 |
|
|
06 Agosto 2010
Qui non può succedere [It can’t happen here] |
I giornali lo chiamarono il «patto della frittata», o almeno scrissero che così lo aveva battezzato Gianni Letta, che anche di questo fu Gran cerimoniere, dopo quello «della crostata».
Ma la frittata fu evocata dai commentatori politici schierati più decisamente col Cavaliero – i Belpietro, i Feltri – per via dei disastri che invece, a parer loro, quel mutamento avrebbe provocato. Giuliano Ferrara, no: sudato, scapigliato, strabordante – overflowing, direbbe la moglie Anselma – tronfiezza oltre ogni limite della decenza com’era suo costume, disse che stava accadendo proprio quello che lui aveva sempre auspicato. Non ne azzeccava una che fosse una, Ferrara, ma per come si misero le cose, tutti fecero a gara a dire quant’era intelligente. Cazzone, sì, sottovoce, però intelligente, sopravoce.
Più prosaicamente, la frittata l’aveva portata in dono l’avvocato Maria Cristina Morelli, che difendeva gli interessi della signora Lario in Berlusconi, all’avvocato Niccolò Ghedini, che notoriamente difendeva gli interessi del Cavaliero. E l’aveva spiazzato: lui, il mastino dalla presa assassina, che ringhiava e sbavava al guinzaglio volgendo gli occhi strabuzzati al padrone a chiedere solo d’essere sciolto per azzannare, s’era accucciolato. Nella frittata, l’avvocato Morelli ci aveva messo del formaggio Soresina, di cui il cane pazzo del Cavaliero andava matto. Per questo particolare noto solo a pochissimi intimi, si parlò poi di complotto.
Ma complotto non ci fu. Quello che accadde stava nelle cose.
L’unica persona che il Cavaliero realmente temeva era proprio la moglie. D’altronde, la signora Veronica era stata l’unica che era riuscita a lasciarselo alle spalle e pure a contendergli una buona fetta della roba, insomma l’unica davvero post-berlusconiana che circolasse in Italia. E nello stesso tempo i due erano ancora legati, vuoi per i figli e i nipoti, vuoi per gli anni d’amore e bufera passati insieme. Così, quando l’avvocato Maria Cristina Morelli chiese, a tutela degli interessi della persona che difendeva, metà del governo, il Cavaliero cominciò a sbraitare e prendere a schiaffi Ghedini: che non se ne parlasse proprio. Qualche sberla la rimediò pure il ministro della Giustizia Alfano, quale inetto che non era stato capace di prevedere nel proprio «lodo» una situazione del genere e come farvi fronte. Poi, la proposta si affinò: la signora Lario non avrebbe accampato pretesa su alcuna delle proprietà del Cavaliero, né su Macherio, né su Villa Certosa, né su Mediaset, né su qualsiasi altro bene mobile o immobile fosse riconducibile alla cassaforte di famiglia. Avrebbe persino restituito i gioielli che lui negli anni le aveva donato, e non stiamo parlando di pietruzze, né dei braccialetti seriali che dava a squinzie e invitate a qualche party di partito. Purché lui mollasse il governo. E lo intestasse a lei. Di tutte le aziende e le attività economiche in mano al marito, lei chiedeva “solo” quello. D’altronde, il marito così considerava il governo, una sua azienda, e i suoi ministri e sottosegretari, suoi dipendenti: bastava dunque un Consiglio d’amministrazione, diciamo così, e l’accordo si sarebbe trovato. Tra le clausole dell’accordo, l’avvocato Morelli fece capire che ci poteva stare anche «al momento opportuno» una corsia preferenziale per il Quirinale al Cavaliero: Veronica, da capo della maggioranza, si sarebbe spesa per questo.
«Che testa quella donna» – disse fra sé il Cavaliero, commentando la mossa della moglie.
Che testa quella donna, anche perché una simile mossa il Cavaliero dentro di sé l’aveva già pensata: beneficiaria però del lascito sarebbe stata la figlia di primo letto Marina, tutta suo padre quanto a grinta e determinazione.
Nello stesso tempo, il Cavaliero sapeva benissimo che nominare Marina nuovo presidente del Consiglio avrebbe scatenato i figli di secondo letto, le Barbare, le Eleonore, i Luigi, e soprattutto Veronica, una tigre quando si trattava di difendere gli interessi del proprio sangue.
Invece questa soluzione era proprio il coniglio tirato fuori dal cilindro. Tutto restava in famiglia, quasi, però, era pure una cosa diversa. E quanto a fedeltà alla parola, ci avrebbe messo la mano sul fuoco per Veronica: se diceva della possibile presidenza della Repubblica, l’avrebbe fatto. A avercene di Veroniche, piuttosto che di traditori e voltagabbana alla Fini.
In un colpo solo, vedeva difesi i propri interessi materiali, si liberava dalle pastoie del governo, con la prospettiva d’un salto di qualità, e da quella martellante campagna di giudici e giornalisti rossi contro di lui, i suoi vizietti e le sue proprietà. A Veronica, di certo, l’avrebbero trattata meglio, era quasi dei loro.
E non aveva torto. Vuoi perché non sapevano che pesci pigliare, vuoi perché accecati dall’antiberlusconismo, da quelli del bavaglio – insomma, «la Repubblica», «l’Unità», «Il Fatto» e via discorrendo – fu un peana, un inno di liberazione, un festeggiamento.
Solo l’Idv fu lapidario, per bocca del suo capo, Antonio Di Pietro: «Aspettiamo di vedere il casellario giudiziario della signora Lario, prima di pronunciarci». Mah.
Più duro il titolo che fece quel gran gentleman e fior di giornalista del Feltri a nove colonne sul «Giornale»: «Puttana era, puttana è rimasta». Con corredo di foto. Il fratello del Cavaliero prese le distanze. Quella era farina del sacco di Feltri, disse.
Insomma, le cose andarono così. L’accordo si fece e la signora Veronica Lario fu nominata presidente del Consiglio. Lei cominciò subito le sue mosse. La prima a incontrare fu la signora Manuela Marrone in Bossi. L’Umberto lì, non lo capiva più nessuno, quando farfugliava le sue strambezze. La signora Marrone s’era assunto l’oneroso e onorevole compito di tradurlo al colto, per modo di dire, e all’inclita. Un po’ quello che faceva la Maria De Filippi con Maurizio Costanzo. In attesa che il designato figlio Renzo abbandonasse le vasche dell’ittiocoltura per affrontare i fiumi aperti, lei, insomma, faceva le veci di reggente della Lega, con gran scorno dei Calderoli, dei Maroni, dei Castelli, trattati né più né meno che come pezze da piedi. Le due signore si erano parlate e si erano capite, vuoi per la capacità educativa dell’una, vuoi per l’attitudine pedagogica dell’altra. Il primo passo era fatto.
Poi ci fu l’incontro con le onorevoli della maggioranza, le Carfagna, Prestigiacomo, Mussolini, e ne ebbe un deciso e convinto sostegno. Poi ricevette la delegazione della minoranza, capeggiata dalla Bindi, con l’Anna Finocchiaro, la Silvana Mura, che per la prima volta si dissociò da Di Pietro, e pure la Marianna Madia e la Melandri, per il solito gioco delle correnti che attanaglia il Pd; ma avevano chiesto di far parte della delegazione l’Anna Maria Busi e Lilli Gruber, e vennero accolte – la Latella non sollecitò per evitare ogni conflitto d’interessi; non fu una chiacchierata semplice, venata com’era da una consistente diffidenza. Ma il comunicato finale parlava di una notevole apertura di credito da parte dell’opposizione.
E poi davvero un capolavoro di diplomazia, perché arrivarono l’Elisabetta Tullianni, seconda compagna di Fini, con Azzurra Caltagirone, seconda compagna di Casini, e la Palombelli e l’avvocato Bongiorno e Angela Napoli e la Binetti e Dorina Bianchi. Tutte molto sobrie – fu notata in particolare la Binetti, in saio monacale – o trattenute a bada acché frenassero l’entusiasmo, come nel caso della Bongiorno. Il «terzo polo» in versione plissettata ci guadagnava.
In quattro e quattr’otto fu fatto il governo. Ci stavano tutte. Tutte donne. La Lario si tenne pure la Gelmini alla Pubblica istruzione, purché nel prossimo programma obbligatorio per le scuole venissero inclusi tutti i testi della pedagogia di Steiner; la bresciana acconsentì con solerzia com’era solita.
L’Italia tornava a essere il laboratorio politico del mondo, com’era stato per tutto il Novecento. Mai s’era visto un governo di sole donne, di destra e di sinistra, di centro. Arrivarono entusiasti comunicati di felicitazioni dalla Merkel e da Michelle Obama. Persino Carlà si complimentò [hai visto mai]. Il mondo stava a guardare. Per dire la verità, pure l’Italia tutta stava a guardare [hai visto mai].
Lui, il Cavaliero, aspettava a bagnomaria di diventare presidente della Repubblica. Presto sarebbe scaduto il mandato di quella testa di birillo di Napolitano, cos’altro si poteva fare? Intanto, comprava case, le arredava, dava feste e festini, raccontava barzellette, insomma faceva la solita vita di prima.
Quello che il Cavaliero non sapeva era che all’inizio di tutto c’era stato un incontro segretissimo della Lario con la signora Napolitano. Come che fosse, il nuovo presidente della Repubblica sarebbe stato proprio lei, la Cleo.
Il patto segreto vero era questo qui.
Nicotera, 6 agosto 2010
|
 |
| [torna
su] |
 |
|
|