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02 Ottobre 2006
AAA Roma vendesi
«La Fontana rende» - spiegava Totò all’italo-americano ansioso di fare un business. «Ogni scatto fotografico sono 100 lire, ne fanno un migliaio al giorno, fai un po’ tu, caro signor Caciocavallo». E il signor Chesciocavallo faceva rapido i conti, convincendosi che avesse per le mani non solo un buon affare, ma un affare a buon mercato.
La gag di Totò e Nino Taranto, che gli faceva da «compare», la tentata truffa della vendita della Fontana di Trevi, era stata ripescata per tenersi su con un sorriso di fronte l’impensabile in occasione del progetto Urbani che lambiva pericolosamente i beni artistici e museali mettendoli su piazza, sul mercato.
Il sindaco W. al tempo strillò come un’oca, allarmando il Campidoglio e non solo dell’arrivo di barbari pieni di cupidigia. Delle lupe fameliche erano.
Dante sapeva che la lupa era la più pericolosa delle fiere:
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.
E fa dire a Virgilio che la lupa, simbolo di cupidigia, regnerà fino all’avvento del Veltro. Sul provvidenziale liberatore si sono incaponiti e accapigliati da sempre gli studiosi. Per non facilitarne l’identificazione con l’Impero o col Papato, per non esser tacciato di ‘schieramento’ insomma, Dante fu vaghissimo nella descrizione. Così, chi è convinto Dante pensasse a Enrico di Lussemburgo, chi a Cangrande della Scala, chi a Uguccione della Faggiola, ma per nessuno vi sono riscontri certi. Io penso sia giunto il tempo di sciogliere l’enigma: la lupa è proprio essa, Roma, e il Veltro dantesco [...non ciberà terra né peltro / ma sapienza, amore e virtute...] altri non è che il sindaco W., il Veltrone.
Il Veltrone dovrebbe stare lì apposta, per andare a caccia d’ogni cupidigia, per stanarla.
La deludente sorpresa è che la cupidigia va crescendo, che le lupe fameliche si stanno mangiando Roma.
Cito da quotidiani vari [per non esser tacciato di schieramento, si parva licet]: «… Il Palazzo della Civiltà e il Palazzo dei Congressi rischiano di finire all’asta. Secondo le indiscrezioni che rimbalzano da via XX Settembre, Tommaso Padoa-Schioppa starebbe studiando l’incorporazione delle società Patrimonio e Ente Eur Spa nella holding Fintecna. In caso di incorporazione dell’Ente Eur, nel gran calderone potrebbero finire anche edifici storici. Come appunto il Palazzo dei Congressi e altri immobili di grande valore… Le trattative per la vendita dello storico palazzo della Rinascente in piazza Colonna sarebbero in fase finale. Fonti bene informate indicano che interessato sarebbe il gigante svedese dell'abbigliamento H&M, ma il colosso spagnolo Zara avrebbe rilanciato sul prezzo. Zara ha già un suo megastore nella Galleria Colonna, che è di proprietà della Lamaro dei fratelli Toti, tra i più noti immobiliaristi della capitale… Recentemente Safdie [che ha comprato la Rinascente da un gruppo in cui è presente Pirelli Real Estate che a sua volta aveva comprato da Ifil, cioè gli Agnelli, N.d.R.] ha ceduto anche la Rinascente di piazza Fiume a Sorgente Sgr, società salita agli onori della cronaca per alcuni investimenti sui grattacieli di New York tra i quali il noto Flatiron Building… Ma nella capitale altri si muovono: nel giro delle grandi griffe tra le più attive c'è Bulgari, presente in via Condotti, ma che potrebbe presto espandersi. La maison romana starebbe cercando nuove location... In silenzio ha fatto forti investimenti Giovanni Lombardi Stronati: un avvocato d'affari che può contare su un patrimonio ingente... ha comprato in via del Corso il palazzo sede di Antonveneta e, soprattutto, l'immobile in piazza del Parlamento 18 di proprietà dell'immobiliarista Vittorio Casale, una delle sedi di Banca di Roma. Proprio sull'immobile in via del Parlamento sarebbero in corso trattative per lo sbarco di un'importante catena alberghiera internazionale… ».
Per carità, tutto ciò è lecito e legalissimo, mica è una truffa. Stiamo parlando di trattative fra privati. Qualche perplessità, per usare un eufemismo, suscita la «dismissione» del patrimonio pubblico, o di quello degli enti.
Ma è il mercato immobiliare, ragazzi. Quello che sta tenendo su la circolazione di denaro e l’economia del paese, finanziarizzando ogni cosa e costruendo «valore». Che questo «valore» sia molto vicino a una bolla speculativa [del tipo di quella che spezzò l’economia giapponese negli anni Ottanta] sembra una questione che al momento non preoccupa la politica. Mica sono tutti come Ricucci e tentano platealmente la scalata al «Corrierone». Peraltro, negli esempi prima citati stiamo parlando del «commerciale», cioè di quella branca del mercato immobiliare [negozi, uffici] che a Roma continua a manifestare forte dinamismo e che non ha immediati risvolti sociali.
Però, facciamo a capirci.
Il «valore» di questa città è cresciuto spaventosamente in questi anni: le cifre fornite dalle agenzie pubbliche preposte a misurarlo sono barzellette: la quantità di denaro in nero che passa in ogni transazione fra privati è pari, quando spesso non superiore, alle cifre ufficiali catastali. E ciononostante non possono che registrare dei sensibili aumenti.
Ora, all’incremento di questo «valore» concorrono vari elementi. Ma provo a dirne solo tre: quello del «capitale», quello «istituzionale» e quello «sociale».
Le capitali europee vanno somigliandosi tutte: chi fa un giro veloce [un sightseeing tour] tra Berlino, Parigi, Londra, Madrid e Roma, trova gli stessi negozi, le stesse paccottiglie da una parte all’altra. E anche le stesse «catene». Le «ambientazioni», i luoghi, la storia insomma, vanno pure somigliandosi, scomparendo tutto in un turbine di neo-architettura, oggettistica, abbigliamento e gastronomia che invade gli occhi, le strade, i vicoli, i palazzi. Dietro tutto questo c’è il capitale finanziario europeo, la prima costruzione reale di «unità europea» i cui veicoli diffusivi sono gli immobili e il retail [la vendita al dettaglio, la distribuzione]. Rispetto a questo, paradossalmente McDonald’s per quanto visibile e pacchiano è sempre stato piuttosto «discreto».
Poi c’è l’elemento istituzionale, quell’idea di fare delle grandi capitali poli di continua attrazione turistica trasformandole in teatri all’aperto, in un ininterrotto flusso festivaliero che possa «coprire» l’intero anno solare: un movimento «doppio», verso l’esterno e verso l’interno, i propri cittadini, perché essi non vadano mai via, fino alla mostruosità della plage sulla Senna, pochi metri quadri di sabbia buttati sulle rives ad alludere un qualunque posto del Mediterraneo.
Terzo, l’elemento «sociale», i cittadini che non vanno mai via perché non possono andare via, perché buona parte del lavoro in questa città si svolge per tenere in piedi questa città e farla «bella».
I cittadini di questa città svolgono quindi un doppio lavoro, uno spesso in condizioni precarie [quello che serve a tenere assieme questa città] e l’altro proprio «in nero»: noi siamo le comparse di questo orribile e meraviglioso teatro all’aperto no-stop che è diventato Roma, una business city [altro che la business street di via Veneto inventata per l’occasione della festa del cinema].
Però, facciamo a capirsi: se qui si vendono la Fontana di Trevi, se qui i turisti vengono perché noi ci facciamo il culo perché la città sia affascinante e caratteristica e ospitale e popolare, siamo «compari», vogliamo la nostra parte, la città è pure nostra: a minimo sindacale [cooperative di comparse a Cinecittà] vengono ottanta euro a giornata. Sarebbe una buona base per il reddito sociale garantito. Iva esclusa, eh.

Roma, 2 ottobre 2006
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