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salva invia
02 Maggio 2011
Better late than never. Meglio tardi che mai
Sei giorni dopo l’11 settembre, un reporter chiese al presidente Bush: «Vuole bin Laden morto?» E W.: «C’era un manifesto nel vecchio West che diceva: Wanted: Dead or Alive. I want Justice. Voglio giustizia». Le prime parole del presidente Obama nel dare notizia della cattura del Califfo sono state: «Justice has been made. Giustizia è fatta».
Per quanto la conduzione della guerra in Afghanistan e Iraq sia stata improntata da Obama in maniera completamente differente da W. Bush – una puntuale attenzione a distinguere l'islam dal terrorismo, una chiara exit strategy che puntava sulla responsabilizzazione, il coinvolgimento e l’addestramento dei governi locali, meno impegno militare umano sul campo e più lavoro di intelligence, con il chiaro intento di portare il più presto possibile i propri soldati a casa –, le prime parole del presidente americano in carica sono state in linea di continuità con il presidente americano deposto. Obama ha ripreso le frasi di W. Bush dove erano rimaste sospese e interrotte. Se c’era un passaggio di testimone che non poteva essere lasciato cadere tra i due presidenti, in un lascito ereditario da rinnegare in cui la vergogna politica di Abu Ghraib e Guantanamo faceva il paio con la vergogna militare di Tora Bora, dove per inefficienza e mancanza di coordinamento delle forze americane bin Laden era riuscito a sfuggire, questo era la cattura del leader di al Qaeda. Dead or Alive.
L’America – di Hillary Clinton e dell’idraulico Joe, di Sarah Palin e Timothy Geithner, dei Blues Brothers e Clint Eastwood, di David Letterman e Larry King, di Woody Allen e Sly Stallone, del Tea Party e della Rainbow Push Coalition di Jesse Jackson, di Mariah Carey e delle Dixie Chicks, di Don DeLillo e Tom Wolfe, dei Pittsburgh Steelers e dei Green Bay Packers – era unita come mai sulla lotta al terrorismo dopo l’11 settembre. Le lacerazioni provocate dalla mostruosa legge del Patriot Act, voluto a tutti i costi da Bush, con cui le libertà personali hanno subito un terribile restringimento, dal salvataggio della Lehman Brothers, della AIG e di altre banche coi soldi dei contribuenti, da una disoccupazione che non diminuisce nonostante i quantitative easing di Ben Bernanke a tutta callara, non hanno mai avuto aggio sul fatto che c’era un solo modo per liberarsi dallo sgomento dopo l’11 settembre: catturare bin Laden. Dead or Alive.
Lo sgomento. Più che la paura. Bin Laden aveva fatto molto di più che spaventare a morte gli americani. Li aveva fatti smarrire. Ci sarà qualcosa di osceno nelle manifestazioni americane di gioia e di giubilo per la morte di bin Laden, qualcosa d’intollerabile. Un po’ – alla n esima potenza – come le sarabande di clacson coi carabinieri che si sporgevano dai finestrini sollevando i mitra quando catturarono Totò Riina e lo portarono alla questura di Palermo. Ma nessuno scalpo, niente, niente mai più potrà restituire agli americani l’arroganza degli intoccabili. La più grande potenza del mondo si era trovata con il presidente più stupido che avesse mai avuto e gli aveva rinnovato l’incarico. Ci fosse ora Bush staremmo ancora a chiederci se bin Laden sia già morto – ormai puro spirito che può aleggiare ovunque – e quell’ultimo video che ha inviato sia un reperto manipolato da qualche webmaster con l’asciugamano in testa e il kalashnikov a fianco o piuttosto da qualche agente della Cia che si è messo una gellaba troppo corta da cui spuntano le scarpe d’ordinanza militare.
Bin Laden è diventato un morto che cammina – a man dead walking – quando Obama è stato eletto, quando l’America ha ritrovato se stessa. Niente più complicità petrolifera con i sauditi, nessun filo nero che legava finanziamenti clandestini e foraggiamento di armi. Obama aveva chiuso politicamente con le schifezze della Halliburton di Dick Cheney e con le mani impastate nell’ISI, il servizio segreto pakistano, del predecessore. Aveva fatto fuori generali che dubitavano di lui, ripreso in mano con vigore le operazioni d’intelligence, promosso quei militari che appoggiavano la sua condotta e la sua strategia. Aveva spezzato insomma quella circolarità viziosa, quella funzionalità politica alle teorie neocon, per cui fondamentalismo e bushismo potevano continuare a rispecchiarsi per l’eternità e tenere il mondo in ostaggio. Sono state queste le premesse politiche che hanno portato alla cattura militare di bin Laden. Obama ha costruito questa cattura. È sotto la sua presidenza che è avvenuta la cattura di bin Laden. Questo non è un dato di cronaca, ma un dato politico. Irreversibile.
Cattura che è arrivata al momento giusto, certo. A lanciare una campagna elettorale che stenta per il rinnovo del mandato presidenziale. Quando un presidente è costretto a mostrare il proprio certificato di nascita per dire che è americano al cento percento di fronte alle volgari insinuazioni di Donald Trump che continua a ironizzare sul suo nome, quando un uragano miete centinaia di morti facendo paventare una nuova Louisiana, quando l’economia continua a non decollare e la Fed non sa più a che santo votarsi.
Ora, i complottisti di tutto il mondo diranno che è un falso, che l’ombra sulla destra della foto non corrisponde con la luce che viene da sinistra, e chissà cosa sarà capace di dire Chomsky, con la solita profondità, sul fatto che sia stato ucciso piuttosto che preso vivo, figurarsi, un processo. Il male è sempre banale a processo: vale per Speer a Norimberga, come per Eichmann a Gerusalemme. Diventa fattuale, perdendo la sua simbolicità arcana potenziale.
Ma la statura politica di Obama ne esce rafforzata. E questo conta più di ogni altra cosa. Obama non è andato all’OK Corral con i contractor, con il culo degli altri. Ora, quando dirà di nuovo a Assad che la violenza è inammissibile, quando dirà di nuovo che non si può sparare sulla gente di Sana’ che chiede democrazia, quando dirà di nuovo a Gheddafi che non può bombardare Misurata mentre chiede una tregua, le sue parole saranno prese per quello che sono. Nel mondo, la sua determinazione verrà letta per quella che è. Ci sta mettendo il suo culo.
C’è un presidente americano che sta dalla parte dei buoni, i cattivi sono quegli altri. E noi pure che stiamo dalla parte dei buoni, della gente di Daraa’, degli insorti di Bengasi, dei rivoltosi dello Yemen, noi che siamo i buoni, non possiamo che sentirci sollevati.
Jonathan Chait, commentatore della «New Repubblic», ha scritto a caldo che la ricaduta politica di questa cattura è «minimal to nonexistent», insomma, insignificante, e che è davvero difficile pensare che possa «moving voters», spostare elettori. Tutte le testate importanti americane, dal «New York Times» al «Washington Post», parlano di una rafforzata credibilità nella foreign policy, nella politica estera, degli Stati uniti. Come se Obama fosse un Segretario di Stato qualunque, una Hillary Clinton. Io credo piuttosto che la credibilità di Obama ne esca rafforzata all’interno. Perché bin Laden dopo l’11 settembre non era per l’America come invece per l’Europa una questione lontana, estera, ma una cosa da interior. Dentro l’anima.
E noi, noi che crediamo nella necessità della riforma sanitaria negli Stati uniti, nella necessità di eliminare gli sgravi per i ricchi e di distribuire più carico fiscale a chi più ha, nella necessità di bloccare l’estendersi della legge voluta dal governatore repubblicano Walker che abolisce la contrattazione collettiva per il pubblico impiego, noi che siamo i buoni – i cattivi sono quegli altri – non possiamo che sentirci sollevati. In America, la sua determinazione verrà letta per quella che è. Ci sta mettendo il suo culo.
Il fondamentalismo di bin Laden era già stato sconfitto politicamente dalle rivolte democratiche nel Nord Africa e in Medio Oriente. Al Qaeda non è morto, certo, anche perché la sua riproduzione è semplice, come è sempre semplice provocare una strage di innocenti in una moschea, in un ristorante o in un albergo – bastano due bombole del gas, un metro di miccia corta, e qualche fanatico disposto a farsi saltare in aria. Al Qaeda da tempo è un franchising, niente affatto un network, una rete di collegamenti diretti. La sua base militare è sempre rimasta al confine tra l’Afghanistan e il Pakistan. Ma la sua fascinazione politica era globale, dal Kashmir al Marocco, dalla Cecenia alle Filippine, e i suoi effetti micidiali dalla Circle Line di Londra alla stazione di Atocha a Madrid all’Hotel Taj Mahal di Mumbai. Solo in Iran, perché c’è lì Ahmadinedjad, e a Gaza, perché lì c’è Hamas, al Qaeda non era passato, almeno fino alla morte di Arrigoni. Dove già il fanatismo religioso giustifica la politica, rendendola fanatica.
Osama bin Laden non lascia eredi. Intanto, nessuno ha il suo carisma, di ricco saudita che ha rotto con la famiglia, di combattente mujaheddin contro i russi, di chi è riuscito a mettere in piedi tutto l’ambaradam dell’11 settembre. D’altronde, lui non ha mai voluto eredi – furono loro a consegnare il giordano al Zarkawi agli americani in Iraq perché troppo ingombrante. Il medico al Zahawiri dovrà vedersela in Egitto con i Fratelli musulmani, che a piccoli passi stanno da tempo spostando la loro azione politica su un terreno più democratico, più visibile.
Non siamo più ostaggi di un terrorismo invisibile e imprendibile perché spesso fa il gioco di qualcun altro. La connivenza, che forse a volte c’è, che di sicuro spesso c’è stata, tra potere imperiale e terrorismi locali è da ora in poi comunque spezzata.
E questo non è un dato di cronaca, ma un dato politico. Irreversibile.

Nicotera, 2 maggio 2011
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