ARTICOLI RUBRICHE SAGGI NARRAZIONI LIBRI
salva invia
25 Settembre 2010
E dopo il 25, quando viene il 27?
Che idea bizzarra chiudere le scuole contro la ndrangheta. Semmai, proprio al contrario bisognerebbe tenerle aperte anche nei giorni festivi le scuole, e nei pomeriggi e nelle sere e tenerci impegnati a studiare e lavorare sulle sudate carte insegnanti e ragazzi, per combattere la ndrangheta. Tanti insegnanti, tanti ragazzi. Ci servono tanti insegnanti in Calabria, come il pane, altro che lasciarli precari per strada. E ci servono tanti ragazzi brillanti, che possano trovare qui occasione di lavoro per i loro talenti e le loro professionalità. Li troviamo i ragazzi per le aule, riducendone il numero abnorme per classe, sviluppando progetti culturali e innovativi, invogliando gli immigrati a corsi di alfabetizzazione, gli anziani a corsi di informatica, restituendo insomma alla scuola il suo ruolo di motore perenne della crescita d’un territorio, del superamento di ogni gap, di ogni divide.
Suona un po’ strumentale la richiesta di Pisanu, prontamente accolta dal ministro Gelmini, di chiudere le scuole per la manifestazione contro la ndrangheta a Reggio Calabria. L’avesse chiesto, Pisanu, e accolto la Gemini per i fatti di Rosarno, sarebbe suonato diverso. O manifestare in tanti, mobilitando giornali e apparati, contro lo schiavismo degli immigrati a Rosarno, un mercato di braccia e anime controllato dai mafiosi, non era battersi contro la ndrangheta?
E il ministro Maroni, che ora predica contro la ndrangheta è lo stesso che durante i giorni della rivolta di Rosarno si lamentava della «troppa tolleranza verso i clandestini» – gli sparavano così per gioco, questi erano i fatti –, di concerto col sodale ministro La Russa che ora ci vuole mandare l’esercito? E dov’era lo Stato mentre prosperava il commercio di carne umana, girato dall’altra parte?
I sindacati si sono dati da fare con i loro pullman per assicurare un po’ di presenze di delegati e funzionari alla manifestazione di Reggio Calabria. Bene, meritevole. Ma perché i sindacati non hanno profuso le loro energie e i loro soldini per fare del Primo maggio a Rosarno una grande manifestazione nazionale? Perché non hanno spostato a Rosarno il grande concerto di piazza San Giovanni a Roma, richiamando grandi masse di giovani da tutta l’Italia, riunificando il paese anche solo per il tempo d’una canzone su una questione che ci sta lacerando?
E perché i sindacati, di destra, di sinistra, di centro, non organizzano ora, subito una grande manifestazione regionale per il lavoro, contro la disoccupazione di giovani e donne, per i salari, gli stipendi, le pensioni? Per il 27, come si diceva una volta, quando i salari e gli stipendi avevano un tempo certo. Cos’è, questo non è battersi contro la ndrangheta?
E perché i sindacati non trovano uno sguardo unitario, al di là degli interessi di sigla e di corporazione, uno sguardo regionale e indicono subito, ora una grande manifestazione regionale per difendere la sanità, non solo i posti di lavoro, ma il diritto alla salute d’una regione intera?
Di cosa stiamo parlando? Lo dice don Ciotti, non un radicale di passaggio, di cosa stiamo parlando: «per combattere la mafia ci vuole giustizia sociale». Questo dice. E giustizia sociale nella mia lingua significa: scuole, ospedali, occupazione, salari, assistenza. Giustizia sociale e legalità non sono parole lontane.
Dice il governatore Scopelliti, in prima fila a manifestare e dichiarare contro la ndrangheta, che a contestarlo, lui ne è sicuro, ci sono mafiosi. Ormai, è così: per ostracizzare qualcuno, per «preventivare» ogni conflitto, basta dare del mafioso a qualcuno. Una volta si dava del «fascista», come alla rivolta di Reggio, prima che si sdoganassero. Poi, del «terrorista». Ora, si dà del mafioso. A maglia larga. Qualcosa resta attaccato sempre. Così, se domani manifesti contro il termovalorizzatore a Gioia Tauro, sei mafioso; se blocchi le statali contro i tagli agli ospedali, sei mafioso; se difendi l’occupazione, sei mafioso; pure se usi il fischietto per protestare contro le «autorità», sei mafioso. Solo se stai vicino e ossequioso a Scopelliti non sei mafioso.
Dice il governatore Scopelliti, in prima fila a manifestare e dichiarare contro la ndrangheta, che lui non c’entra niente, che il piano di rientro della Sanità, coi tagli e tutto quanto, lui se l’è ritrovato, firmato da Loiero e che sta solo applicandolo. È vero, ha ragione. Però, chissenefrega di Loiero? Mo’ c’è lui, che è pure ammanicato con Berlusconi e Tremonti, si dia da fare per trovare una mediazione.
Ma ti pare possibile che per avere i crediti che la regione vanta nei confronti dello Stato, dal 2001, uno deve accettare i tagli da qui al 2023? Dove sono finiti quei soldi [e 2005, 2006, 2007, 2008]? Non è che ci hanno pagato qualche stipendio dei consulenti e amministratori delegati di Expo Milano o qualche quota-latte della Bergamasca o qualche Cassa integrazione del Vicentino? Oh, sono soldi nostri, vantiamo crediti, mica debiti.
Dice il governatore Scopelliti, in prima fila a manifestare e dichiarare contro la ndrangheta, che le cose stanno così per i tagli alla sanità: prendere o lasciare. Ma, scusate, che ci hanno mandato dal Nord, Luca Brasi con «una proposta che non si può rifiutare»? Che film è, il Padrino parte I?

Nicotera, 25 settembre 2010
[torna su]
politiche
economie
culture
società
mailto