 |
|
|
09 Gennaio 2010
Rosarno burning |
Tessio Clemenza, l’uomo dei lavori sporchi di don Vito Corleone, il Padrino, ha chiesto di fermare l’auto su cui sta viaggiando in uno spiazzo abbandonato perché deve fare una pisciatina. Dei due uomini che sono con lui, solo uno deve tornare indietro: è l’ordine che ha ricevuto. Mentre Clemenza svuota la sua vescica, l’uomo sul sedile posteriore svuota la sua pistola nella testa del guidatore. I colpi risuonano sordamente. L’eliminazione di un affiliato che forse sta trescando per tradire è tutto il lavoro di quel giorno. Si può tornare a casa. Ma Clemenza è uomo che non dimentica mai le responsabilità verso la sua famiglia: uscendo al mattino aveva promesso alla moglie che avrebbe pensato lui al dessert per il pranzo della domenica. Era passato in pasticceria e aveva comprato una bella guantiera di cannoli con la ricotta. Stanno sul sedile. Il suo ordine al complice è perentorio: Leave the gun. Take the cannoli. Lascia la pistola – una precauzione d’uso per un’arma che aveva ucciso –, prendi i cannoli.
«Un vero e proprio manifesto morale in sei parole», lo definisce Sarah Vowell, giovane scrittrice americana che ha raccolto le sue Stories From the New World in un libro cui ha dato per titolo l’ordine di Tessio Clemenza. Dove racconta del suo smarrimento giovanile in cerca di identità e sicurezze negli anni del college e della sua assurda – lei, giovane femminista, non italiana, cresciuta nel Montana, mai andata a New York, convinta che i ravioli si trovassero solo in lattina – e totale dipendenza dal film di Coppola. Che vedeva compulsivamente per ore e ore – quella raccontata all’inizio era la sua scena preferita –, tra una lezione e l’altra, tra un compito e l’altro, approfittando dei momenti in cui la casa che divideva con il suo boyfriend e altri due roommates era vuota per dare sfogo alla sua ossessione.
«Amavo il comando di Clemenza, per la sua totale mancanza di ambiguità – scrive la Vowell. Ci guadagnavo in certezze. Era un mondo con chiare e definite linee di guida morale: tu sai dove stai e sai chi ami; l’onore è tutto; e il peccato più grande non è l’assassinio ma il tradimento».
Al centro di tutto c’è la famiglia. Ciò che è buono per la famiglia è il Bene, cioè che è cattivo per la famiglia è il Male. Non può esserci ambiguità.
Io non so se la Vowell nei suoi anni di college abbia mai letto Banfield e il suo The Moral Basis of a Backward Society del 1958 [Le basi morali di una società arretrata, 1976], il cui «cuore» è il concetto sociologico del familismo amorale. Nei suoi studi sul campo Banfield [e la moglie di origini italiane: Laura Fasano] trasse spunto da una piccola cittadina dell'Italia meridionale che egli chiama convenzionalmente “Montegrano”, nome dietro il quale è dissimulato il borgo di Chiaromonte, piccolo centro della Basilicata. “Montegrano”, benché fittizio, è un nome che richiama alla difficile realtà del Mezzogiorno d'Italia nel secondo dopoguerra, con vistosi tratti di arretratezza sotto il profilo economico e sociale. Il paradigma del familismo amorale descrive la tendenza tipica della cultura dell'Europa meridionale e dell'area mediterranea, secondo la quale gli individui di una comunità appartenente a tale cultura obbediscono a una sola regola di condotta: massimizzare unicamente i vantaggi materiali e immediati della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo. Il familismo è definito come "a-morale" perché privo di morale pubblica, nel senso che i principi e le categorie del bene e del male rimangono e vengono applicati soltanto e unicamente nell'ambito dei rapporti familiari. L'amoralità non è quindi relativa ai comportamenti interni alla famiglia, ma all'assenza di ethos comunitario, all'assenza di relazioni sociali morali tra famiglie e tra individui all'esterno della famiglia. Secondo questa prospettiva, ogni tentativo e iniziativa riguardante l’investimento di risorse e energie in beni collettivi rimane fuori dall’orizzonte delle possibilità.
Insomma, al centro di tutto c’è la famiglia. Ciò che è buono per la famiglia è il Bene, cioè che è cattivo per la famiglia è il Male. Non può esserci ambiguità.
Le note sul familismo amorale le ho tratte da Wikipedia, ma il libro di Banfield è universalmente noto e una pietra miliare della sociologia. Meno nota è la sua biografia: Banfield iniziò a lavorare, da giovanissimo ricercatore, collaborando al New Deal di Roosevelt, ma se ne distaccò presto e per tutta la vita si oppose con forza a ogni programma governativo di intervento statale. La sua carriera accademica si costruì a Chicago, dove fu amico e collega di Leo Strauss e Milton Friedman, e i suoi allievi furono figure preminenti del think-tank conservatore dell'American Enterprise Institute e lui stesso fu tra i consiglieri di Ronald Reagan. Siamo, insomma, nel cuore del pensiero neocon. Quello del monetarismo e dell’eliminazione di ogni forma di welfare, quello del liberismo, quello del mercato come unico regolatore e della riduzione dello Stato ai minimi termini, quello della scomparsa di ogni forma di assistenza dello Stato verso i più poveri e i più deboli.
Insomma, al centro di tutto c’è l’individuo e il mercato. Ciò che nel mercato l’individuo fa per se stesso è il Bene, ciò che lo Stato fa per la comunità è il Male.
È difficile dire se questa peculiare specularità tra il pensiero di don Corleone, The Godfather, e quello dei neocon e del liberismo sia mai stato consapevole agli uni e agli altri. Nei fatti, però, la crescita esponenziale della potenza delle famiglie delle mafie ha accompagnato il passaggio impetuoso della globalizzazione. Che, stando alle statistiche internazionali sulla distribuzione della ricchezza, benché abbia diffuso possessi di beni verso tutte le fasce sociali e allargato la commercializzazione ai luoghi più remoti, si può anche definire così: un numero di famiglie sempre più ristretto ha aumentato sempre più la sua quota sulla ricchezza generale prodotta nel mondo.
Se cambiamo due paroline nella famosa frase di Charles E. Wilson, amministratore delegato della General Motors, davanti alla Commissione senatoriale voluta da Eisenhower – «Per anni ho pensato che ciò che era buono per la General Motors fosse buono per la nazione» –, e invece di Gm scriviamo «famiglia» e invece di nazione scriviamo «mondo», et voilà, ecco il fondo del pensiero delle Grandi Famiglie della Globalizzazione. Non arrivo a dire che sia anche il fondo del pensiero delle Grandi Famiglie Mafiose, ma la tentazione è forte. Non arrivo a immaginare che Dick Checkney al tempo di Bush primo e secondo si riempiva le guance di ovatta, come Marlon Brando nell’interpretare don Vito, per dare i suoi ordini contro l’Iraq e a vantaggio della sua azienda Halliburton, ma la tentazione è forte.
Forse, per capire l’escalation della n’drangheta al vertice della potenza criminale in Europa – e questa è l’opinione comune di investigatori, magistrati, politici, operatori economici e del sociale – bisogna partire da qui: la n’drangheta è la mafia giusta al momento giusto. E il «momento giusto» per la n’drangheta è questo, il tempo della globalizzazione.
«Giusta», non per potenza di fuoco o attitudine alle armi: qualunque organizzazione criminale reduce da qualche guerra nella ex-Unione sovietica o nella ex-Jugoslavia lo è molto di più; i serbi, a esempio, controllano il traffico di droghe e di armi da Istanbul a Vienna. «Giusta», non per quantità di uomini pronti: qualunque esercito colombiano del narcotraffico può mettere in campo molti più «addetti». «Giusta», non per particolare ferocia: all’Uditore, alla Noce, i siciliani hanno fatto peggio, e a Milano o a Cinisello Balsamo gli albanesi si sono distinti per il «gusto del sangue» nelle punizioni e nella lotta per il controllo delle piazze, e qualunque gang nera o ispanica o triade cinese o mafia russa fa le stesse cose o peggiori a casa loro, a casa nostra e dove «combattono». «Giusta», non per invenzione «imprenditoriale»: i calabresi trattano partite della stessa droga degli altri, riciclano e investono i soldi negli stessi settori degli altri.
È una «questione di famiglia». La n’drangheta sta al posto giusto nel momento giusto perché la sua organizzazione, la sua gerarchia, la sua struttura di controllo territoriale si basa ancora sulla famiglia nucleare, cosa che non accade più per la mafia italo-americana e non accade più per le altre organizzazioni criminali che si muovono nei traffici internazionali. La n’drangheta coglie il passaggio al post-capitalismo, alla finanziarizzazione globale, perché non è mai stata «moderna», perché la sua «arretratezza» risulta strepitosamente efficace adesso, in quel miscuglio orribile e straordinario che è la globalizzazione, dove arcaismo e post-modernità si intrecciano indissolubilmente. Forse, in questo intreccio sta anche la difficoltà a penetrarla, a carpirne i segreti da «voci di dentro».
La tratta di schiavi da impiegare come manodopera a basso costo in agricoltura appartiene a questo intreccio di arcaismo e postmodernità. Il razzismo – intreccio di arcaismo e postmodernità – è il «pensiero forte» della globalizzazione. La più «perfetta» macchina organizzativa del pensiero razzista – controllo del territorio, esclusione degli altri o loro contemplazione solo in forma di schiavi – sono le mafie, è la n’drangheta.
Per qualsiasi «pensiero meridiano» della differenza, a petto dell’omologazione – meschina e banale, rozza e razzista, l’orrore, l’orrore – dei comportamenti sociali «bianchi» nel Sud, si fa buio pesto.
C’è stato un tempo al Sud in cui avere la schiena dritta significava lottare per la propria dignità, opporsi ai soprusi contro la comunità, coltivare un sogno di uguaglianza e di diritti. Luoghi come Rosarno, come la vicina Limbadi, come altre cittadine dello Jonio, da Bianco a Isola Capo Rizzuto, hanno vissuto occupazioni di terre, coraggio di sindacalisti, fucilate e persecuzioni, mobilitazioni di massa, bandiere rosse al vento portate a piedi, su ciucci e biciclette, municipi in fiamme, persino repubbliche proclamate per un giorno. Vedete, sono questi dettagli che mi commuovono, mi fanno disperare e mi danno speranza: gli africani si muovono per le campagne e gli agrumeti di Rosarno e nella piana di Gioia Tauro a piedi e con colorate biciclette. Mancano i ciucci e le bandiere rosse, ma questo è un «nuovo mondo», brother.
Quella dei «negri di Rosarno» sembra una jacquerie, con picche e forconi, una furia compressa che si scatena d’improvviso. Ma sembra anche Watts e Los Angeles degli anni Sessanta.
Sentiremo risuonare il grido «Rosarno, Rosarno» per le nostre strade come si gridava «Attica, Attica» per le strade americane negli anni Settanta? Arriverà la «classe», la «coscienza», l’«organizzazione»? Arriverà la parola di dio, la predicazione della non-violenza e la lunga marcia dei diritti civili?
Chissà che non sia proprio qui, in una backward society, il futuro che ci aspetta? Chissà che un futuro «nostro» Obama non nasca proprio qui?
Che anni straordinari ci aspettano: ci saranno lacrime e sangue, lotte e sudore, paura, tradimenti e coraggio. Ci saranno anche i cannoli?
|
 |
| [torna
su] |
 |
|
|