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salva invia
03 Aprile 2011
La precaria insurrezione
L’insurrezione di Bengasi ha sorpreso il mondo. Da dove sbucano fuori questi scalcinati shebab?
Chi se l’aspettava che a Misurata e Tobruq scendessero in piazza a rivendicare libertà dal regime di Gheddafi? A Tripoli, il colonnello era stato rapido e spiccio, togliendo di mezzo in fretta quelle poche decine di manifestanti che avevano preso coraggio da tunisini e egiziani. A Tunisi, però, c’è stata da sempre una capillare anche se fragile disseminazione politica contro il regime: c’è una tradizione dell’azione politica, come dell’organizzazione sindacale, che viene dalla lunga lotta al colonialismo francese in nome, anche, delle rivoluzioni francesi. E in Egitto non solo i Fratelli musulmani sono una consistente forza ideologica e di massa sopravvissuta a ogni repressione fino a costringere chiunque a patteggiarvi ma lo stesso esercito funziona da canale di economia e distribuzione di reddito e quindi di radicamento sociale: il regime di Mubarak era basato sulla capacità di mantenere un equilibrio tra queste forze, costringendole a riconoscerne la centralità, l’unicità, l’insostituibilità. In entrambi questi paesi, la società civile era compressa, avvilita, sminuzzata, ma resisteva e cercava forme alternative di espressione. Se non suonasse troppo semplificato, si potrebbe dire che in Tunisia e in Egitto è scoppiata una “crisi di modernità”, nel senso che la forma politica del potere era ormai assolutamente inadeguata rispetto l’avanzare dei bisogni, dei desideri e delle potenzialità della società e aveva perso da tempo ogni capacità di fascinazione ideologica. Piuttosto, democrazia e pane: la battaglia per la democrazia è anche per produrre più pane e distribuirlo meglio. Stomaco pieno piuttosto che morale, l’apologo di Brecht, va bene per il capitalismo di stato, socialista o liberale che sia.
D’altronde, se è vero che esistono molte più cose nei cieli e nelle terre della letteratura che nella geopolitica, bastava aver letto la ricchissima produzione letteraria maghrebina, femminile in particolare, che so, Assia Djebar, Malika Mokeddem, Fatima Mernissi, per sapere che il Maghreb si sarebbe rivoltato. O Palazzo Yacoubian di Ala’ al-Aswani per sapere che prima o poi il Cairo sarebbe scoppiato. E bastava conoscere appena un po’ Emna Belhaj Yahia o Ghachem Moncef, per sapere che Tunisi prima o poi sarebbe finita sossopra. E anche, bastava aver letto Nessuno al mondo del libico Hisham Matar, per sentire il dolore lancinante di un paese ammutolito, sequestrato, torturato. Desaparecido.
Perché in Libia no, in Libia non c’era resistenza religiosa, non c’era tradizione politica, non c’era ruolo autonomo dell’esercito. Non c’era società civile, non c’era crisi di modernità. In Libia, c’è il deserto. E il petrolio. Come ogni regime autoritario, esso non poteva che basarsi su una differenziazione interna di massa tra inclusi e esclusi. Che la differenziazione fosse geografica e tribale [la Cirenaica, ai margini, sottomessa] era la sua forza, ma ciò che l’ha perduto. Ciò su cui ha fatto leva l’onda dei cambiamenti che quando arriva si appiglia a quello che trova come in un free climbing a parete liscia. Un’insurrezione non deve essere per forza ciò che si vuol credere sia.
L’insurrezione di Bengasi ha imbarazzato il mondo. Che si era talmente assuefatto al colonnello da patteggiarci, da farci affari, da stendergli tappeti rossi e promuoverlo con la fanfara: Gheddafi era a capo della Commissione Onu per i diritti civili, una cosa che suona macabra anche solo a pronunciarla. Noi avremo pure subito il ridicolo attendamento di Roma e il baciamano del Cavaliere, ma gli inglesi avevano ingoiato di restituirgli l’attentatore di Lockerbie, 259 vittime nel cielo della Scozia, accolto come eroe a Tripoli. I ministri francesi ci passavano le vacanze e volavano con i jet messi a loro disposizione. Non troveremo mai tra le carte di Wikileaks un qualche dispaccio, una nota d’intelligence che ci dirà di un qualche intrigo, di una qualche frizione, di un qualche complotto “interno” al regime, su cui far leva per buttarlo giù. E della Cirenaica, in fondo, se ne impipavano tutti. Lì, pompavano i pozzi, e questo contava.
L’insurrezione di Bengasi ha stupito il mondo. Che ha stentato, e non poco, a crederci. Chi cazzo sono, da dove sbucano fuori questi scalcinati shebab? Somigliano troppo ai furiosi delle banlieu parigine. Sembrano troppo la racaille di Sarkozy. Ci ha messo un tempo infinito, il mondo, a prendere atto che bisognasse fare qualcosa. Il tempo che è servito per rendersi conto che in quarantotto ore il colonnello non poteva riprendersi la Cirenaica. Cosa che, se non sperarlo, erano in troppi a crederlo. Invece. Così, la frenesia, gli interessi differenti, le politiche interne hanno preso il sopravvento. Un intervento militare caratterizzato dall’improvvisazione politica. Dalla fretta di rifarsi il trucco. E forse non è casuale che i militari – che certo non sono i più restii alla guerra – siano i più perplessi. È straordinario già solo questo, che da Ras Lanuf e Brega con quattro pickup siano riusciti a scomodare il mondo.
Ora, quello che dovevano fare gli shebab della Cirenaica – sono proletariato marginale, lavorano saltuariamente: precari, sarebbe la traduzione migliore – l’hanno fatto. Vorrebbero tornare a vendere frutta al mercato, scaricare qualche camion, fare qualche giornata ai pozzi, prendere qualche supplenza nelle scuole, ascoltare distrattamente le prediche dell’imam, bighellonare sognando l’Europa. La guerra non è il loro mestiere, loro davvero non hanno mestiere. Il loro lavoro è finito. È stato come per gli insorti di piazza Tahrir: se non avessero resistito alle cariche dei cammellieri squadristi di Mubarak, se non li avessero cacciati a sassi e bastoni sarebbe finito tutto. Hai voglia, poi, a battersi il petto e salmodiare qui con le sorelle del Sacro cuore sanguinante di Gesù. Il lavoro degli shebab è finito militarmente – l’insurrezione ha tenuto contro la repressione – ed è quindi finita quella fase politica. Nessuno in queste condizioni può prendere militarmente Tripoli assediandola. Certo, non gli shebab, e è difficile credere che i “volenterosi” mandino un’armata di terra che dovrebbe arrivare almeno a duecentomila unità. A Gheddafi non parrebbe vero: Tripoli trasformata in una Stalingrado che resiste, il tempo che all’Onu Cina e Russia comincino seriamente a porre veti e i paesi dell’Unione africana e della Lega araba si spacchino e litighino. Gli aerei però non possono coprire il cielo di Tripoli o le unità navali riempirlo di Tomahawk o Cruise radendo la città al tappeto come fecero in Iraq e a Baghdad. Ecco, il fattore-tempo adesso è a parti invertite: se prima era l’elemento decisivo per l’insurrezione di Bengasi, adesso lo è per la determinazione di Gheddafi a non mollare.
Gheddafi non può riconquistare la Cirenaica – non glielo lascerebbero fare – e Tripoli non può essere conquistata dagli shebab.
Che si fa allora?
Proseguire l’intervento militare a media intensità a oltranza è adesso l’opzione politica delle potenze sugli sviluppi di quell’area. È il loro diritto di prelazione su quell’area. Si potrebbe invece lavorare a livello internazionale per una “soluzione politica”. E la soluzione politica non può che partire dal riconoscimento dello stato di fatto: una Libia spaccata a metà, o restituita alla sua divisione storica, Tripolitania e Cirenaica. D’altra parte, se le potenze del mondo hanno appoggiato la divisione del Sudan con un referendum garantito non si vede perché non si possa considerare positivamente una stessa divisione in Libia, che il suo referendum l’ha già fatto insorgendo. La Cirenaica ha bisogno di autonomia, di autogoverno, di sedimentare questa insurrezione in istituzioni, pratiche, regole, forme, partecipazione: non può vivere a lungo in uno “stato di guerra permanente”, come fossero trotzkisti o neocon – beh, sì, negli Stati uniti di Bush erano la stessa cosa. La “forza internazionale” dovrebbe trasformarsi in una missione d’interposizione, di controllo, sul rispetto dei confini e della rinuncia alle armi. Se si controllano i programmi nucleari di Iran e Corea non si vede perché non si potrebbe controllare l’armamento di Gheddafi. Certo, nessuno si fida del colonnello; d’altra parte, chi si fida di Ahmadinejad o di Assad? L’Onu dovrebbe riconoscere subito la Cirenaica, concederle un suo seggio. Così, dovrebbero fare, subito, Lega araba e Unione africana: riconoscere il Consiglio nazionale di transizione. Poi si vedrà. En route! Alla Cirenaica serve il mondo, quello stesso mondo che prima serviva Gheddafi. Chissà, forse la Cina accetterebbe di mettersi in mezzo e fare da garante.
Questa spaccatura territoriale non sarebbe un “modello” per il Maghreb e il Medio Oriente: la formazione della Libia è peculiare, ed è il risultato per un verso delle politiche colonialiste e per un altro della rinascita nazionalista e militarista del mondo arabo. Non solo quel nazionalismo è tramontato, ma Gheddafi non è stato mai molto amato nel mondo arabo.
Forse l’Europa tentennante e incerta sull’intervento – non solo la Germania, se è vero che il ministro degli Esteri Westerwelle continua a ripetere che non sono i soli in Europa a essere più che perplessi – potrebbe avere un ruolo decisivo verso questa soluzione.
Indicare, a esempio, il Belgio come possibile modello: lì le tribù dei fiamminghi e quelle dei valloni [un po’ più consistenti dei Warfalla tripolitani e dei Zuwayya cirenaici, ma il principio associativo e comunitario è il medesimo] stanno in cagnesco ma tirano avanti. Ora, anzi, che non hanno più un governo – battendo ogni record del mondo, persino quello iraqeno – stanno pure meglio: producono, scambiano, vanno a scuola, si sistemano i denti, tifano per le loro squadre, bevono la loro magnifica birra e mangiano le loro pommes frites, che – ci tengono a rivendicarlo – hanno inventato loro e non i francesi.
Magari, ecco, potrebbero tenere dei corsi di formazione politica, oltre che di gastronomia.
E mica solo in Libia, dico.

Nicotera, 3 aprile 2011
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