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22 Luglio 2006
Supermercati di agosto
Quest’agosto voglio passarlo ai FIP. Ai supermercati FIP. L’agosto dell’anno scorso sono andato ai dùperdù, e l’agosto quell’altro agli SMO e quell’altro ancora all’IR’S. Omai li conosco come le mie tasche quei posti là. Potrei disegnare le mappe di scaffali e prodotti e prezzi, che manco loro ce l’hanno. Per me i supermercati sono come un arcipelago. Gli altri vanno alle Egadi, alle Eolie, alle Tremiti, un anno Marettimo, un anno Vulcano, un anno San Pietro, io vado ai supermercati e dico che è pure meglio. Arriva settembre e i colleghi raccontano delle Seychelles e di Cuba o de che, e io che so’ andato al supermercato, ma sto fresco riposato che loro sono a pezzi, sono. E gli pigliano gli infantioli a ricominciare, io una rosa sono. E pieno di socialità.
Perché d’agosto, a Roma, se vuoi incontrare delle persone devi andare in quei posti là, nei supermercati. Delle persone, dico. Non quelli che sanno a memoria tutto il programma di Caracalla o della Basilica di san Clemente o del cortile di Sant’Ivo e vedono come selezionare le proprie serate, come non perdere quel concerto al Tempietto di Marcello o quel film al Cineporto o quella danza al teatro antico di Ostia. E la rumba alle Capannelle e il rock e il pop allo stadio Olimpico e il jazz a Villa Celimontana. Tutto a incastrare. No, le persone, quelle che quando vanno in vacanza d’agosto tutt’al più riescono a programmare quale supermercato scegliere. Gli altri romani – quelli che se lo possono permettere e quelli che hanno fatto il leasing o la cessione del quinto – sono tutti in giro per il mondo, da Capo Nord a Capo di Buona Speranza: dovunque ce li trovi, a Nairobi o a Shangai, a Belleville o a Vladivostok. Sempre lì tutti intruppati, tutti di Monteverde Vecchio o di Parione – c’è nata mì nonna o mì zia, ‘che ‘a conosci? pe’ sentito dire, quanno che er fratello de mì padre – a cantare Baglioni o Califano – er califfo è ‘n mito – o Poporopopoporo – campioni del mondo – e preparare le amatriciane spiegando bene che ci vuole il guanciale, il guanciale – e non la cipolla o l’aglio – a kenioti o maghrebini, come se dall’indomani, quelli, non dovessero fare altro nella vita. Nun ce capiscono gnente, hai vojia a spiega’. Poporopopoporo – campioni del mondo. Ecco, non quelli lì.
Vorrei chiarire. Non è una questione di sopravvivenza. Chiudono pizzicaroli e fruttaroli, il mercato di quartiere va a mezzo servizio se ti dice bene? Ma ormai non c’è quartiere, caseggiato, che non ci stiano quelli del Bangla Desh aperti giorno e notte, ci dormiranno pure tra le cassette, che no? No, non è quello, ormai siamo come a Londra, dicono, e a New York, dicono, solo che lì sono pakistani o coreani e qui, non lo so che so’ qui. No, non è manco per la solitudine. Magara. Tra centri estivi per bambini e centri per anziani, e tutto quel po’ po’ che t’organizza il Comune e i Municipi, qui ce manca poco che non riesci ad avere un momento tutto per te. Sembra un Villaggio vacanze, Roma d’agosto, un Club Mediterranée. Di qua se balla e se canta, di là se canta e se balla. Tutto uguale. Ogni angolo della città trasformato in una spiaggetta, in una rotonda sul mare. Quanto je piace a Veltroni sta cosa. Tutta n’animazione, Roma. Poporopopoporo – campioni del mondo. È proprio na scelta di vita, invece, non so come spiegarlo.
Dice che Roma è bella d’agosto perché non c’è il traffico e puoi girarla come ti pare, senza stress e strombazzamenti. Dovresti vede come si fa veloce alle casse dei supermercati, che na fila non la trovi mai pure che sta solo na ragazza a fare i conti. Na meraviglia, che certe volte i prodotti io li passo uno per uno a pagarli: cioè, adesso passo il latte, via; poi rientro, e passo il detersivo, via; poi rientro e passo le simmenthal, via. Che ci si fa compagnia con la signorina, mica s’arrabbia. Dice pure che è la crisi, e hai da vede in autunno, che è pe quello che ai supermercati ormai si fa veloce, e la tizia che taglia le salamelle fa pure i conti o il tale che mette la frutta fa pure i pezzi di formaggio già preparati con la pellicola. Sarà la flessibilità, un po’ fa piacere, però, ecco, che trovi sempre la stessa faccia e di qua e di là, se piglia come un’abitudine, e scambi due parole, na risata. Ce so’ certi che so’ ‘ncazzati neri de prima matina – sarà la flessibilità? –, ma capita sempre in mezzo al mucchio quello storto.
Che poi i supermercati so’ mica uguali l’uno coll’altro, ma chi le dice ste stronzate? Quelli che non ci vanno mai. I «non luoghi», ma che davero davero? Ma annate a quello de Talenti, o a quello che sta appena s’entra a Portonaccio o a quello quando che s’arriva a Tor Bella Monaca, o a quell’altro a Largo Preneste o a quell’altro all’Infernetto, annatece e ditemi se so’ uguali. E i parcheggi, e l’entrata, e come so’ messe le cose, e pure chi ti chiede l’elemosina all’ingresso, tutto diverso uno dall’altro. Ve ce serve la guida, perché siete ciechi, ecco che. Se volete la ricotta buona, bisogna andare a Bufalotta, che la portano tutte le mattine dalla Tuscia. Se volete il prosciutto bbono, senza troppo grasso, dovete che annà a Torpignatta che glielo portano da Bassiano, se cercate il pane di Lariano, ma di forno davero, tocca che camminate fino al Quadraro. E il pesce fresco? Oh, pare de paranza, se move ancora se tirate fino a san Basilio. E pure per i prodotti etnici, come si dice, se volete il peruviano tocca andare alla Casilina, poco prima del raccordo, ma se volete il cinese bisogna muoversi a San Giovanni, che è aperto pure la domenica a pomeriggio, proprio come i cinesi che non chiudono mai. E poi mica solo i prodotti.
Pure il personale, via, non è che è tutto uguale. C’è na cicciona alla cassa a Furio Camillo che vorrebbe presa a mozzichi tanto è antipatica, e invece a Porta Furba ce n’è uno gentile al bancone che ti dice «altro dottore?» pure che c’hai solo la terza media – e so’ soddisfazioni. E lo dice a tutti, eh, neri gialli verdi, belli o brutti.
E insomma io me ripijio d’agosto ai supermercati. Ci incontro una marea di gente. Che poi, diciamola tutta, ma quanto tempo ci riesci a stare fuori in vacanza? Na vorta, era un mese, ma oggi grasso che cola ti fai una settimana piena. Parlo delle persone, sempre. Guarda, fuori dei senegalesi che già stanno in spiaggia, sull’Adriatico o sul litorale laziale, a vendere pettinini e asciugamani, e borze e borzettine, che quelli sì, lo fanno un mese fuori, gli altri restano tutti per lo più. Mica solo gli edili, che quelli lavorano di brutto. Mica solo gli immigrati, che quelli poco gli costerebbe la vacanza d’agosto e tutt’al più vanno a Prato, i cinesi, o a Milano, i peruviani, e a Reggio Calabria i filippini. Mica solo le badanti o quelli dei servizi che non puoi certo scomparire così, e gli assistiti? Mica solo quelli che occupano le case e non possono andarsene. Mica solo quelli dei centri sociali che non possono mollare. Mica solo tutto quel lavoro legato al turismo, e i ristoranti e i bar e gli alberghi – e mettici pure i centurioni a piazza Venezia. Mica solo il lavoro nero, precario, saltuario, – te ne vai, ti sei rotto il cazzo di 24su24-7su7? ne trovano altri mille. Ma secondo voi è tutta st’offerta di canti e balli a ‘trattenere’ le persone qui – «io rimango, Roma è così, come dire, ‘culturale’ d’agosto» – o è il fatto che bisogna pure dargli qualcosa da distrarsi a tutti quelli che rimangono qui e non possono che rimanere qui?
Perciò, se nun sapete che fà, chiamateme, mi trovate sempre d’agosto. Potremmo organizzare delle gite collettive ai supermercati, come quelle che fanno ai monumenti. Però, noi magnamo, eh? Ce sta na formaggetta all’ipermercato dei Due Ponti, che levate. Gli anziani del quartiere ce li trovi tutti, er sor Filippo, a sora Inese, Luciana, che quelli per via dell’aria condizionata so’ quattr’anni che d’estate entrano a giugno e escono a settembre. Famo du chiacchiere, al banco dei surgelati che è bello grande. E poi, oh, scoppiasse n’artra guerra, n’artra fine del mondo, almeno siamo belli che riparati e c’avemo de che magnà per qualche giorno.

Roma, 22 luglio 2006
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