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27 Maggio 2012
L’uomo più sbagliato nel momento più sbagliato |
In un saggio di una decina d’anni fa, Hans Magnus Enzensberger celebra una nuova classe di eroi, apparsi alla fine del Novecento, a chiuderlo, non più dediti alla conquista e al trionfo ma alla rinuncia e allo smantellamento. Questi eroi della ritirata – tra gli esempi, Gorbaciov per il comunismo e l’Urss, e Suarez per il franchismo e la Spagna – non hanno principi chiari e irrinunciabili, ma sono pervasi dai dubbi e si barcamenano tra compromessi e negoziati; non cercano di imporre a ogni costo le proprie posizioni ma le abbandonano e si fanno da parte. Diosolosa se anche noi in Italia non avremmo avuto e non avremmo ancora bisogno d’uno di questi eroi.
Giorgio Napolitano di certo non lo è. La sua è una biografia lineare e cocciuta: ha attraversato il comunismo italiano del dopoguerra – che è stato sicuramente una forma tutta speciale di comunismo – e la sua fine mantenendo assolutamente inalterata la sua posizione liberale. Nel comunismo italiano ha trovato la famiglia del suo liberalismo – un liberalismo anch’esso tutto speciale, quello che da Gobetti arrivava fino a Amendola, padre e figlio – che non ha mai amato, forse non ha mai neppure capito, la socialdemocrazia. Il “migliorista” Napolitano – come forse con una punta d’ironia veniva definito dai suoi compagni – ha sempre inteso lo Stato come l’incarnazione stessa della democrazia, come difesa e baluardo da quell’orda eversiva che è sempre stata la destra italiana e la sua borghesia – una destra e una borghesia anch’esse tutte speciali – trovando proprio in questa concezione il percorso comune con i suoi compagni di strada comunisti. Uno Stato che fosse l’incarnazione propria della politica, e che vedesse la politica e i partiti come una propria articolazione istituzionale, e che avesse nelle istituzioni non solo la sua proceduralità e la sua forma ma tutto il suo senso.
Così, Giorgio Napolitano, immarcescibile e immobile per tutto il Novecento, minoritario sino a essere risibile quando il comunismo italiano era forte e pure quando il comunismo italiano si è praticamente estinto, senza mai tradire se stesso si è trovato al momento giusto al posto giusto quando il Novecento italiano si è straciscato nel nuovo secolo. Quando l’anomala destra italiana, il berlusconismo, ha finito con lo sfasciare se stessa, sfasciando ogni forma e senso dello Stato, e l’anomala sinistra italiana, tutta rinchiusa per anni in una rincorsa a rimpiattino e speculare contro il berlusconismo, non era in grado di presentarsi come un’alternativa capace di tenere assieme la nazione tutta e rilanciarla. Insomma, lo stallo, l’immobilismo, l’Uroborus, il serpente che si morde la coda. Giorgio Napolitano e il suo senso dello Stato erano la supplenza ideale alla crisi della politica italiana, perché il suo senso dello Stato era senza politica, o vede la politica solo come una conseguenza dello Stato, come un’articolazione istituzionale dello Stato.
Così, Giorgio Napolitano, immarcescibile e immobile per tutto il Novecento, si è trovato al momento sbagliato al posto sbagliato quando il Novecento italiano si è straciscato nel nuovo secolo. Il suo golpe morbido, portato avanti con le istituzioni politiche e economiche d’Europa, non era certo illegale, e lui mai nella sua vita di comunista e di liberale ha compiuto qualcosa di illegale: ha solo interpretato estensivamente e quindi istituzionalmente il suo ruolo e le competenze che gli vengono assegnate. Sostenuto da tutte quelle lobby d’interesse – una forma tutta speciale, tutta italiana dell’intendere il proprio ruolo – che vanno dall’informazione alle banche, dai sindacati ai consigli d’amministrazione che non possono fare a meno di uno Stato e di una politica purchessia, ha legalmente e nello stesso tempo illegittimamente assegnato – votato, verrebbe da dire – a un uomo e una compagine voluti da quelle lobby il ruolo di presidente del Consiglio e di ministri.
L’uomo più sbagliato al momento più sbagliato. Avremmo avuto bisogno di un eroe della ritirata, in grado finalmente di smantellare quell’orrore italiano che è lo Stato – una forma tutta speciale di Stato dove da sempre si annidano e complottano le forze più ostili allo Stato stesso – per rilanciare la democrazia, che non è esser più quella del Novecento. Lui, comunista e liberale, statalista fino al midollo, sarebbe potuto essere l’uomo giusto al momento giusto.
Giorgio Napolitano ha un’idea novecentesca della democrazia – di chi da liberale ha accompagnato il percorso dei comunisti italiani – che si riduce poi allo Stato. Nel momento più giusto della crisi della democrazia, cioè quello della crisi dei partiti politici che non riescono più a rappresentare le nuove esigenze di classi e ceti e territori che stanno entrando nel nuovo mondo con paure e speranze e attese del tutto inaudite, del tutto impreviste, ci ritroviamo con l’uomo più sbagliato. Nel momento più giusto della crisi dell’economia, cioè quello della crisi di una finanza spregiudicata e di una produzione che non riesce a trovare nuovo senso alle merci e al consumo pressata com’è da nuovi bisogni e nuovi desideri, ci ritroviamo con l’uomo più sbagliato.
Un uomo antico, arcaico – che per ironia della sorte era considerato il più “modernista” dai suoi compagni di strada, i comunisti italiani – che sovrappone il suo schema concettuale a tutto ciò che, di mostruoso o d’interessante, accade in un passaggio epocale terribile come quello che stiamo vivendo, e in cui ciò che è mostruoso o interessante nelle viscere del paese emerge con forza, per lacerarlo e sfinirlo oppure per farlo rinascere.
Se acquistano consistenza Beppe Grillo e il grillismo – un fenomeno nuovo, ancora tutto da capire – Napolitano parla di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque, con un polemismo togliattiano buono per scuole di partito d’una volta; se i movimenti della No Tav si battono con determinazione nella difesa del proprio territorio, eccolo propugnare il progresso del treno, con argomentazione cavouriana, buona per retoriche da festeggiamenti storici; se nuove pistolettate scoppiettano o nuove mostruose stragi seminano il panico, eccolo parlare delle stragi mafiose e del brigatismo, col piglio dello statista di fine Novecento, di chi ha già visto e capito tutto.
La storia recente e passata usata sempre come un macigno, una pietra tombale, di cui lui stesso – per l’età e per la singolare biografia – è memento. È singolare che le stesse identiche frasi sul “ritorno del passato” vengano considerate un monito sacro se le dice lui e una dietrologia pericolosa se le dice Grillo. La differenza non sta nelle parole, ma nel ruolo: Napolitano è ormai lo Stato. Quello Stato antico e arcaico – quella forma tutta speciale dove da sempre si annidano e complottano le forze più ostili allo Stato stesso – di cui la vecchia politica e i suoi partiti sentono il bisogno, perché ormai si vivono come sua articolazione. Perché ormai ne è l’unica legittimazione, l’Uroborus.
Non che non ci siano pericoli, o conflitti e lacerazioni da allertare. Quello di cui tutti avremmo bisogno sarebbe affrontare l’orrore e le speranze che questo periodo porta con sé con ben altri eroi che le mummie del passato che non passa.
Messina, 27 maggio 2012
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