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27 Novembre 2009
L'esercito dei dodici porci
Su alcuni tratti del Muro Torto apparvero, e ci vollero giorni perché li rimuovessero, strani manifesti che, sotto il disegno stilizzato di una testa di porco, riportavano la scritta: «Ce la stiamo facendo». Nei giorni successivi, piccoli poster, flyer e stencil furono ritrovati in qualche stazione della metro, e alcuni adesivi incollati sulle porte dei bagni di noti locali: al Muccassassina, al pub Falcone maltese, alla discoteca Bianconiglio, all’enoteca Toroseduto, alla trattoria Lepre cacciatora, alla libreria Unicorno, all’Asino che vola, associazione culturale. Nomi di animali immaginari. Stavolta, sotto la testa del porco e la solita scritta, c’era una firma: Twelve pigs.
Fu un tutt’uno mettere in relazione questi episodi con la diffusione del contagio: l’influenza era definita «suina». Nel messaggio c’era un significato apotropaico? Ma fu piuttosto la suggestione a lasciare sconcertati: il riferimento evidente era al complicato film di Terry Gilliam, Twelve Monkeys, in cui un’umanità ormai decimata da una pandemia e costretta a vivere nel sottosuolo manda nel passato un detenuto perché scopra come e chi ha diffuso il virus responsabile dell’apocalisse e lo fermi. C’era quindi chi volontariamente stava alimentando il contagio? E chi erano questi untori? E stavamo ancora vivendo nel passato, in cui qualcuno ci avrebbe salvato, o viaggiavamo già inerti verso il futuro, la distruzione di massa? Non fu di grande aiuto, anzi, il depliant appositamente fatto stampare e distribuire dal Piccolo Consiglio, dove, per semplificare le cose e lanciare la campagna di vaccinazione di massa, era disegnato un omino blu che stoppava una testa di porco racchiusa in un cerchio. Peraltro, oltre alle solite raccomandazioni – «La prevenzione comincia da te» – sul lavaggio delle mani e sull’areazione delle stanze, si sottolineava l’importanza, quasi l’unica cura, di stare a riposo: ma il problema era proprio questo: a riposo, forzato, ci stavano ormai in migliaia, espulsi dal lavoro, oltre a quelle altre migliaia che un lavoro qualunque, per indaffararsi, non lo trovavano. La raccomandazione al riposo, a petto dello slogan dei senza-lavoro, adottato dai lavoratori di centinaia di imprese messi sul lastrico da un giorno all’altro: «Più riposati di così, si muore», risuonava ora macabra.
Nelle intenzioni dell’Amministrazione comunale, la vaccinazione doveva essere obbligatoria: dopo avere offerto la propria testa perché se ne togliessero capelli per appropriate analisi al fine di dimostrare l’integrità alla droga, il Gauleiter si sottopose a pubbliche iniezioni di vaccino – ne fece quattro, cinque, sei, finché una notte la moglie lo trovò a grufolare sotto il lavello in cucina vicino il secchio della spazzatura e si allarmò e il medico personale lo costrinse a smettere –, chiese lo stesso gesto a tutta la sua coalizione, e diramò circolari per tutto il personale. Fu così che nacque il mercato dei certificati falsi di vaccinazione eseguita [sui trecento euro a via Sannio, sui quattrocento a Ponte Milvio: misteri del libero mercato]: medici e paramedici compiacenti – e loro stessi renitenti alla leva – firmavano attestati in cui si dichiarava l’avvenuta iniezione. Bisognava portarlo con sé, il certificato, ed esibirlo, non solo al lavoro [per la Pubblica amministrazione venne diramata una specifica circolare dal ministro Brunetta e predisposto un accattivante badge da portare sul risvolto della giacca o dei tailleurs con il logo: Io sono sano, e tu?], ma anche ai controlli stradali che le forze dell’ordine disposero per le vie di Roma. Per i primi tempi, i falsi certificati ressero a esami superficiali, ma successivamente inventarono una specie di vaccinometro che funzionava come un etilometro: tu soffiavi dentro un tubo e loro ti dicevano se eri stato già vaccinato – e potevi andare – o no – e dovevi lasciarti iniettare sul posto. Il Comitato di difesa dei consumatori presentò un esposto alla Corte costituzionale, per evidente violazione della libertà personale, ma i tempi di una risposta sarebbero stati molto lenti: questa non era roba da processo breve. In un paio di casi, a chi aveva provato a sottrarsi all’iniezione fatale, millantando di essere Bruce Willis [l’attore americano che interpretava il possibile salvatore nel film di Gilliam] in incognito e camuffato, oppure tentando di scappare o affrontando a muso duro le forze dell’ordine, erano state date tante botte da restarci secco. Qualcuno così iniziò a trasferirsi alle Isole Pontine che, chissà perché, si vagheggiava territorio incontaminato.
Le indagini per scoprire chi avesse affisso quegli inquietanti manifesti, chi fosse insomma «l’Esercito dei dodici porci» e i suoi fiancheggiatori, si indirizzarono immediatamente, con felice intuizione, verso i Castelli: dopo avere consultato gli aruspici del Ris e del Nas e del Ros, il responso era unico: da lì, storicamente, veniva la porchetta, da lì dovevano venire i dodici porci. Si coinvolsero anche – dato che il contagio era universale – le agenzie internazionali di intelligence: la Cia, l’MI6, l’ex Kgb ora Fsb, il Mossad. Fu chiesto anche all’ex presidente Cossiga di partecipare al Tavolo di coordinamento delle indagini, lui che aveva già acuta esperienza del caso Moro. Proprio un consulente americano, un lessicologo dal cognome polacco, voluto da Cossiga, rilevò come ci fosse una sostanziale differenza tra «pig – maiale, inteso come animale» e «pork – porco, inteso come carne», oltre al fatto che internazionalmente, da che mondo è mondo, per «pigs» si intendevano i poliziotti. E che quindi il comunicato n. 7, pardon, i manifesti affissi potessero essere un falso, un hoax, una bufala, un tentativo di depistaggio. Aggiunse qualcosa anche a proposito del gerundio della frase: «Ce la stiamo facendo», ma a quel punto Cossiga presentò le dimissioni. Si precipitò, insomma e nonostante, in pieno clima anni Settanta. Dal rumore che veniva dalle fabbriche, sembrava proprio così. Pure dal rumore di manganelli e sciabole, sembrava così. Eravamo nel passato, allora: qualcuno poteva salvarci, qualcuno era stato mandato per salvarci.
A confermare che si stesse con la testa rivolta all’indietro, d’altronde, erano proprio le iniziative degli investigatori: non un caso recente, che fosse uno, trovava qualche soluzione – né le botte a Cucchi, né l’asfissia di Brenda –, avvolgendosi nel mistero, mentre brillanti operazioni riguardavano la scomparsa della giovane Emanuela Orlandi [1983] e l’omicidio di via Poma [1990]. L’ultima conferenza-stampa tenuta dalla Polizia, congiuntamente ai Carabinieri e alla Guardia di Finanza e alla Polizia Penitenziaria e al Corpo forestale dello Stato, a mostrare quale utilità pubblica si ricavasse dal coordinamento delle forze dell’ordine, si tenne sulla risoluzione del caso della «decapitata di Castel Gandolfo», la povera Antonietta Longo, domestica, scomparsa dopo avere scritto ai parenti rimasti in Sicilia di avere trovato l’amore e di stare per coronare il suo sogno, e ritrovata, da un cacciatore per caso, senza più testa il 10 luglio del 1955 nella macchia intorno il lago. 1955. Di sto passo, prima di arrivare ai dodici porci ci avrebbero messo altri cinquant’anni. Ma fra cinquant’anni saremmo stati tutti morti.
Intanto, a diversi residenti del centro, Municipio I Centro storico, un bel mattino arrivò una lettera con tanto d’intestazione dell’Amministrazione comunale in cui cortesemente ma fermamente si invitava a lasciare per un periodo indefinito le proprie abitazioni dove sarebbero stati eseguiti dei lavori di decontaminazione dal virus: i farmaci che sarebbero stati usati erano altamente tossici per gli esseri umani e animali, benché era accertato che per la loro volatilità non si sarebbero sedimentati, e quindi in un presto, altrettanto indefinito, si sarebbe potuto rientrare nelle proprie case. Nel frattempo, il Comune metteva a disposizione degli alloggi convenienti. Ci fu chi mostrò scetticismo all’iniziativa e stette a guardare che succedeva, chi si dichiarò decisamente contrario e giurò che mai avrebbe abbandonato le proprie mura domestiche, chi si infuriò e iniziò ad attivare i propri contatti politici chiedendo conto dello scandalo di quello che definirono un «attentato alla proprietà privata». Ci fu invece chi, preoccupato seriamente della gravità della cosa, senza perdere tempo cominciò a mettere lenzuola su mobili e quadri, chiuse acqua e gas, staccò la luce, licenziò i domestici filippini, raccolse in valigie e contenitori vari quanto più si poteva di indumenti e oggetti di prima necessità, prese il guinzaglio, la gabbietta o la cesta o l’acquario o il rettilario per il proprio cane, uccello, coniglio, gatto, serpente, pesce, e si avviò verso i punti di raccolta indicati nella lettera, in diligente attesa che vigili e dipendenti comunali dessero le corrette disposizioni sui nuovi alloggi e quant’altro [ci fu, fra questi, chi compuntamente si informò se le nuove case provvisorie fossero del tipo di quelle di legno messe su a l’Aquila dopo il terremoto, con elettrodomestici e tutto e se ci avrebbero trovato il televisore al plasma regalato dall’Intoccabile, così non se lo portavano dietro, che faceva ingombro]. La sorpresa più grande fu, in realtà, per quelli che pur avendo ricevuto la cortese ma ferma ingiunzione a traslocare erano rimasti al loro posto: videro arrivare frotte di zingari, con le loro mercedes scassate e i furgoni arrugginiti, i loro denti d’oro e le pentole di rame rubato, i bambini che tenevano al guinzaglio topi grossi come furetti e le ragazze che portavano collane confezionate con carte di credito sottratte ai turisti, provenienti dal campo nomadi di Castel di Guido, Municipio XVIII Aurelio-Trionfale-Primavalle, che sventolavano lettere dell’Amministrazione comunale con cui venivano loro assegnati alloggi dignitosi. Alla famiglia di Danut Almetovic, per esempio, era stato assegnato l’appartamento in via dell’Oca, civico 38, piano 2, interno 9, mq 170, intestata a Bernabò Ettore, ex-dirigente Rai in pensione e azionista di riferimento, con i figli Lucilla e Arnaldo, della Dux Fide, casa di produzione cinematografica che aveva realizzato per la Rai i kolossal La verginità di Maria, trasmesso in prima serata, in due puntate e con enormi indici di ascolto, e Il candore dello Spirito santo, in sei puntate, che invece era stato un flop perché s’era scontrato con la nuova trasmissione di Maria De Filippi, Il trans del giorno, indici pazzeschi. L’appartamento, ovviamente, era patrimonio ecclesiastico, ma per evidenti motivazioni religiose era stata affidato in comodato d’uso, praticamente un obolo, al Bernabò, prevedendo, alla sua dipartita, che si trasmettesse ai figli. Alla famiglia di Gurgevdan Birlandeanu era stato assegnata la casa di via dell’Orso, civico 23, piano 1, interno 5, mq 230, intestata a Restuccia Maria Concetta, ex-dirigente regionale in pensione, di cui restavano tracce della propria dedizione al lavoro in tre delibere, la prima con il titolo: «Nuove disposizioni in materia di passaggio al ruolo di dirigente regionale», la seconda: «Nuove disposizioni in materia di assegnazione di case di proprietà pubblica», e la terza: «Nuove disposizioni in materia di pre e post pensionamento per i dipendenti regionali con la qualifica di dirigente». Va da sé che la casa era di proprietà pubblica, come il fatto che la Restuccia, anni 43, godesse di una più che congrua pensione. Insomma, ci fu questo avvicendamento, con diversi casi, anzi più che altro un tentativo di avvicendamento, perché i nomadi non avevano neanche fatto in tempo a portarsi via l’argenteria e a piantare qualche peperoncino nelle vasche Jacuzzi mentre i topi cominciavano a scavare nei parquet che arrivarono le forze dell’ordine a sgomberarli. Risultò che le lettere erano dei falsi in piena regola. Ma la cosa che creò vero panico fu che guardando i fogli in controluce – se ne accorse, per caso, il lessicologo americano dal cognome polacco mentre tentava di accendere un sigaro cubano con una delle lettere false – si vedeva chiaramente in filigrana il marchio della testa di porco. Erano stati loro a creare quel panico. D’altronde, ci si rese conto che oltre a via dell’Oca e via dell’Orso le lettere erano arrivate a via del Cardello, a via della Gatta, a via del Leoncino, a via del Leone e vicolo del Leonetto, a via della Lupa a e vicolo del Lupo, a via del Babuino, a vicolo della Palomba e a via della Palombella, a via del Pavone e a vicolo della Volpe: strade con nomi di animali. Le cose tornavano. C’era tanto di slogan, sotto la testa del porco: Questo è il nostro Piano casa; e la firma: Twelve Pigs.
Caso volle che proprio in quei giorni venne confermata la notizia che Bruce Willis sarebbe arrivato a Roma per prendere accordi come «padrino» della Festa del cinema dell’anno venturo. Le cose tornavano: si diffuse tra il popolo la convinzione che il contagio fosse diffuso ad arte. Bruce veniva a salvarci. Il Gauleiter e il suo vice proposero al Piccolo Consiglio un ordine del giorno per preparare festeggiamenti e accoglienze adeguate. Approvato a larga maggioranza bipartisan.

Roma, 27 novembre 2009
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