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07 Febbraio 2012
Qualcuno ha un piano B per l’Italia? |
Da due anni ormai si parla di un imminente default della Grecia. Dovrebbe essere chiaro che quello che la Grecia sta vivendo adesso è esattamente la sua forma della bancarotta in atto. Per evitare quella, la bancarotta, ci si è adoprati nei fatti per provocare questa, la bancarotta. La recessione, dall’avvio delle misure richieste dall’Ue e dal Fmi, si è mangiata il 6 percento del Pil greco: nelle teorie dell’Ocse, le liberalizzazioni (il mercato del lavoro, va da sé) valgono l’8 percento di un Pil, nei fatti invece. Solo che è invalsa una sorta di “sindrome Lehman Brothers”, il cui fallimento, forse evitabile (Bill Clinton, benché affetto da compulsione sessuale, che non era un fesso si batté inutilmente per il salvataggio), è stato il punto di avvio dell’effetto domino catastrofico che va ormai sotto il nome di “crisi finanziaria americana del 2007”. Se accadesse con la Grecia, questa la sindrome temuta, se la bancarotta fosse conclamata, l’effetto domino su Portogallo, Italia, Spagna (più o meno nell’ordine) sarebbe immediato, e avremmo la crisi dell’euro. Nessuno sa se sia vero. L’unica cosa vera è che gli investitori internazionali da tempo hanno abbandonato la Grecia, e sono rimasti solo pochi speculatori. L’altra cosa vera è l’accanimento terapeutico (dell’Unione europea) su un corpo moribondo che non reagisce a una cura completamente sbagliata. L’arroganza accademica, cervellotica dei tecnocrati di Bruxelles, equivale quella di un ostinato dottore pazzo. Se il malato morirà, sarà colpa sua.
La domanda a questo punto non è se la Grecia andrà in bancarotta, ma quale è la sua forma di bancarotta: forse questa forma di coma profondo, di sussistenza in vita attaccata alle macchine. Così come la domanda a questo punto non è se l’euro scomparirà, ma quale sarà la forma che assumerà l’euro.
L’intervento della Bce sta calmierando la tempesta sugli spread, e la stessa tempesta non è per nulla scomparsa ma si è acquattata. Intanto, la fiducia internazionale sull’Europa e sulla capacità di ripartire come comunità europea è bassissima. Non è bassa magari sui singoli paesi, di sicuro non lo è per la Germania, ma pur concedendo effettivi riconoscimenti a percorsi positivi, come per Monti e l’Italia, sul lungo termine – cinque, dieci anni – nessuno se la sente di scommettere. Sarà pure che dovremmo imparare a vivere senza i giudizi delle agenzie di rating, ma molti fondi istituzionali di investimento sono vincolati a questi giudizi, che significa poi l’impossibilità, ovvero l’illegalità, di comprarne titoli e obbligazioni (diverso, certo, è per hedge fund e fondi speculativi privati). La partita di giro che si è inventata la Bce per aggirare la clausola del non-salvataggio (cioè dare i soldi alle banche perché sostengano l’acquisto dei titoli di ogni Stato) produce ulteriore valorizzazione – che non sfocia nemmeno in inflazione, compressa com’è, qualche effetto di stagflazione comincia però a vedersi – ma non liquidità. È una trottola che inganna otticamente sulla sua capacità di creare circolazione a giro, restando invece immobile, inchiodata sul posto.
La Grecia, insomma, è già in recessione e bancarotta. Ogni intervento ancora richiesto dalla troika di vigilanza per l’erogazione di ulteriori tranche di credito (la riduzione del 20 perento degli stipendi pubblici e del 15 di quelli privati, l’eliminazione del salario minimo, tagli e licenziamenti) non fa che avvilupparla di più in una spirale recessiva senza uscita. È assolutamente inimmaginabile che la Grecia possa, a esempio, implementare le esportazioni – che dovrebbe essere uno dei risultati più attesi e importanti delle misure draconiane – considerando che il loro peso sul Pil è irrisorio, perché irrisoria è la loro rilevanza internazionale come merci. Altrettanto improbabile è che investimenti esteri, allettati da condizioni di mercato del lavoro che dovrebbero diventare competitive col Burkina Faso, possano in tempi brevi produrre merci esportabili a prezzi ridotti.
Le misure che ancora la Ue richiede all’Italia vanno nel senso della Grecia. E del Burkina Faso.
Nonostante le misure, e i complimenti e le pacche sulle spalle, la fiducia verso l’Italia è a minimi storici (non ci attaccano, ma non ci aiutano). Da Schettino all’8 settembre di fronte al generale Inverno, non è che l’immagine di lungo periodo dell’Italia vada molto meglio. Prima eravamo una barzelletta, ora siamo una locuzione proverbiale di «come non si deve fare, come non si deve essere». Monti o non Monti: lo stesso mandato a termine di Monti gioca comunque a sfavore, e non bastano il fiscal compact e il pareggio di bilancio in costituzione a “garanzia” di una italianità solvente e di parola.
Siamo governati dallo straniero, proprio come è scappato di dire per commissariare la Grecia, il cui sentimento verso i sudditi di questa vicina provincia va dal sottile e malcelato allo spesso e manifesto disprezzo, e che continuerà a ritenere ogni intervento buono ma non ancora sufficiente.
L’Europa, stretta così, va a destra, va già a destra, andrà ancora di più a destra (a me vengono i brividi, pensando al peso della destra istituzionale e di quella estrema nel governo greco e alle misure da varare di taglio sui militari).
Qualcuno, lì a Palazzo, sta cominciando a pensare che forse le ricette europee sulla Grecia e l’Italia non siano proprio le più adeguate – uso un eufemismo, per non dire che sembrano partorite da un dottor Mabuse – e che forse finiranno con lo stremarci ulteriormente, con il lasciarci – mi si passi l’espressione poco accademica – cornuti e mazziati?
Tutti gli indicatori internazionali – quelli sui quali si formano i giudizi e le azioni degli investitori internazionali – ci danno già in avvitamento.
Qualcuno ha un piano B? Così, giusto per.
Nicotera, 7 febbraio 2012
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