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02 Maggio 2012
Europa: crescita o uguaglianza? |
«Manca ogni indicazione per una politica di crescita». È il 10 ottobre 2011 e Cicchitto non ne può più del rigore di Tremonti, lo chiama “Savonarola”. Bene, sentite il Cicchitto del 26 aprile 2012: «Una nuova fase di politica economica è una delle condizioni per la durata del governo Monti». Voi direte: non è che si può prendere Cicchitto a termometro della politica italiana. Ne siete sicuri? Dopo più di sei mesi, siamo esattamente al punto di partenza: tutti a chiedere crescita, Monti s’intesta una titolarità della questione che in realtà era stata già affrontata, indicando provvedimenti possibili [eurobond, project bond, intervento della Bei, diversa valutazione degli investimenti nelle voci di bilancio pubblico, un “pallino”, quest’ultimo, di Berlusconi e Tremonti] che erano stati già indicati, e la Germania continua a rinviare aspettando che finisca il ciclo delle elezioni – Francia, Grecia, Olanda, i suoi stessi Lander – ma avendo intanto portato a casa un irrobustimento del firewall da parte del Fondo monetario internazionale. Con il malato – l’economia europea – ancora più salassato, ancora più stremato.
Sta davvero cambiando l’atteggiamento mentale della signora Merkel, di Draghi, dei burocrati di Bruxelles? Davvero il buon risultato di Hollande e le sue dichiarazioni sulla ricontrattazione del Fiscal compact, nonché dei margini di rientro dal deficit, sono suonate talmente pericolose [dangerous, lo ha definito The Economist, la rivista che Berlusconi additava come una sorta di Pravda europea] da farli virare di 180 gradi? O i risultati grami di un anno d’incertezze prima, davanti ai segnali di crisi greca, e di provvedimenti restrittivi poi, che hanno aggravato ancora la crisi senza allontanare lo spettro del default per Spagna, Portogallo e la stessa Italia, hanno finito per convincerli che sia ora di ripensare tutto l’ambaradam? In realtà, né l’una cosa né l’altra. A sentire le dichiarazioni di Monti e Draghi, quando parlano di crescita [“potenziale”, «intercettare la crescita potenziale»] continuano a riferirsi alle dinamiche del mercato. Queste dinamiche – mobilità del lavoro, mobilità degli investimenti, mobilità dei saperi e delle professioni – sarebbero bloccate da privilegi e resistenze, che quindi vanno rimossi. Eccole le “riforme strutturali”: restituire al mercato il suo effetto benefico. Ovviamente, seguendo il “modello tedesco” della Mitbestimmung, della concertazione: qui non siamo mica selvaggi o prepotenti. E con la consapevolezza che i tempi saranno lunghi, che bisognerà modificare attitudini di vita, aspettative. Monti, che non riesce proprio a evitare l’aria del saputello, tanto per essere chiari, precisa che «le politiche keynesiane sono superate, perché hanno solo capacità effimera». Quindi, non aspettatevi interventi europei sulla domanda aggregata – piani del lavoro, piani di occupazione – perché sono “effimeri”. Di quale crescita vanno parlando dunque? L’altra questione – lo scossone dato da Hollande – mi sembra un errore di prospettiva: il problema in Europa e per la tenuta della Comunità europea non è la carica dei socialisti, con i quali semmai proporre una Grosse Koalition a livello continentale, ma il peso assunto dalla nuova destra. Il problema è stato il successo, condizionante anche sulle elezioni politiche di giugno, di Marine Le Pen, come condizionante, prima per la tenuta e poi per la caduta del governo olandese, il più fedele alleato del rigore tedesco, è stato Geert Wilders. Questo è un allarme vero: l’antieuropeismo è la prateria dove può pascolare una destra populista capace di intercettare voti popolari e quei ceti medi che sono stritolati dalla recessione. La polarizzazione all’estrema destra e all’estrema sinistra dell’antieuropeismo – una sorta di “modello greco” – significa una governabilità “tecnica” o di coalizione che magari ha i numeri ma a prezzo di fratture sociali dolorosissime. C’è ancora tempo – ora, subito – per evitare la guerra dentro la società?
In uno dei suoi ultimi libri, Quadrare il cerchio, Ralf Dahrendorf – di certo, non un radicale – poneva la questione così: «Sviluppo economico nella libertà politica ma senza coesione sociale, oppure sviluppo economico e coesione sociale privi di libertà politica: è questa l'alternativa che le società moderne si trovano ad affrontare?»
La crescita – l’occupazione, i consumi – non è di per sé garanzia di libertà e di uguaglianza, senza politiche adeguate; così come, paradossalmente, si sarebbe potuto declinare il rigore fiscale dal lato di una maggiore e migliore distribuzione della ricchezza sociale, e non necessariamente tradurlo in smantellamento dello stato sociale e penalizzazione dei consumi e della produzione.
La produzione di ricchezza non garantisce uguaglianza: il più grande esperimento keynesiano attualmente all’opera è in Cina, con trasferimenti di ricchezza enormi verso l’istruzione scolastica e l’assistenza sanitaria. Eppure, è il luogo dove ancora i diritti sono conculcati spesso brutalmente.
La questione per l’Europa non è crescita o rigore, o crescita nel rigore: piuttosto è uguaglianza o disuguaglianza. Non ci serve una crescita che ci renda ancora più disuguali, così come ci ha resi ancora più disuguali il rigore fiscale. E non si tratta di prevedere pratiche caritatevoli che in qualche modo tamponino e allievino la rabbia sociale degli esclusi. L’Europa, a dispetto di un processo storico di riavvicinamento tra i suoi popoli, ha irrigidito le caste dei poteri. L’europeizzazione ha prodotto una maggiore uguaglianza tra poteri e ceti sovranazionali e una maggiore disuguaglianza all’interno delle nazioni. Si è meno uguali oggi – nella forbice fra ricchi e poveri – a livello europeo di quanto lo si fosse diventati a livello nazionale. È evidente che, in queste condizioni, il “ritorno al nazionalismo” assume anche i connotati di una maggiore eguaglianza: è questo il pericolo del populismo di destra.
Quello che serve all’Europa è un grande progetto politico che sappia guidare attraverso gli ideali di libertà e uguaglianza un piano di rilancio della sua economia.
Nicotera, 30 aprile 2012
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