con questa eccedenza di cui non portiamo merito e neppure colpe – e assumerlo interamente, e cioè ambiguamente, per poterlo agire autonomamente. Che poi significa assumere interamente il significato politico dell’essere siciliani.
C’è un paradosso storico in cui abbiamo vissuto noi siciliani negli ultimi quindici-vent’anni, una sorta di mondo sottosopra, e che comincia a snodarsi. Il paradosso – che tale però può definirsi solo dalla Sicilia – del leghismo come ideologia dominante e del trionfo del berlusconismo da Palermo a Catania. Il paradosso si è snocciolato attraverso i temi del federalismo, dell’autonomia, dell’indipendenza, della secessione, dell’antistatalismo – che sono il “carico di storicità” del sicilianismo – agitati dalla Lega contro la Sicilia, il Sud e la Sicilia, e nel trionfo del berlusconismo da Palermo a Catania, come complemento del leghismo in nome della minimizzazione dello Stato. Federalismo, autonomia dei territori, indipendenza, secessione, regionalismo, sono stati tutti temi “vietati” all’opposizione siciliana contro il leghismo e contro il berlusconismo, ritrovandosi invece su un terreno direttamente statalista, unitario e nazionale. Qualcosa cioè che appartiene anch’esso all’identità dell’essere siciliani, ma più a come ci vedono gli altri, più al fuggire dalla propria identità. Ora, va detto che il trionfo del berlusconismo non è stato solo l’effetto di un radicato clientelismo in cerca di una nuova [dopo quella democristiana e craxiana] bandiera di potere e di un rapido spostamento sull’onda vincente dei ceti dirigenti siciliani, sempre lesti a scrutare le buone correnti. In Sicilia – dove non c’era un urgente pericolo rosso, dove cioè la narrazione “anticomunista” non avrebbe avuto concreti riferimenti – il berlusconismo si è radicato come “illusione”, illusione ben massificata e popolare, se si ricorda solo il trionfo elettorale alle elezioni politiche del 2001 con un secco 61 a zero. Da una parte come modello di ricchezza facile e alla portata di tutti, un populismo della ricchezza personale possibile che intanto giustificava un generale arrembaggio alla ricchezza collettiva, pubblica; dall’altra però come tessuto produttivo di minuscoli, piccoli e medi imprenditori. A volte, in quanto proprietari e sfruttatori solo delle proprie braccia e del proprio cervello, come auto-imprenditori. La Sicilia deve molto allo spaccarsi la schiena dei piccoli imprenditori, al loro senso di legalità, di rispettosità. Forse non poteva attecchire meglio che qui, in Sicilia, questa forma individuale d’impresa: c’è qualcosa di individualistico in cui si mescolano scarsa fiducia nell’agire collettivo e una diffidenza atavica nei confronti dello Stato, spesso solo occhiuto e vessatore, qualcosa di quell’essere mastri artigiani o contadini più che docili strumenti di un’organizzazione del lavoro che ha ritmi preordinati e ineludibili. In molti modi, ci si poteva sentire d’appartenere alla produttività del paese e anche al suo migliore spirito civico: si pagavano le tasse, si rispettavano le scadenze dei mutui, si era regolari nell’emettere e esigere le fatture. Si era cioè, poco “siciliani”. Rovesciando la stigmatizzante analisi sul “familismo amorale” dei meridionali, questa autoimprenditoria era di “familismo morale”: la famiglia era il perno di questo progetto, perché spesso era coinvolta lavorativamente, comunque “ideologicamente” in queste regole. E questo è comunque un carattere siciliano e italiano – questo tirare dentro la famiglia. L’insegna sognata era: “Pino Scardamaglia & Figli, Persone Per Bene”, dove molto stava in quel “Persone Per Bene”. Si era partiti da zero, nessun privilegio dei lombi, nessuna culla dorata, nessun master in America, solo intelligenza e saper fare. E davvero credendo in un processo che non fosse solo finalizzato alla propria “roba”, ma che in qualche modo coinvolgesse – lo si vedeva, lo si vedeva – una parte consistente della società. Si poteva pensare di appartenere, cioè, a un processo storico di trasformazione. Qualcosa di più della politica di questi anni, ma che vi si è pure rispecchiato. La crisi ha spazzato via illusioni e sogni, progetti e speranze. Se nel Nord questa crisi, che potremmo definire “biopolitica” per come biografia e imprenditoria erano strettamente intrecciate, per come la vita fosse finalizzata tutta all’economia, alla capitalizzazione, ha soprattutto assunto le forme di un quotidiano bollettino di guerra che racconta di suicidi di piccoli imprenditori – come uno spiaggiamento dei lemuri che hanno perso l’orientamento –, in Sicilia la crisi aveva già assunto l’aspetto del movimento dei Forconi, costituito quasi soprattutto da piccoli imprenditori – del movimento merci, della distribuzione, dell’edilizia, della lavorazione alimentare –, o da piccoli agricoltori. Proprio quelle insegne dei “Pino Scardamaglia & Figli”. È paradossale che di fronte a questa protesta di persone per bene, che rispettavano le scadenze dei mutui contratti con le banche e pagavano le tasse, e che la crisi ha messo in ginocchio, di fronte a questo familismo morale il presidente di Confindustria Sicilia, già presidente del Banco di Sicilia, Ivan Lo Bello, abbia subito fatto balenare l’infiltrazione della criminalità, quando non proprio la sua evidente presenza. È paradossale, ma appartiene a quel modo d’essere siciliani che tende all’essere nazionali a prescindere, ovvero pervicacemente antiregionali come “via di salvezza”. Il sogno berlusconiano era andato a pezzi già nelle giornate dei blocchi dei Forconi, attraverso i blocchi dei Forconi. Che poi abbia avuto anche una sanzione elettorale, alle amministrative di maggio, è solo una successione di eventi. Ed è altrettanto singolare e importante che nelle giornate dei blocchi, nel momento della lotta, nell’accadimento di fatti, si sia verificata quella sovrapposizione tra l’essere siciliani come identità propria – una certificazione di identità dei Forconi – e l’essere siciliani in quanto visti dagli altri – eccolo, il sicilianismo, la criminalità organizzata, il secessionismo. Il demone, il pericolo. Invece, si può aggiungere, non è stato mai davvero, in quelle giornate e nella loro preparazione, preso in considerazione il “carico di storicità” dell’essere siciliani, non si sono fatti mai davvero i conti con il significato politico dell’essere siciliani. I Forconi non erano troppo “siciliani”, lo sono stati semmai troppo poco. C’è stato, cioè, in quelle lotte un deficit di politicizzazione proprio mentre la politicizzazione, il ritorno alla politica, all’interesse per la cosa pubblica, prendeva forma. O quanto meno cercava forma politica la disillusione della crisi. E in realtà, a parte i Forconi, una forma l’ha presa, a esempio con la vittoria di Leoluca Orlando. E anche con la crisi della giunta Lombardo, quel farsesco regionalismo e milazzismo che non ha più margini di manovra dentro la crisi del berlusconismo. Adesso, però, possiamo tornare a confrontarci e a riprenderci il nostro carico di storicità, il mondo è tornato con i piedi per terra, il “familismo amorale” è patrimonio leghista, e possiamo rivendicare federalismo, autonomia dei territori, indipendenza, secessione, regionalismo.
Il giudizio contenuto nello sguardo con cui gli altri vedono i siciliani può riassumersi in un deficit di civilizzazione. Ovviamente, questo non può essere un giudizio integrale sulla storia siciliana, sulla civiltà siciliana, ma dato che non possiamo non essere crociani e la storia non è altro che il presente, la lettura del passato avviene attraverso lo sguardo con cui viene letto il presente. Il deficit di civilizzazione fu il presupposto del Risorgimento – la monarchia borbonica era il fardello che impediva il passaggio alla modernità – ma è stato anche il retaggio del Risorgimento, dato che a quella rivoluzione politica non fece seguito la rivoluzione economica. La Sicilia entra nella modernità – la democrazia e i parlamenti, l’indipendenza nazionale e l’Europa, la fine del potere divino dei sovrani e l’articolazione delle classi produttive – con un alto tasso di politicizzazione e un basso tasso di economizzazione, convinta che l’alto tasso di politicizzazione avrebbe prodotto l’economizzazione. Entra, cioè, zoppa, sbilenca, strabica: troppo politica – un processo durato cinquant’anni, dagli anni Quaranta agli anni Novanta dell’Ottocento – e poco economica. La costruzione dell’Italia unita e il dopo-Unità sono per la Sicilia un processo di de-politicizzazione – di cos’altro raccontano I Vicerè e Il Gattopardo? – o di una riduzione del tasso di politicizzazione che potesse fare da concambio con il basso tasso di economizzazione dell’isola. La statalizzazione della Sicilia è la via alla de-politicizzazione dell’isola: lo Stato italiano è lo strumento contro la politicizzazione siciliana, che pure aveva abbracciato con passione e generosità il Risorgimento italiano come via all’economizzazione dell’isola. Il giudizio sul deficit di civilizzazione siciliana si costruisce e si conferma in un paradosso: polis e civilizzazione sono tappe di un percorso progressivo, di un percorso del progresso che ha il suo cardine nell’industrializzazione. Senza industrializzazione non c’è progresso e quindi vengono a mancare polis e civilizzazione: questo è il paradigma e il mantra del diciannovesimo e del ventesimo secolo. L’assenza di industrializzazione – il basso tasso di economizzazione dell’isola – diventa la condanna alla deindustrializzazione, cioè al deficit di civilizzazione, di “senso civico”, e la politica – che era stata intesa invece dai siciliani come la via alla trasformazione – diventa il modo della gestione e del “controllo” dell’isola. Questo paradigma, e il giudizio connesso, si è mantenuto nei due enormi processi di economizzazione della Sicilia avvenuti nella modernità e nella post-modernità, quello degli anni Sessanta e Settanta e quello degli anni Novanta del Novecento. Il primo processo – la cattedralizzazione del deserto, l’industrializzazione statalista, quand’anche impersonata da soggetti privati che investivano e spendevano soldi pubblici – era il prodotto di un “compromesso” tra Destra e Sinistra, l’una che usava le ciminiere come forma di distribuzione e di assistenzialismo, l’altra convinta della presenza operaia come portatrice di civilizzazione; il secondo processo prende atto e interpreta la crisi fordista – di quella industrializzazione statalista che era una forma di assistenza e che non aveva prodotto quindi civilizzazione – in un’illusione di ricchezza distribuibile e di autovalorizzazione che escludesse percorsi collettivi, escludesse cioè la polis. In entrambi i periodi, la Sicilia è stata quindi senza polis e con lo Stato, che non è la polis; uno Stato una volta tutto “cosa pubblica privatizzata” e una volta tutto “cosa privata pubblicizzata”. I processi di politicizzazione, nell’un periodo di crisi come nell’altro, sono quindi direttamente contro lo Stato: la prima volta – nelle lotte degli anni Settanta, nell’autonomia meridionale – perché troppo pubblico, troppo invadente, e in definitiva troppo estraneo; la seconda – e siamo a ciò che è recente – perché troppo privatizzato, troppo solubilizzato, e in definitiva troppo estraneo. C’è infine da chiedersi cosa riempie il deficit di civilizzazione in quel giudizio, a meno di non voler credere che non ci sia bilanciamento all’assenza, alla privazione. Se si è troppo poco di qualcosa, si dovrebbe sviluppare troppo di qualcos’altro. La Sicilia, presunta deficitaria di civilizzazione, è vista come un luogo “religioso”, “rituale”, che non ha vissuto i processi di secolarizzazione, di separazione fra Stato e Chiesa, di laicizzazione, mantenendo un senso ampio e profondo di religiosità, di sacralità? Oppure, la Sicilia è vista come luogo dei “miti”, territorio di mitizzazioni? O ancora, la Sicilia è luogo di “popolo” di un’indistinzione sociale, dove l’articolazione fra classi non ha seguito i passaggi della modernità e della produzione e rimane quindi soggetta alla “forza”, e al potere e al fascino della forza, quindi a qualcosa di pre-moderno, e non al “diritto”, alla legge, che è la modernità? È lecito dire che frammenti di questi concetti si ritrovano tutti nel giudizio del deficit di civilizzazione, che ciascuno d’essi ha un fondamento di verità e pure che tutti assieme e ciascuno, per quanto suggestivi, non vengono avanzati per colmare quel deficit, e in un certo senso lo aggravano.
Se lo sguardo nazionale verso la Sicilia è quello di un deficit di civilizzazione, all’opposto lo sguardo dell’Europa verso la Sicilia è di un’eccedenza di civilizzazione. Tra il Settecento e l’Ottocento, si istituzionalizza in Europa una forma, un’idea della Sicilia che, come la Grecia, è culla dell’ellenismo e quindi dell’armonia e della bellezza, ma, al contrario della Grecia che era rimasta “ferma”, fissa nell’antichità, aveva attraversato la formazione e la successione degli imperi [romano, arabo, normanno, svevo, angioino, aragonese] contaminandosene, impadronendosene, subendoli, e pure fabbricando e mantenendo una propria alterità. La modernità della Sicilia era altra da quella dell’Europa non perché zoppa, sbilenca, strabica, ma perché vi aveva conservato – magari sepolti – gli elementi della civilizzazione ellenista, la Magna Grecia, che è propriamente una civilizzazione cosmopolita. L’unico paragone storico ravvicinato che possiamo fare per meglio comprendere e quindi un po’ banalizzare quello che significò la Magna Grecia nell’area mediterranea è, nella modernità, con la scoperta dell’America, la colonizzazione, la rivolta dei coloni, l’indipendenza dalla madre patria e l’istituzione del federalismo. Un’Europa integra e integrale non poteva fare a meno della Sicilia. In Sicilia restava ciò che di civilizzazione la cultura europea aveva lasciato dietro di sé e, in un certo senso, perduto. Questa “vocazione sicilianista” dell’Europa che è fondativa dell’idea stessa di Europa – quel movimento che si sviluppò tra il Settecento e l’Ottocento, tra l’Illuminismo francese e il Romanticismo e l’Idealismo tedeschi – è un sentimento di reciproca appartenenza che ha sempre trovato forma nella politica: le rivoluzioni siciliane della modernità si sono sempre richiamate alla politica europea, hanno sempre visto nell’Europa politica la via alla trasformazione. La Sicilia della modernità storica non ha mai guardato al Mediterraneo, dove pure sarebbe stato naturale guardasse, ma all’Europa; e d’altronde era dall’Europa politica che venivano i passaggi della modernità – la fine della divinità dei sovrani, l’articolazione delle classi sociali, le democrazie e i parlamenti – non dall’islam o dal Mediterraneo. L’eredità araba, che è stata molto più di una civilizzazione e che costituisce letteralmente buona parte del nostro codice genetico, era propriamente questo: nient’altro che un’eredità. Per l’islam la Sicilia è sempre stata una terra perduta, per l’Europa una terra ritornata. Il nostro scontro di civiltà, lo avevamo già vissuto parecchi secoli addietro. E la nostra scelta di campo divenne netta nella rielaborazione culturale: noi eravamo europei. Noi eravamo Orlando e Rinaldo contro Ferraù e Rodomonte. È in Europa che la Sicilia ha sempre avuto un ruolo politico e è dall’Europa che la Sicilia politica è sempre stata guardata con attenzione, spesso contro lo sguardo d’Italia. Anche adesso, che il mondo arabo e nordafricano è attraversato da cambiamenti e conflitti di cui è difficile intravedere la portata ma che vanno guardati con sensibilità e partecipazione, il nostro “scenario geopolitico” – quello di cui sente necessità il professor Cassano, guardingo contro ogni autosufficienza locale, benché virtuosa – non è il Mediterraneo. Noi non siamo “ponte” dell’Europa verso il Mediterraneo – un ruolo di mediazione e interpretazione che non ci è mai appartenuto e proprio non ci appartiene e non potremmo mai sostenere. Il nostro “scenario geopolitico” è l’Europa: tutto il carico di storicità, tutta l’eccedenza politica dell’essere siciliani non può che svolgersi in Europa. Ogni volta che l’Europa ha pensato di poter fare a meno delle sue radici mediterranee, ogni volta che l’Europa ha guardato più alle sue foreste e ai suoi trolls che ai suoi dei del sole e del mare, è sceso il buio su di noi. Parlare di Europa significa quindi parlare di scontro dentro la stessa civiltà, di conflitto tra politiche. Lo scontro dentro l’Europa non è tra religiosità monoteiste, ma tra pagani, tra gnomi e dei, tra Ordnung e Kaos. È un conflitto tra politiche. La Sicilia vi porta il Kaos, ‘u cavusu, il proprio caotico carico di storicità, il proprio caotico carico di politicizzazione. La Sicilia vi porta e si riconosce nella storia politica europea dal lato della democrazia e delle forme di rappresentanza del popolo.
Palermo-Nicotera, 9-15 maggio 2012
Rielaborazione di un intervento in un seminario tenuto all’università di Palermo il 9 maggio 2012
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