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salva invia
10 Aprile 2011
Tertium non datur. O sì?
Su Sette, l’inserto del «Corriere della Sera», del 7 aprile Paolo Franchi paragona impietosamente il recente successo dei Gruenen tedeschi nell’ultima tornata elettorale, in cui hanno vinto nella roccaforte della Merkel, alla verde minutaglia italiana. I Gruenen hanno ormai numeri da forza politica determinante a livello centrale come nei Lander, che danno loro opportunità di scelte differenti a livello regionale, con la Spd o con la Cdu, nelle alleanze per governare; hanno – scrive Franchi – «cambiato tutta la scena politica tedesca»: la prossima tappa potrebbe essere governare Berlino. Di quelli italiani invece non c’è quasi più traccia.
Pare di capire che la questione comunque non sia solo chiedersi perché quella dei Verdi tedeschi – e pure, sebbene in tono minore, francesi – sia una storia di successo e quella dei Verdi italiani un disastro. Scrive ancora Franchi: «Siamo, e purtroppo resteremo, l’unico Paese europeo che conti in cui non ci sono né un grande partito conservatore né un grande partito socialdemocratico».
La questione sarebbe quindi prendere atto di un’atavica arretratezza del quadro politico italiano rispetto a quello europeo, dove invece si muovono forze ammodernate, in grado di intercettare la domanda di novità proveniente dall’elettorato e di scombussolare il vecchio panorama esistente. I Verdi italiani sconterebbero così una colpa propria, quella di non essere stati in grado di offrire una vera novità politica, e una colpa nazionale, quella di stare radicati in un Paese che dalla contrapposizione ideologica vecchiadestra/vecchiasinistra non si schioda. Sarebbe questa la “vera anomalia” italiana.
È possibile, in questo Paese, la formazione di un Altro Polo in grado di rimescolare le carte? E come, da dove può prendere corpo, farsi forza di massa?
In verità, il quadro politico italiano, dopo l’89 e dopo Tangentopoli, è quello che in Europa ha mostrato il maggior dinamismo. E una forza politica di massa che ha sovvertito lo scenario c’è ed è la Lega di Bossi. Sebbene vi siano storicamente o siano apparsi fenomeni “territoriali” simili – la Catalogna degli autonomisti, la Carinzia di Haider, i fiamminghi del Vlaams Blok, i belgi del Vlaams Belang – l’accumulazione di forza, il peso sulle scelte politiche nazionali, insomma la golden share che ha la Lega di Bossi non ha paragoni. Anzi, fa da “riferimento”. Ed è un fenomeno politico che non ha radici tradizionali né nasce per separazione, ma completamente nuovo. Proprio come i Gruenen.
E di novità completa può parlarsi pure per l’Italia dei Valori di Di Pietro sebbene abbia sostanzialmente tesaurizzato l’abbrivio dell’antiberlusconismo come ragione sociale. È difficile peraltro, sia per la Lega che per l’Idv, applicare semplicisticamente i criteri di vecchiadestra/vecchiasinistra se non per la collocazione dentro l’anomalia del potere berlusconiano: la Lega amministra democristianamente, dal centro, i territori dove governa, rispondendo a una base popolare e operaia, mentre l’Idv alterna ossessioni giustizialiste a estreme aperture radicali. La Lega è meno ideologica nella prassi amministrativa e ha sempre tenuto le mani libere: è molto manovriera forse proprio perché ha un chiaro quadro di riferimento negli obiettivi; perché è autosufficiente nella sua ideologia. L’Idv invece è più ingrippato e fatica a entrare nei territori, proprio perché agita sempre la bandiera dell’anomalia berlusconiana e nei territori l’anomalia si articola e si traveste e la sua evidenza è di minore impatto e non è sufficiente.
Comunque, entrambe queste esperienze, sono fondazioni politiche “dal basso”, come per i Gruenen tedeschi, capaci cioè di rappresentare la pancia e le idee, le paure e i sogni di ceti sociali, ereditandone pure aspirazioni collocate prima altrove: in questo senso, si avvicinano alla costruzione delle grandi tradizioni politiche italiane del Novecento. La Lega “inventa la sua tradizione” operaia e l’Idv ha ormai stabilizzato il suo patrimonio e inizia a differenziare la sua offerta politica su più tematiche provando a assumere un carattere politico a tutto tondo. Che siano sostanzialmente strutture politiche inorno a un uomo non mi pare necessariamente una debolezza e chiedersi se sopravviveranno ai passaggi di testimone è davvero una futuribilità che in politica conta poco. La loro futuribilità immediata, invece, sta nei margini di crescita della Lega – che sta lentamente ma implacabilmente conquistando posizioni “dentro” lo Stato, per il principio che i ministri passano ma uscieri e direttori rimangono – e dell’Idv, e determineranno il quadro del dopoberlusconismo. Lì, nel “dopo”, potrebbero esserci sorprese.
Se è vero che le costruzioni “dall’alto” in Italia hanno sempre risposto a una qualche eterodirezione – anche le più “nobili” come l’operazione di Saragat – o sono rimaste sempre stritolate o hanno determinato poco nei cambiamenti strutturali – e non sembra che il Terzo polo di Fini, Caselli e Rutelli sfugga a questa legge né l’eventuale discesa in campo di Montezemolo –, proverei comunque a chiedermi qual è la formula vincente dei Gruenen tedeschi. Perché, è vero, tra le nazioni europee, la Germania è quella con la quale vantiamo più similitudini. Per dire: la formazione di uno stato unitario abbastanza recente e a partire da una sua “area regionale” che ne ha condizionato le linee di costruzione; la presenza, nei primi del Novecento, di una forza comunista radicale che minava la credibilità socialista; la nascita di fascismo e nazismo; la divisione territoriale tra metà ricca e metà arretrata, qui tra nord e sud, lì tra ovest e est; un ’68 lungo e operaio e pure le sue code terroriste.
A me i Verdi tedeschi sembrano uno straordinario connubio tra radicalismo e conservatorismo, qualcosa di profondamente tedesco e direi di profondamente europeo. Sono radicali quanto più sono conservatori – hanno difeso strenuamente la “vecchia” stazione di Amburgo, il “vecchio” aeroporto di Berlino, vincendo, mentre, per dire, i newyorkers non sono riusciti a tenersi il “vecchio” stadio degli Yankees –, e sono conservatori proprio perché sono radicali. Figli della grande Kultur, avversi alla Zivilisation: Mann, Musil, sono i primi nomi che vengono in mente. Nipoti di Goethe e Schiller, e di un’idea di amore per la Natura che comprende la classicità della Storia, le sue rovine, ma è ostile alla modernità e al suo ciclo di rapida distruzione/costruzione. La mia idea è che i Verdi tedeschi vadano forte perché sono “letteratura”. In questo senso, sono oltre l’ideologia, sono postideologici. Sono poietici. E bisogna essere poietici per essere buoni amministratori locali.
Ora, è difficile immaginare qualcosa di simile in Italia. Dove la letteratura – e non è questione di alfabetizzazione o di mercato librario – raramente è stata “spirito della nazione” come in Germania. Quando la letteratura, la poetica ha incontrato direttamente la politica, ed è accaduto con il marinettismo e con il dannunzianesimo, ne è divenuta ancella sino a sciogliersi dal legame. A sinistra, per lo più, ci si è spesi per tenerla a bada, la letteratura, da Vittorini a Pasolini e Sciascia. Però, è pur vero che la grande tradizione politica risorgimentale dalla letteratura traeva ispirazione, e slancio da Dante, da Petrarca, dal Machiavelli. Da Bruno, da Campanella, da Vico. Tutta gente esule, perseguitata. Tutta gente radicale che trovava riferimento nel ripristinare e conservare la classicità italiana.
Forse, dovremmo recuperare questa nostra classicità, nell’andare oltre il Novecento. Io non so se questa idea che la letteratura potrebbe essere la rifondazione e la salvezza della politica in Italia abbia attraversato l’anticamera del cervello di Saviano, quando ha rassicurato, non richiesto, che lui non scenderà mai in campagna elettorale. O di Pennacchi, nel proporsi a Latina come candidato di una lista di rinnovata destra che appoggi un sindaco di una rinnovata sinistra. La proposta di Pennacchi, che pure è riuscito a trasformare una biografia scombiccherata in racconto prima e in epopea popolare dopo, a me appare fragile nell’essere troppo novecentesca, troppo ideologica. Nell’essere di genere, piuttosto che letteraria. Nell’essere provinciale, pontina, bonificata. Invece che nazionale e europea. Nell’essere poco radicale. Capirai, una lista di Fli, che già boccheggia di suo, che appoggia una lista del Pd, che già annaspa di suo. Il radicalismo, insomma, sembra tutto istituzionale, e il conservatorismo tutto politicista. Peraltro, basta andare in Sicilia, e già succede, e non è che facciano scintille.
Vedremo. Però, un’intuizione c’è. La grande letteratura, come la grande politica, è sempre radicale e conservatrice.
È la letteratura che abbiamo intorno che ci fa difetto. Forse per questo Vendola continua a nominare la narrazione senza andare oltre il titolo. Magari dovrebbe guardare più in là. Più indietro.

Roma, 10 aprile 2011
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