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15 Maggio 2012
Suicidi, governo ladro |
Negli anni Ottanta, dopo il grande conflitto alla Fiat – il lungo sciopero, Berlinguer ai cancelli che dichiara che sarebbe rimasto fino alla fine a fianco dei lavoratori, il corteo dei quarantamila colletti bianchi di Arisio, le manovre di Romiti, le pistolettate delle Brigate rosse – e la sconfitta operaia con i venticinquemila licenziati, ci furono duecento suicidi tra le maestranze di Torino. È inestricabile il legame tra questi suicidi e quanto era successo. E per quanto ognuno di quei duecento suicidi fosse una biografia e una storia singolare – qualcosa di prezioso nella sua unicità per la memoria di chi restava, i familiari, gli amici, i compagni –, c’era una storia del lavoro alla Fiat, qualcosa quindi di collettivo, di sociale, di cittadino, di pubblico, che quei suicidi si rimandavano l’un l’altro e raccontavano. La Fiat aveva da tempo già iniziato la grande ristrutturazione della produzione, introducendo la robotica: molto sapere operaio – che per tanti versi somigliava a un sapere artigiano –, che costituiva quella fierezza “aristocratica” di appartenere alla più importante fabbrica italiana, di esserne in qualche modo parte e partecipe dei successi e degli insuccessi, era ormai superfluo, risucchiato nella tecnologia. Gli operai – il loro lavoro e la loro intelligenza, la loro conoscenza della fabbrica – diventavano improvvisamente un’eccedenza superflua, da tagliare. Con il licenziamento, non si perdeva solo il posto di lavoro, ma un’identità forte, rivendicata con orgoglio, una “appartenenza”, conflittuale certo ma che aveva dato senso alla propria biografia, e che si sperava spesso, come era accaduto per decenni prima, di trasmettere ai propri figli, in una filiera di continuità. D’improvviso, si era il resto di niente. Si contava – e per la fabbrica, dopo le mutazioni del lavoro, e per la classe, dopo la sconfitta – il resto di niente. Era la fine del fordismo.
Confesso di non aver mai capito bene il concetto di “biopolitica” che, da Foucault in poi, viene utilizzato per spiegare il dominio del potere sulle nostre vite, il suo esercitarsi a mezzo e attraverso i nostri corpi. Però, in questi giorni – nel susseguirsi di cronache dei suicidi che ormai vengono definiti “da crisi” – credo di aver capito meglio quale legame si fosse costruito in questi vent’anni e più di liberismo tra l’immaginazione della propria biografia e l’attività economica in proprio. Dirò subito perché penso soprattutto a loro, ai piccoli imprenditori, anche se il quotidiano bollettino di guerra snocciola anche precari, disoccupati, licenziati. L’autoimprenditoria ha condensato il sogno e l’illusione coltivati dagli italiani dopo la crisi del fordismo. Essere imprenditori di se stessi, minuscolo, piccolo o medio, non necessariamente significa essere spregiudicati e volgari, guidatori di Suv in vicoli buoni solo per carretti coi somari e evasori delle tasse, anzi. Il tessuto produttivo di questo paese deve molto alla serietà e alla sobrietà, allo spaccarsi la schiena dei piccoli imprenditori, spesso capitalisti solo delle proprie braccia e del proprio cervello. Al loro senso di legalità, di rispettosità. Forse non poteva attecchire meglio che qui, in Italia, questa forma di impresa: c’è qualcosa di “anticonformista” – l’attesa più comune è quella del posto fisso pubblico, ottenuto con clientele, magari –, qualcosa di individualistico in cui si mescolano scarsa fiducia nell’agire collettivo e una diffidenza atavica nei confronti dello Stato, qualcosa di quell’essere mastri artigiani o contadini più che docili strumenti di un’organizzazione del lavoro che ha ritmi preordinati e ineludibili. In molti modi, ci si poteva sentire d’essere la spina dorsale della produttività del paese e anche il suo migliore spirito civico: si pagavano le tasse, si rispettavano le scadenze dei mutui, si era regolari nell’emettere e esigere le fatture. Rovesciando la stigmatizzante analisi sul “familismo amorale” degli italiani, questa autoimprenditoria era di “familismo morale”: la famiglia era il perno di questo progetto, perché spesso era coinvolta lavorativamente, comunque “ideologicamente” in queste regole. E questo è proprio un carattere italiano – questo tirare dentro la famiglia. L’insegna sognata era: “Mario Rossi & Figli, Persone Per Bene”, dove molto stava in quel “Persone Per Bene”. Si era partiti da zero, nessun privilegio dei lombi, nessuna culla dorata, nessun master in America, solo intelligenza e saper fare. E davvero credendo in un processo che non fosse solo finalizzato alla propria “roba”, ma che in qualche modo coinvolgesse – lo si vedeva, lo si vedeva – una parte consistente della società italiana. Si poteva pensare di appartenere, cioè, a un processo storico di trasformazione. Qualcosa di più della politica di questi anni, ma che vi si è pure rispecchiata.
Ecco, la crisi ha sconvolto questo tessuto biografico, ha distrutto queste illusioni e queste concrete realizzazioni. La mappa dei suicidi, lo spaccato delle loro storie, racconta, meglio di qualsiasi analisi suggestiva sulle partita Iva abbiano fatto il Censis di De Rita o i professori Bonomi e Bagnasco o Dario di Vico dalle pagine del «Corriere» in questi anni, di come sia andato a pezzi un “modello”. È la fine del post-fordismo, del liberismo. È inestricabile il legame tra questi suicidi e la crisi [come invece, appare perturbante il fatto che mentre uomini non trovino più il senso di vivere, altri stiano trovando il senso per ferire o uccidere].
Circoscrivere agli aspetti psicologici e quindi individuali quanto sta accadendo è quasi offensivo: fior di psicologi e sociologi raccomandano di istituire dei “centri di ascolto” per gli imprenditori, degli “sportelli” a cui rivolgersi e raccontare la propria sofferenza. La chiesa chiama al confessionale, additando la colpa e la comprensione. Daranno cristiana sepoltura all’uomo che si è suicidato accanto il santuario della Madonna di Pompei? Come se ci fosse scampo, per questi uomini che cadono; e invece non c’è, proprio come per quegli uomini che si gettavano dal World Trade Center dopo l’attacco dell’11 settembre. Smaterializzare quanto sta accadendo e ricondurlo alle dinamiche della propria personalità, al “privato” delle proprie fragilità e resistenze, sembra inseguire solo l’affanno di depoliticizzare la questione. Comunque, il governo c’entrerebbe poco.
Invece, piove, governo ladro. È proprio così. Che sia questa, la biopolitica?
Nicotera, 13 maggio 2012
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