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26 Gennaio 2009
Fine. Lavoro e scrittura |
Una rivista – come è stato «il maleppeggio» [http://www.ilmaleppeggio.it] e come lo era «accattone» [http://www.accattone.org], quasi la stessa redazione – presuppone e mette in opera una attività di cooperazione fra chi vi partecipa, uno scambio, un luogo e uno spazio di pensieri, idee, intenzioni che si fanno «comune». Rispetto alla «solitudine» dello scrittore è qualcosa di più e qualcosa di meno: di più, ha la varietà e la differenza degli apporti linguistici, delle specificità dei punti di osservazione, delle singolarità e sensibilità che si confrontano; di meno, ha quella necessità della mediazione nel «prodotto» – nell'oggetto «rivista» – che a volte sembra mancare di unitarietà, di compattezza, a volte sembra dare troppo una sensazione di frammentarietà.
D'altra parte, non c'è racconto di lavoro, nella pur copiosa produzione recente, che non dia sensazione di frammentarietà. Come una ripetizione, una riproduzione, un rispecchiamento. L'ascolto di suoni non riconoscibili e non immediatamente comprensibili, un rumore di fondo, quasi un ritorno all'oralità.
D’altra parte, una rivista è la forma propria di una sperimentazione, di una raccolta delle voci, delle testimonianze, rispecchiamento di una difficoltà e di una ricerca, di una apertura al mondo, di una faticosa elaborazione d'una lingua comune. Forma di passaggio, forse.
Si collabora per un po', ci si lascia, ci si riprende. Una intenzione di «prestazione occasionale», un tentativo di rovesciamento in una forma cosciente e voluta. Questa è la rivista. Questo era «il maleppeggio»
Qui si parla di una cosa residuale, marginale nelle nostre vite: il lavoro. Del lavoro, non impipa a nessuno. Le nostre vite non si raccontano attraverso il lavoro – come era appena trenta, cinquanta anni fa, quando sapienza, appartenenza, fierezza erano sentimenti comuni al lavoro. Il lavoro – eccessivo e scarso nello stesso tempo, ora eccessivo per alcuni e scarso per altri, e poi eccessivo per gli altri e scarso per gli alcuni – assilla le nostre vite, le piaga, ma non le occupa. Una volta avuto, il primo pensiero è come liberarsene, come tenerlo in disparte, come non farsene travolgere. Una volta avuto, ci si chiede come reiterarlo. Il lavoro appartiene alle nostre ansie, ai nostri incubi; tutto il resto della nostra vita appartiene ai nostri sogni, ai nostri tormenti. Il lavoro ci appare per quello che è: banalità. E nessuno può riconoscere la propria vita come una banalità. Nessuno, direi, ne ha neppure il diritto. Quello che raccontiamo per dire di noi, per comunicarci agli altri, le nostre ambizioni, i nostri progetti, qualcosa cui teniamo particolarmente, quel particolare «fare» intorno a cui giriamo i nostri pensieri, non appartiene al lavoro. Lì non troviamo una trama degna d’essere raccontata. Il lavoro non è la trama delle nostre vite e non è la trama delle nostre narrazioni quotidiane. Il lavoro non è più la nostra «linea d’ombra», il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dalla spensieratezza al senso di responsabilità, dall’irrequietezza alla maturità. Il lavoro ci tiene in un «non tempo», un tempo reversibile, un tempo circolare. E senza tempo non c’è una storia.
Del lavoro parliamo per dire delle bollette, del fitto o del mutuo, di un qualche bollo da rinnovare, di quello che vorremo comprare e non possiamo, di qualcosa insomma che appartiene al nostro pudore e ci svergogna. Del lavoro parliamo per parlare di soldi, di quello cioè che è davvero centrale nelle nostre vite. Il lavoro perciò è una metonimia, quella figura retorica in cui un dettaglio o un concetto sono usati per evocare un’idea o rappresentare un oggetto a essi correlato, in base a un principio di contiguità. Il lavoro è contiguo al denaro. A un equivalente generale capace di selezionare specifiche differenze, a individuarci, a dettagliarci, come il lavoro non è più in grado di fare. E senza dettaglio non c’è una storia.
Qui si parla di una seconda cosa residuale, marginale nelle nostre vite: la scrittura, la narrazione. Della narrazione, non impipa a nessuno. La narrazione è mercato, è spettacolo, è corso creativo universitario o scuola a pagamento, è sceneggiatura cinema televisione fiction, ma non è più – in generale – quella straordinaria capacità di raccontare, di rappresentare un tempo e gli uomini e le donne di quel tempo. La scrittura sembra essere diventata esercizio, esperimento, biografia, una specializzazione tecnica alla portata di tutti. Una sovrabbondanza di frammenti disseminati senza mettere insieme una storia. Un eccesso di figurine senza personaggi. E senza personaggi non c’è una storia.
Qui si parla perciò di due cose marginali, lavoro e scrittura. Quando si incontrano costruiscono un genere, come il noir, il rosa. I libri che parlano di lavoro ormai sono un genere, diffuso non quanto il noir, ma sempre un genere. A me in libreria è capitato talvolta di trovare narrazioni di lavoro negli scaffali del reparto «Sociologia».
Nei libri di lavoro, che spesso sono singole o plurali biografie, non è mai la storia del lavoratore che parla però, ma quella del lavoro. La lingua del lavoro è diventata tutt’intera lingua del lavoratore, così, questa lingua, questo linguaggio si travasa nel racconto, nella storia, così com’è. Come fosse una presa in diretta. È una traccia, ma non è una invenzione letteraria. Quando Fenoglio scrisse Il partigiano Johnny inventò una lingua che potesse raccontare quei luoghi sempre immutati e improvvisamente accelerati, dilaniati, quelle vite sempre uguali e improvvisamente scaraventate di qua o di là. Quando Bianciardi scrisse Una vita agra impastò nell’amarezza, nella delusione di una generazione la sua scrittura brusca di modi e ridondante di sentimenti. Quando Pasolini scrisse Una vita violenta lavorò sul romano, sulla lingua delle periferie, dei coatti, dei ragazzi di vita, su storie capaci ancora di rappresentare un mondo, su una lingua capace di tracciare ancora, di distinguere un qua e un là, un mondo di qua e un mondo di là. La reinventò, la distillò. Ne fece letteratura. Quando Balestrini scrisse Vogliamo tutto lavorò sul racconto di Alfonso Natella, operaio meridionale della Fiat, tagliò, cucì, incollò, combinò, diede un prima e un dopo, un tempo, costruì una forma per un flusso.
Oggi è il flusso linguistico del lavoro che si travasa direttamente nella scrittura del lavoro, senza mediazioni, documentale.
L’irruzione del linguaggio nel lavoro, attraverso le macchine, attraverso i processi di progettazione e produzione, ne ha modificato il «campo»: il lavoro è soprattutto un ambito linguistico e non c’è più ambito linguistico che non sia anche lavoro. La tecnica e le tecnologie hanno costruito un ambito relazionale delle macchine produttive con gli uomini basato sul linguaggio, senza il quale non funzionano. L’ambito relazionale di applicazione non è più solo l’energia umana ma il linguaggio, la codifica, il canone, la comunicazione. Il flusso linguistico.
Il linguaggio, l’espressione umana per eccellenza, è stato messo al lavoro. Il lavoro è lingua, e per questa via la relazione applicativa fra uomo e macchina assorbe tutta intera la capacità – la sensibilità, l’immaginazione, l’anima – di ogni singolo individuo: non c’è recesso, a meno di pensarsi muti o di una umanità silente.
Il lavoro, dunque, è ancora narrabile? O, piuttosto, il lavoro – come la vita quotidiana – si è «narrativizzato»?
In realtà, la riduzione della complessità linguistica a codifica, a elementi simbolici per la tecnica e per le tecnologie, mortifica la lingua umana, la lingua della relazione fra gli uomini e del pensiero di ogni singolo uomo, e nello stesso tempo ne costituisce grammatica. Il canone, le codifiche stanno prima, e si implementano attraverso la nostra applicazione e sensibilità: la codifica richiede ripetizioni ma vuole anche versatilità e virtù d’ognuno. Così, la relazione applicativa uomo-macchina è instabile e precaria. Sono come tu mi vuoi. Per questo verso siamo moltitudine – la grammatica, il canone unico delle relazioni ci fa moltitudine – e individui seriali – l’uso identico della simbologia per comunicare ci fa seriali. Tutto l’opposto, cioè, della narrazione, della letteratura.
La precarietà e occasionalità linguistica, la versatilità linguistica segnano il nostro tempo. Non c’è umanesimo – lingua, letteratura – versus tecnica. La tecnica, attraverso la lingua, è diventata umanista. Per questa via, è anche tradizione. Non c’è più un «prima», «un tempo», «una volta», «un mondo» da contrapporre a questo.
Però, solo il lavoro è il luogo universale della lingua e quindi il luogo dove ritrovare l’individuo. Solo il lavoro è «globalizzazione», dove ritrovare l’umanità. Tutto il resto – religione, politica – è «regionalizzato». Ma scrivere di lavoro dovrebbe essere come per l’amor cortese del Duecento, una «invenzione linguistica» capace di costruire nuovi comportamenti sociali, nuove società.
A modo nostro, si è provato.
Roma, settembre 2008
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