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salva invia
29 Marzo 2011
Quello che l’Europa è e quello che non è ancora
Forse è vero quanto ha scritto Luis Simón su «European Geostrategy» che l’intervento in Libia ci dice di più dello stato dell’arte dell’Europa che come potrà evolversi la situazione nordafricana.
Se davvero la signora Merkel si era mostrata prudente, fino a ritrarsi dall’armata dei “volenterosi”, per via delle immediate consultazioni regionali in Renania-Palatinato e nel Baden-Württemberg, bisogna dire che il calcolo non ha pagato, portandola incontro a una sonora batosta elettorale. È però difficile affermare di converso che il successo elettorale dei Grünen sia tutto dovuto alle dichiarazioni di alcuni prestigiosi loro leader – in particolare, Joschka Fischer e Daniel Cohn-Bendit – che invece sull’intervento non hanno mostrato alcuna incertezza.
A questo punto, peraltro, ci potremmo augurare che Sarkozy, la cui determinazione è stata da molti commentatori spiegata come un tentativo di risollevare le sue sorti per la corsa alla presidenza, venga a sua volta punito per la ragione contraria delle cose. Vista la piega che ha preso la questione del comando delle operazioni, i francesi, cui à la guerre comme à la guerre piace andare da soli, si staranno adesso chiedendo se vale la pena farlo con quell’ombrello Nato sotto il quale sono sempre stati restii a ripararsi.
Io non legherei così strettamente l’atteggiamento differente dei governi europei nella crisi del Nord Africa al calcolo elettorale dei loro leader. Peraltro, per l’inglese Cameron appena fresco di incoronazione, che giochi in proprio o per delega notarile degli americani, la questione elettorale non spiega proprio nulla.
In realtà, l’opposto atteggiamento di Sarkozy e della Merkel evidenzia ancora una volta l’assenza di una forte strategia politica comune europea verso gli altri e il prevalere degli sguardi nazionali nella determinazione di uno spazio europeo. Sembra un’ovvietà ma a pensarci bene non lo è poi tanto: a nessuno degli insorti di Bengasi è passato neppure per l’anticamera del cervello di sventolare la bandiera blu con le stelle dell’Unione europea. Eppure, da piazza Tahrir a Dara’a e Damasco, da Tunisi a Sana’a – ammesso che si possa trovare su qualche bancarella nordafricana – questo dovrebbe essere il suo momento. L’Unione europea è percepita come una fortezza da infiltrare, non come una possibile patria per tutti, da rivendicare, cui accedere.
Verso l’Europa i tedeschi stanno mostrando una crescente disaffezione; verso l’Europa i francesi hanno sempre mostrato poca affezione. Eppure, proprio la Merkel e Sarkozy sono stati i più determinati – rispetto le opinioni pubbliche e politiche dei loro paesi – nel “tenere insieme” ancora un progetto europeo. Loro sono stati il “motore politico” che ha permesso di affrontare la crisi finanziaria greca e quella irlandese nonché di trovare una linea per gli incombenti default di Portogallo e Spagna e chissà pure Italia. L’alleanza tra la Francia e la Germania sembrava lo strato roccioso su cui costruire l’Europa. Certo, a sentirli, a volte non proprio l’Europa che sinora conosciamo. Troppe volte i tedeschi hanno mostrato insofferenza verso i paesi con forti debiti pubblici, che sono poi quasi tutti quelli dell’area mediterranea: perché mai dovrebbero caricarsi la propensione alla scialataggine cicaleccia e cattolica dei popoli meridionali pagandola con il comportamento virtuoso, formichino e protestante dei popoli settentrionali? Francia e Germania insieme hanno imposto dei vincoli e dei controlli, chiedendo una cessione di sovranità. È sembrato, in queste discussioni, che non ci fossero molte alternative.
La realtà è che l’Europa, l’idea tedesca d’Europa, si è allargata sostanzialmente a est, a spese dell’ex impero sovietico e della sua area d’influenza. Sarkozy sinora, per controbilanciare a est, ha costruito un rapporto privilegiato proprio con Putin che ha avuto come vittima sacrificale l’interesse degli intellettuali francesi per la Cecenia. Proprio Henry-Levy come d’altronde Glucksmann – insomma quelli che avrebbero convinto Sarkozy a scendere in guerra contro Gheddafi – sono gli stessi che non molto tempo fa dichiaravano non solo profonda delusione ma avversione verso la politica russofila dell’inquilino dell’Eliseo. Con la Russia, invece, la Merkel non va mai oltre un rapporto formale – erano i socialdemocratici che semmai avevano la fissa dell’Ostpolitik, tanto che Schroeder dismessi i panni di cancelliere è diventato consulente della russa Gazprom – ma nello stesso tempo ha risucchiato tutta l’area ex-sovietica dentro l’area di mercato dei prodotti tedeschi e delle banche tedesche.
I tentativi di Sarkozy di uno “sfondamento a sud” verso i paesi del bacino mediterraneo – in sostanza l’Union pour la Méditerranée varata durante il suo periodo di presidenza del Consiglio europeo – non hanno mai prodotto qualcosa di concreto. Certo, ora con i sommovimenti che attraversano il Nord Africa e il Medio Oriente, i giochi si riaprono. E forse qui è possibile rintracciare una forte motivazione “francese” all’intervento: bilanciare, cioè, lo slittamento verso Est dell’Europa, rilanciando il ruolo dei paesi del Mediterraneo, surtout la Francia, ponte naturale verso il bacino nordafricano e mediorientale. Occorrerebbe però davvero che l’Europa sia vista come un interlocutore credibile e stabile.
In realtà, in questa prima fase chi ne sta uscendo con un ruolo ingigantito è la Turchia di Erdogan, per l’area un “modello” di separazione stato/religione, con un ruolo importante ma non determinante dell’esercito e forme di democrazia lente ma consistenti. Fra l’altro la Turchia può vantare una secolare presenza in quei territori e forme di lascito non sempre segnate dalla crudeltà o dal colonialismo. Tornerà l’Impero ottomano? Cosa si aspetta a far entrare la Turchia in Europa? E Israele?
Sulla Turchia, Sarkozy e la Merkel sembrano più in sintonia: il premier francese ha sempre dichiarato aperta ostilità all’ingresso dei turchi in Europa e la Merkel è sempre stata cauta. In Germania, semmai, sono stati i socialdemocratici – non si è ancora spenta l’eco delle dichiarazioni aggressive di Theo Sarrazine, direttore della Bundesbank, non proprio uno di seconda fila – a esprimersi più nettamente contro, anche se il discorso della cancelliera sulla fine del multiculturalismo, in Germania, dove l’immigrazione evidente è soprattutto turca, non è che ci voglia un genio di suocera per capire a quale nuora stia parlando.
Ecco, l’immigrazione.
Il punto politico dell’Europa sui sommovimenti nel Maghreb e in Medio Oriente sembra soprattutto questo. E non si tratta solo dell’orribile furbizia politica della signora Le Pen che sbarca a Lampedusa o di Bossi che su Lampedusa sparerebbe coi suoi fucili bergamaschi. La signora Ashton, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza – che già il titolo dice tutto, in quella sovrapposizione di affari esteri e sicurezza – ha lanciato il suo manifesto. La cui sostanza è: costruiamo presto un fondo per dare soldi affinché non vengano qua. Frattini, coi suoi millecinquecento euro per tornarsene, è stato più brutale, ma la ciccia è quella.
Ora, la questione dell’immigrazione non è certo secondaria, e si può temere che sia soprattutto il nostro Sud a soffrirne le contraddizioni. Anche se cinquemila migranti stipati in un’isola sono una bazzecola rispetto i milioni di migranti che potrebbero riversarsi se questi sommovimenti fossero tutti sconfitti con i carri armati. Altro che gommoni: a nuoto ci arriveranno qui.
Ma è proprio sull’immigrazione, sugli altri, che si gioca un’idea di Europa, che sia patria dei diritti, luogo di tradizioni millenarie di arte e cultura, produzione all’avanguardia, potenza economica e politica. Sogno. Questo ci vorrebbe, che per il mondo corra un european dream. Una bandiera blu da inzeppare di stelle finché ce ne entrano e poi usare il risvolto.
A Lampedusa, che è la porta d’ingresso dell’Europa, dovremmo innalzare una grande statua, qualcosa come il colosso di Rodi delle sette meraviglie. Si può chiedere alle maestranze di Cinecittà di farne una, magari in resina: erano in gamba ai tempi dei peplum film. E per l’Italia sarebbe un modo di trovare un ruolo dignitoso, che, sinora, ha lasciato a desiderare. Una statua enorme che sia visibile da Gibilterra a Jaffa. Che sia da faro per i migranti. Per quella mobilità, da un punto all’altro del Mediterraneo, che ci farebbe cittadini di una stessa patria.
Sul piedistallo ci potremmo mettere le parole di Emma Lazarus alla Statua americana della libertà, era un manufatto francese, no?
«Give me your tired, your poor, your huddled masses yearning to breathe free – Datemi le vostre stanche, povere, ammassate genti che ambiscono a respirare libere».
A respirare. Libere.
In un’Europa da Gibilterra a Jaffa.

Nicotera, 29 marzo 2011
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